Amityville Possession

Amityville Possession

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Nato da un’ibridazione stilistico-industriale tra USA e Italia, Amityville Possession di Damiano Damiani è anche l’unica occasione horror nel percorso artistico dell’autore friulano. Inscritto in una cornice fortemente paradigmatica per l’horror americano anni Ottanta, il film propone d’altro canto feroci brutalità e franchezze audiovisive più strettamente connesse al cinema di genere italiano, e allude timidamente a doppie letture sul crinale tra razionale e irrazionale.

Troppo facile dare la colpa al Diavolo

Composta dai due genitori e da quattro figli di varie età, la famiglia italoamericana dei Montelli si trasferisce in una nuova casa dall’aspetto sontuoso. Da sotto una spoglia apparente di quieta normalità emerge presto un groviglio di disagio familiare dovuto perlopiù al carattere violento e dittatoriale del marito/padre Anthony. È in particolare il figlio più grande, Sonny, a nutrire un forte e crescente risentimento nei confronti del despota di casa. La fastosa magione invia d’altronde segnali inquietanti, fra misteriosi sottoscala, sussurri, sibili, scricchiolii e specchi che crollano a terra. In famiglia l’aria si fa sempre più tesa, mentre Sonny mostra segni sempre più evidenti di squilibrio e instabilità… [sinossi]

Disagio psichico o Maligno. Razionale o irrazionale. Psichiatria o esorcismo. Niente di nuovo in Amityville Possession (1982), unica trasferta americana nell’estesa carriera di Damiano Damiani. Caso anche abbastanza isolato, oltretutto, poiché la pur eclettica produzione dell’autore friulano ha raramente costeggiato il gotico (La strega in amore, 1966) e solo in questa occasione si è avventurata nell’horror conclamato. In realtà si tratta di una trasferta oltreoceano dai tratti spuri, dal momento che Amityville Possession è frutto dell’ampia attività di Dino De Laurentiis in terra americana e della convergenza di maestranze miste, in parte americane e in parte italiane. La doppia natura del prodotto è scopertamente dichiarata fin dalla sceneggiatura, dove siede ufficialmente il giovane talento di Tommy Lee Wallace coadiuvato da un non accreditato Dardano Sacchetti, non si sa in che misura coinvolto nella scrittura del film. Il neo-horror americano, figlio di L’esorcista (William Friedkin, 1973) e di Halloween (John Carpenter, 1978), e il giallo/horror all’italiana dominante per buona parte degli anni Settanta: è esattamente a questo doppio crocevia, ben incarnato dal binomio Wallace-Sacchetti, che sembra collocarsi Amityville Possession. Tra gli altri contributi italiani è da ricordare innanzitutto la fotografia di Franco Di Giacomo, estremamente funzionale nei suoi toni freddi e autunnali. Infine, alla cocciuta ricerca di reminiscenze italiane, non è da dimenticare che due dei principali protagonisti vengono dritti da enormi successi a stelle e strisce sul nostro territorio, il Burt Young già cognato di Rocky e la Rutanya Alda personaggio secondario di Il cacciatore (Michael Cimino, 1978). Coincidenze? Può darsi, ma resta almeno il dato di fatto che di lì a poco Burt Young verrà in Italia a girare C’era una volta in America (Sergio Leone, 1984) per un gustosissimo cameo di cui tutti conservano divertite memorie.

Del resto, la presenza italiana è ancor più significativamente percepibile nell’intrinseco progetto del film, che ripercorre certo collaudate dinamiche del neo-horror americano ma affrontate con un surplus di brutalità e franchezza audiovisiva più debitrici delle modalità nostrane. Non è da dimenticare, ad esempio, che il commento sonoro è costantemente punteggiato da una nenia infantile, altro tòpos del cinema italiano fin dai primi film di Dario Argento. Incrociando la classica linea narrativa delle “case maledette” con le possessioni demoniache direttamente discese da L’esorcista, Amityville Possession si delinea anche come il secondo capitolo di una longeva serie di horror cinematografici che in modo decisamente intrigante trova la loro origine primaria nella cronaca. La casa di Amityville fu infatti effettivo teatro di strani episodi sul crinale del sovrannaturale e ospitò una vera e propria strage di famiglia il cui esecutore dichiarò di essere stato guidato dal Diavolo. Rispetto a Amityville Horror (Stuart Rosenberg, 1978), primo capitolo assai meno riuscito, il film di Damiani si pone come prequel, andando a rievocare i fatti sanguinosi che travolsero la famiglia DeFeo, sterminata da uno dei figli a colpi di fucile. Vista la committenza e la destinazione del prodotto, è ovvio che Amityville Possession sposi robustamente la veste dell’horror sovrannaturale, fingendo di credere convintamente alla lettura irrazionale della realtà – è pur sempre cinema di genere. Tuttavia, Damiani sceglie un approccio ibrido e interrogativo, senza disdegnare accenti di credibile, cupissimo psicodramma familiare. Certo non ci troviamo di fronte a una realistica ricostruzione dei fatti di cronaca, ma Amityville Possession finisce per proporre comunque una doppia strada, una doppia opzione di lettura. Forse è stato il Diavolo, forse è stato un caso da manuale psichiatrico: forse entrambe le cose, ossia l’estremo disagio di un adolescente ha dato vita a un deragliamento psichico dove l’elemento brutale ha finito per persuadere se stesso di appartenere al demoniaco. La brutalità tutta italiana cui accennavamo costò al film il divieto ai minori di 18 anni e una serie di tagli che hanno dato origine a versioni del film dal diverso minutaggio. Con approccio non del tutto inedito ma discretamente affascinante Damiani sceglie di legare il demoniaco serpeggiante nella famiglia Montelli al disagio psichico e agli sconquassi provocati da un nucleo d’affetti fortemente disfunzionale. Il Diavolo s’insinua insomma laddove trova terreno fertile nel risentimento di figli maltrattati, costantemente sottoposti alle violenze fisiche e verbali di un padre violento, vero e proprio despota di un nucleo familiare dove, in un apparente fluire quieto e tranquillo, si aprono improvvisi squarci di aggressività. Nell’introduzione al racconto Damiani gioca con grande sapienza intorno a questo tiro alla fune tra affettività e violenza, facendo ricorso soprattutto a un uso elegantissimo della macchina da presa – piani-sequenza, lenti e sinuosi movimenti di macchina, lunghe soggettive non attribuite (o se vogliamo, attribuite al Maligno), pure qualche virtuosismo, vedasi la ripresa avvolgente intorno al sempre più sconvolto Sonny, che in continuità si risolve pure in un rovesciamento del frame. Un ulteriore giro di vite, debitore di una brutalità tutta italiana e abbastanza estranea al puritanesimo americano, viene dall’attrazione incestuosa, platealmente dichiarata e poi consumata, tra Sonny e sua sorella Patricia. Amityville Possession non si nasconde dietro a un dito, non sublima né allude: parla, dichiara, e arriva quasi a mostrare. Nel sovvertimento dell’ordine dovuto all’intervento del demonio è compreso anche il massimo rovesciamento del Naturale: il rapporto sessuale tra consanguinei. Ma, di nuovo, Amityville Possession preferisce percorrere la via del dubbio e dell’indecidibilità, annacquata e smorzata, sia chiaro, tutta protesa alla tesi irrazionale, ma comunque suggerita tra le righe. In una famiglia fortemente disturbata come quella dei Montelli, dominata da una claustrofobia concentrazionaria, può annidarsi insomma qualsiasi genere di psicosi, ivi compresa l’attrazione tra fratelli. La sessualità, del resto, ha tutto fuorché tratti piacevoli e rassicuranti tra le pareti di casa Montelli: se Sonny e Patricia si concedono alla più alta delle infrazioni con l’incesto, d’altro canto Patricia sospetta che tra i suoi genitori i rapporti sessuali siano fondati su una costante violazione dei desideri della madre.

Al netto di qualche ingenuità da b-movie, da scarsità di budget e da rapida obsolescenza tecnologica dei mezzi a disposizione, Amityville Possession si propone dunque come un plumbeo e claustrofobico oggetto horror dal tono fortemente angosciante, dove magari si vola via rapidamente sopra a una serie infinita di incongruenze di sceneggiatura facendosi scudo di una robustissima tenuta di messinscena. Ed è abbastanza sorprendente questo polso forte di Damiano Damiani alle prese con l’horror, vista la sua scarsissima dimestichezza con il genere. Per gli indistruttibili cultori della politique des auteurs Amityville Possession pone certo interrogativi difficilmente risolvibili. Come inscrivere infatti un oggetto così estraneo all’interno di una filmografia se vogliamo trovare in essa una rocciosa e coerente compattezza stilistica e autoriale? È più immediato semmai scorgere rispondenze stilistiche con un modus operandi tutto italiano lungo gli anni Settanta, sia pure in un contesto di evidente ibridazione con modalità ormai ben dissodate oltreoceano. Forzando un po’ la mano, Damiani e la sua spiccata tendenza al cinema civile sembrano trovare pallide reminiscenze nell’approccio raffreddato alle retoriche horror. Ciò è più intensamente ravvisabile nell’ultima parte del racconto, quando ormai la strage è avvenuta e la tensione orrorifica che domina all’interno della casa si è risolta in una carneficina. L’ultima mezz’ora propone invece un rapido courtroom drama per concentrarsi poi sul rapporto tra Sonny e padre Adamsky. Sia chiaro, siamo sempre all’interno del genere e delle sue regole, per cui non potremo certo pretendere stretta credibilità razionalistica da un racconto che delinea un esorcismo come unica via d’uscita per il disgraziatissimo Sonny. Tuttavia, a tratti sembra di assistere al passo di un docudrama applicato al demoniaco, dove l’horror tout court è tenuto a briglia cortissima e l’ospedale in cui Sonny è rinchiuso ha tutto del luogo piccolo e squallido. Si potrà obiettare che data l’evidente veste da b-movie dell’intera operazione lo scarno antiestetismo di alcune location sia dovuto a ragioni di risparmio sul budget. Può essere. È altrettanto vero, però, che anche il peggior ateo/agnostico (tipo il sottoscritto) finisce quasi per credere al dramma di un disagiato internato in manicomio dopo aver sterminato la famiglia sotto la guida del demonio.

I difetti, diciamolo, sono tanti, e soprattutto il materiale è spesso tutto di riporto. Le litrate di sangue vengono da Shining (Stanley Kubrick, 1980), il demoniaco da L’esorcista e i suoi numerosi nipotini, quanto alle case maledette Dio solo sa quanti esempi possiamo trovarne. Non manca niente che il canone proponga; risponde presente all’appello pure il cimitero indiano sul quale incautamente si è costruita la casa. Più volte la sceneggiatura traballa, la disgregazione facciale sul finale ormai non spaventa più nessuno, alcuni degli attori lasciano molto a desiderare. Resta tuttavia un’efficace resa angosciante in tutta la prima parte, un tratteggio forte di disagio e violenza feroce nella sua conclamata evidenza. Ed è efficace, soprattutto, il ritratto che Burt Young offre di un padre/marito laido e manesco, dittatore domestico che, come ogni dittatore, nutre la violenza nelle menti e nelle mani di chi egli stesso schiaccia nella violenza.

Info:
La scheda di Amityville Possession su Wikipedia.

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