Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

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Grande successo al Festival di Locarno 2003 e opera che ha fatto conoscere Kim Ki-duk a un pubblico non festivaliero, Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera è un film a carattere elegiaco, apparentemente distante dal cinema della crudeltà del cineasta sudcoreano. Nel limbo del lago dove si svolge il film, immerso nella natura, Kim Ki-duk trova i principi di quella crudeltà in una concezione sincretica tra il pensiero filosofico orientale e quello occidentale.

I mondi fluttuanti di Kim Ki-duk

In mezzo alla natura incontaminata, tra le montagne coreane, in un tempio che emerge da un lago, un maestro buddhista educa un giovane affinché cresca nella saggezza e nella compassione. Una volta che l’allievo scopre gli istinti sessuali, perde interesse nella vita contemplativa e segue il suo primo amore andando a vivere con lei in città. Non riesce però ad adattarsi al mondo moderno e finisce in prigione per un crimine passionale. Tornerà al tempio in cerca di redenzione. [sinossi]

«Lei è buddhista?» è la domanda a bruciapelo, fatta da un noto frequentatore di festival, a Kim Ki-duk, al termine della trionfale proiezione di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (titolo originale: Bom Yeoareum Gaeul Gyeoul Geurigo Bom) al Festival di Locarno 2003. Il film ebbe scrosci di applausi lunghissimi, ovazioni a tutte le repliche, un’accoglienza ben diversa da quella veneziana per L’isola, nel 2000, in cui il regista sudcoreano si fece conoscere, dove si dovevano interrompere le proiezioni a causa di gente che stava male in sala. Chi era a Locarno aspettandosi un altro film disturbante, anche dopo l’ulteriore esperienza di Indirizzo sconosciuto passato a Venezia 2001, rimase sorpreso per come questo nuovo film fosse così diverso da L’isola, tanto fastidioso e disturbante il primo quanto elegiaco e meditativo questo nuovo film. Eppure tra L’isola e Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera ci sono tante analogie, a partire dall’esistenza galleggiante dei protagonisti che vivono su chiatte, isole fluttuanti su una superficie acquatica ferma, dove si perdono le coordinate di riferimento, i punti cardinali; oppure anche il ruolo simbolico degli animali, spesso torturati.

Per tornare alla domanda iniziale dello spettatore al Festival di Locarno, Kim Ki-duk si descrisse come ormai agnostico, poco interessato a praticare qualche religione dopo aver avuto una fede cristiana protestante, che corrisponde peraltro a uno dei culti più diffusi nella Corea del Sud. Il regista peraltro conosceva la cultura occidentale avendo vissuto vari anni della sua formazione artistica in Francia. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera non è la messa in scena di una parabola preesistente né si rifà a racconti morali della tradizione buddhista, ma è opera che sgorga dal fervido immaginario, anche pittorico, del suo autore. Si tratta di un film di carattere meditativo che contiene elementi culturali e simbolici buddhisti, rielaborati o come ricreati ex-novo. Vengono dalla filosofia orientale il concetto di ciclicità, la simbologia delle stagioni come stagioni della vita, che si susseguono con circolarità; la condizione ascetica, isolata, eremitica in contrasto alla corruzione del mondo, della vita mondana come viene definita nel film, quelle pulsioni di violenza e sesso che presiedono alle azioni dei personaggi di tutto il cinema di Kim Ki-duk,; le arti marziali; le tante statue del Buddha e la statuetta del Bodhi Dharma; il Sutra del cuore della perfezione della saggezza i cui ideogrammi vengono poi, con un’invenzione registica, dipinti prima a inchiostro, poi intagliati nel pavimento e poi riempiti di pitture colorate; e infine il raggiungimento dell’illuminazione. Kim Ki-duk riprende sicuramente alcuni film sudcoreani di ispirazione buddhista, come Mandala di Im Kwon-taek o Perché Bodhi Dharma è partito per l’oriente? di Bae Yong-kyun.

Possiamo trovare nel film anche elementi e simbologie della cultura cristiana, a partire dal fardello cristologico pesante, da portare sulla schiena come una croce, o trascinare con una corda, i concetti di colpa ed espiazione, la pena del contrappasso per analogia, l’idea di peccato originale e dell’allontanamento dal giardino dell’Eden. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera è un’opera speculativa sincretica così come sincretico è lo stile cinematografico del regista, che ha esordito con una profonda ispirazione da Leos Carax, con Coccodrillo che si rifà a Gli amanti del Pont-Neuf. Kim Ki-duk guarda sicuramente anche al cinema giapponese degli anni Sessanta e in questo caso a L’isola nuda di Kaneto Shindō per tanti motivi, il livello non verbale della narrazione, la dimensione insulare dove condurre le pratiche quotidiane, religiose come agricole, la necessità di spostarsi periodicamente con barca alla terraferma e la stessa divisione del film in stagioni seguendo i cicli della natura. Così il successivo film del regista sudcoreano Time riprende Il volto di un altro di Hiroshi Teshigahara, e pure le sculture nel parco, sempre in Time, sono chiaramente ispirate a quelle del padre del regista giapponese, Sofu, che aveva ripreso in un documentario, Sculptures by Sofu-Vita.

Una porta che si apre fa iniziare ogni capitolo del film, corrispondente a una stagione, affiancata a un albero secolare che affiora dall’acqua. Come un sipario che disvela quello scenario incantato, il teatro della vita messa in scena da Kim Ki-duk, un mondo dominato dagli elementi primari, l’acqua nei suoi stati, il ghiaccio, la bruma, e poi il fuoco. Tutto il film, come anche L’isola, si gioca sul rapporto con il pelo dell’acqua, galleggiare, affondare, andare alla deriva. Una porta inutile, quella sul lago, se cercassimo una logica. Si tratta di una porta metaforica su quel limbo lacustre, su quella sorta di iperuranio, su quel tempio galleggiante. E l’ideogramma cinese della porta chiusa, scritto sul fazzoletto che il monaco anziano porta sul volto prima di morire, indica la chiusura della vita; ma la porta si può riaprire: tornerà la primavera. La porta sul lago separa quella dimensione metafisica prima di tutto dalla maestosa e rigogliosa natura circostante, circondata da alte montagne. Oltre quella ci sta la vita degli uomini, la vita mondana, corrotta, la vita urbana dove si è perso il senso di vivere secondo i cicli della natura, dove alberga il crimine. Dall’allontanamento del discepolo, con la ragazza, al suo ritorno c’è il momento in cui l’anziano monaco apprende dal giornale di come lui abbia compiuto un omicidio. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera non mostra la vicenda cittadina: questa è racchiusa in un fuori campo dove è iscritto tutto il cinema di Kim Ki-duk, tutte le sue storie. Un cinema della crudeltà che qui è affrontata all’origine, nella sua essenza primigenia come un qualcosa di congenito nell’essere umano, che si manifesta fin dall’infanzia. Solo l’animo candido del saggio monaco riesce a correggere questo istinto al male.

L’allontanamento dall’Eden avviene nella stagione dell’estate, quella della giovinezza in cui si manifestano gli istinti sessuali, sempre in accordo con la natura, con gli animali che si accoppiano. E gli accoppiamenti dei due giovani sono sempre a contatto con la natura o con l’elemento acquatico, spesso hanno in piedi nell’acqua del lago. La donna è la calamita del desiderio, la ragazza che si presenta nel film inizialmente con la madre. Il principio femmineo che nella scena finale de L’isola era esso stesso un’isola, un canneto affiorante combaciante con il pelo pubico della protagonista diventata una dama del lago. La ragazza di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera poi sarà una vittima, nella vita mondana, della gelosia del maschio. La ragazza è un archetipo delle figure femminili di Kim Ki-duk, vittime, dominate, sofferenti, spesso prostitute, incapaci di ribellarsi proprio come gli animali indifesi, oggetto di violenze, del bestiario del regista.

La redenzione avverrà tramite una catarsi, di cui si farà carico lo stesso Kim Ki-duk, che interpreta la parte del monaco discepolo, diventato adulto, nel segmento dell’inverno. Il regista si mette in scena nella propria fisicità, nonché nell’impresa di portare sulla schiena il pesante fardello, e il peso legato alla corda, sulla cima di una montagna. Un’impresa compiuta davvero da lui, improvvisata durante le riprese, non prevista dalla sceneggiatura, nell’incredulità della troupe. Una fase catartica al ritmo dell’antica canzone tradizionale coreana Jeongseon Arirang, in una delle sue varianti, tanto cara al regista, che userà per simboleggiare un momento catartico reale della sua vita, raccontato nel film Arirang, e che canterà spesso nei momenti ufficiali di premiazioni ai festival, come al ricevimento del Leone d’oro veneziano nel 2012 con il film Pietà.

Info
Il trailer di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera.

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