L’innocenza del peccato

L’innocenza del peccato

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Claude Chabrol torna, con L’innocenza del peccato, sui temi e le ossessioni ricorrenti del suo cinema, tracciando le traiettorie di un noir borghese crudele, ricco di infingimenti, storture, negazioni di sé e riappropriazione dell’ego. Un’opera moderna, tra le vette dell’ultima parte della filmografia del grande autore francese.

Meteorologia del desiderio

Una giovane e ambiziosa conduttrice televisiva viene sedotta e manipolata da un maturo ed egocentrico scrittore sposato, che ne fa un’amante esperta e la introduce ai giochi viziosi del jet set parigino. Abbandonata dall’anziano amante, la ragazza si consola tra le braccia di un giovane miliardario psicologicamente instabile, da tempo innamorato di lei, e arriva addirittura a sposarlo. Ma il giovane non resiste alla gelosia e il triangolo amoroso avrà conseguenze imprevedibili… [sinossi]

L’innocenza del peccato è quel che il cinema di Claude Chabrol ha in fin dei conti sempre studiato, analizzato, riverberandone un potere di malìa che forse non ha eguali. Lo si può affermare senza tema di essere considerati sacrileghi: gli ultimi film di Claude Chabrol, al di là di casi specifici (La Demoiselle d’honneur su tutti, senza essere costretti a tornare indietro nel tempo con la memoria fino a Il buio nella mente), avevano rilasciato l’impressione di un autore ingabbiato nella propria forma, e prima ancora nel concetto intimo, nella base portante della propria poetica. L’opera contemporanea di uno dei superstiti dello zoccolo duro della Nouvelle Vague transalpina è sembrata, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Ventunesimo Secolo la stanca eco, fin troppo consapevole della propria essenza, di un percorso cinematografico che proprio per la sua natura “artigianale” – fra tutti i cineasti francesi che si appropriarono delle lunghe ombre hollywoodiane per farle risorgere nel cuore di Parigi, Chabrol è sicuramente quello che più si avvicinò al concetto di cinema come industria, scandagliando da vicino il genere senza preoccuparsi di doverlo destrutturare a ogni pie’ sospinto -, visse il suo momento di massimo fulgore decenni addietro.

Forse proprio per questo motivo è stato possibile sentirsi profondamente colpiti da La Fille coupée en deux, (intitolato in italiano L’innocenza del peccato, rifuggendo dunque dalle mire secche e naturaliste dell’originale per ricercare un senso filosofico, la ruota motrice dell’intero ingranaggio), presentato Fuori Concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia mentre il collega e amico Eric Rohmer affrontava i logorii della corsa al Leone d’Oro con il largamente incompreso Gli amori di Astrea e Céladon: la storia della giovane e fin troppo ambiziosa Gabrielle Aurore Deneige (Aurora ‘con la neve’, nome a dir poco fiabesco nettamente ribalato nel senso che il personaggio acquista in scena) che trova il suo spazio nell’elite culturale parigina passando dal letto di un anziano romanziere a quello di un giovane ricchissimo e squilibrato, sfrutta il genere per cercare di trovare un senso a un’umanità borghese sempre più slabbrata, ridotta a immagine, svenata della propria anima, quale sia il significato che si attribuisce a un simile lemma. Non è difforme alla stragrande maggioranza delle opere create da Chabrol, L’innocenza del peccato, ma se si arriva a elogiarlo come uno dei parti più riusciti del regista de I cugini, Stéphane, una moglie infedele, Rosso nel buio e I fantasmi del cappellaio è per quella capacità di costruzione d’insieme (tre i personaggi realmente protagonisti, ma le figure di contorno, come la madre di uno straordinario Benoît Magimel o il di lui scherrano, restano incollate agli occhi) che non si fa mai esercizio retorico sui chiaroscuri della vita borghese, via da sempre prediletta al regista, ma si attesta piuttosto come gioco straziante sull’inappagamento e sul desiderio. Desiderio che deflagra, nel finale, come tragico scherzo ottico, da prestigiatore dal grezzo pedigree, elevando il tutto a riflessione sulla miseria della condizione umana e dei suoi vezzi senza che per questo Chabrol si impedisca (da bravo vecchio hitchcockiano di ferro) di esibire un ghigno sardonico e gaudente. Il che, se possibile, fa amare il film, e il suo imperdibile autore, ancora di più.

Info
Il trailer de L’innocenza del peccato.
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