Coma

Al decimo lungometraggio in ventiquattro anni di attività Bertrand Bonello affronta in Coma uno dei suoi temi ricorrenti, vale a dire il rapporto conflittuale del corpo adolescente con il mondo che lo circonda, immergendolo nel pieno della crisi pandemica che ha condotto al confinamento. Ricorrendo a uno stile onirico, che mette in relazione diverse potenzialità della messa in scena (dallo schermo multi-partito delle videochat fino alla stop motion), Bonello firma una lettera aperta a sua figlia Anna Mouchette, e alla sua generazione. Un’opera teorica che però si basa sul sentimento, e che testimonia la vitalità intellettuale e cinematografica del suo autore. Alla Berlinale nella sezione Encounters.

La meteorologia della distruzione

La figlia di Bertrand Bonello ha appena compiuto 18 anni. Ma il momento in cui la ragazza inizia ufficialmente a “spiegare le ali” coincide con una crisi sanitaria globale. Rinchiusa in casa, vive in uno stato di limbo. Tra fantasticherie e video chat con le sue amiche, segue un’influencer di nome Patricia Coma. Un dispositivo che compra da lei, chiamato “rivelatore”, la porta a chiedersi quanto libero arbitrio abbia effettivamente. [sinossi]

In Coma, decimo lungometraggio diretto da Bertrand Bonello in ventiquattro anni, rintoccano distintamente le note di due canzoni scritte da Andrea Laszlo De Simone, trentaseienne talento della musica italiana, Immensità e Solo un uomo. Nella prima il cantautore intona la seguente frase: «Tutta la realtà è immensità | Come il sogno poi si dissolverà | Da domani inizierà | Una nuova immensità»; quasi come se stesse rispondendo a se stesso in Solo un uomo invece canta: «A volte perdo parti di me | Rimango così solo | In stato di abbandono». Non è casuale che la protagonista del film di Bonello, che è idealmente sua figlia – ma su questo si tornerà tra poco –, si ritrovi a ballare da sola nella sua stanza sulle note di queste canzoni. Anche lei sembra perdere parti di sé, in attesa di una nuova immensità che combatta lo stato di abbandono in cui si trova. Uno stato di abbandono che è prodotto in maniera principale dalla pandemia, che costringe le persone al confinamento nella propria sfera privata, ma che si allarga al disfacimento di un mondo che sembra destinato in maniera inesorabile alla catastrofe. È molto interessante notare come due delle più brillanti riflessioni sullo stato di alterazione sociale prodotto dal COVID-19 non affrontino di petto la questione, arrivino dalla Francia, e siano state ospitate dalla Berlinale. Dodici mesi fa nel concorso solo online del festival tedesco ci si imbatteva nello splendido Petite maman di Céline Sciamma, oggi con l’evento tornato in presenza è la volta di Coma. Il film di Sciamma metteva in relazione il rapporto madre-figlia, e confinava i suoi personaggi fuori dal tempo, permettendo a genitrice e pargola di essere coetanee; Bonello invece intende Coma come una lettera aperta a sua figlia Anna Mouchette, che come informa lo stesso regista attraverso le didascalie iniziali – il film principia e termina con il pensiero che il regista dedica alla figlia che appare in sovrimpressione sulle immagini di disastri naturali –, nel 2021 ha compiuto 18 anni, ed è dunque entrata nell’età adulta.

Così, senza che sia esplicitato in alcun modo, non si può che leggere la giovane protagonista interpretata da Louise Labeque (già nota agli appassionati del cinema di Bonello perché nel cast di Zombi Child) come un alter ego di Anna Mouchette, e l’ossessività paranoide di una vita reclusa nella propria stanza come la rappresentazione dello scollamento che la ragazza deve aver vissuto nel periodo del confinamento, quando la relazione materiale con l’altro-da-sé è venuta meno. Non è semplice muoversi tra le pieghe del nuovo film di Bonello, che conferma la statura autoriale del regista ma anche e forse soprattutto la sua capacità di tenere insieme le velleità teoriche della sua rappresentazione con un registro sentimentale che impedisca un distacco eccessivo con il pubblico. Per far questo, e allo stesso tempo per ragionare sul caos come unico elemento distintivo della contemporaneità, Bonello sfrutta tutto il potenziale della messa in scena, tra cinema tradizionale, disegno animato e stop motion, riprese d’archivio, finti tutorial di Youtube, chat online con più partecipanti. Non è il gioco della rappresentazione, ma la rappresentazione di un gioco mortale, quello di un mondo fattosi immateriale che non sa più fronteggiare la realtà, né sa come muoversi nei canoni del sogno. Quel che ne viene fuori è un incubo a occhi aperti, in cui la sperduta protagonista cerca di comprendere il proprio libero arbitrio in un’epoca che sembra predigerita, preorganizzata, predefinita. Credi nella creazione, suggerisce Bonello alla figlia. Credi nella potenza del cinema, nel suo essere elemento di creatività e dunque unico argine alla mediocrità omicida dell’ovvio. In un’epoca in cui si vive in mezzo ai morti – e i sogni della protagonista, con quella foresta oscura che sembra mescolare Dante Alighieri e David Lynch, raccontano proprio il superamento del confine tra ciò che è vivo e ciò che è defunto – solo la ricostruzione impossibile della narrazione può porsi come scudo difensivo.

Ecco dunque il Virgilio della protagonista, la youtuber Patricia Coma interpretata da una splendida Julia Faure, che si erge a cicerone di un viaggio che dovrà necessariamente credere ancora nel domani, come suggerisce la già citata canzone di De Simone. Tra chat di amiche del liceo che si raccontano truci storie di serial killer fino a quando una di loro non è vittima in diretta proprio di un folle omicida, schegge delle prove fatte da Georges Clouzot su L’Enfer – che sarebbe poi stato tradotto in immagini da Claude Chabrol –, ipotesi di monologhi trumpiani, soap opera a uso e consumo di bamboline che “vivono” nella camera della protagonista, ritorni alla celeberrima lezione che nel maggio del 1987 Gilles Deleuze tenne a la Femis (dal titolo emblematico Qu’est-ce que l’acte de création ?), Bonello compone un puzzle per il mondo che verrà, un atto d’amore e di speranza per sua figlia, e per la di lei generazione: il mondo ereditato è in frantumi, ma si può continuare a costruire, e lo si deve fare credendo nell’atto della creazione, nella palingenesi di tutto, nella ridefinizione di se stessi all’interno di un percorso collettivo che ha oltrepassato il punto di non ritorno. A suo modo dolcissimo, ma non per questo meno proteso alla sperimentazione di un linguaggio sempre fertile, Coma è un enigmatico diario di sopravvivenza, il racconto dell’accettazione di una sconfitta – quella dell’umanità occidentale – che deve trasformarsi in rivoluzione della prassi. Nella succitata conferenza del 1987 Deleuze afferma: «[…] La grande idea di Minnelli sui sogni, mi sembra, è che i sogni riguardano soprattutto chi non sogna; il sogno di chi sogna riguarda coloro che non sognano, e perché li riguarda? Perché non appena c’è un sogno dell’altro, c’è il pericolo. Vale a dire che il sogno delle persone è sempre un sogno divorante che minaccia di inghiottirci. E che gli altri sognino è molto pericoloso, e che sognare è una terribile volontà di potenza, e che ognuno di noi è più o meno vittima del sogno degli altri, anche quando è la ragazza più aggraziata, anche quando è la graziosissima fanciulla, è una terribile divoratrice, non per la sua anima, ma per i suoi sogni. Fate attenzione al sogno delle altre persone, perché se rimanete coinvolti nel sogno di un altro, siete fregati». A fregare è quindi sempre anche il cinema, che è sogno di qualcun altro, e che inghiotte in maniera fertile, costringendo a sognare a propria volta, a ri-creare, a sperare. Il cinema, suggerisce Bonello, è sempre un’utopia a cui è impossibile e necessario credere.

ps. Nel film, tra le voci che interpretano i pupazzetti nella stanza della protagonista, si sente anche quella di Gaspard Ulliel, scomparso meno di un mese fa ad appena trentasette anni. Il cinema, come afferma Bonello, garantisce sempre la sopravvivenza. Magra e dolorosa consolazione.

Info
Coma sul sito della Berlinale.

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