Dahomey

Dahomey

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Secondo lungometraggio per Mati Diop, Dahomey si è aggiudicato l’Orso d’Oro alla Berlinale 2024. Da sempre in cerca delle sue radici nel continente nero, stavolta la regista si occupa di un viaggio verso l’Africa, quello di 26 statue antiche restituite dalla Francia alla Repubblica del Benin.

Nel continente nero

Novembre 2021. Ventisei tesori reali del Regno di Dahomey stanno per lasciare Parigi per tornare al paese d’origine, l’attuale Repubblica di Benin. Insieme a migliaia di altri, questi manufatti furono depredati dalle truppe coloniali francesi nel 1892. Mentre l’anima dei manufatti viene liberata, infuria il dibattito tra gli studenti dell’Università di Abomey-Calavi. [sinossi]

Un’altra volta il cinema si occupa di un prezioso carico che dal parigino Musée de l’Homme prende la strada di ritorno verso un paese africano. Il calco del corpo della donna ottentotta, esibita nell’Ottocento come attrazione, come raccontato in Venere nera, e ora 26 opere d’arte, tra statue, manufatti, il trono, le porte, e ornamenti del Palazzo Reale di Abomey, capitale del Regno del Dahomey, ora Repubblica del Benin. Quest’ultima storia è raccontata da Mati Diop nel suo secondo lungometraggio, Dahomey, trionfatore al concorso della Berlinale 2024. Entrambi gli episodi fanno parte di una politica di redenzione per un passato coloniale o comunque in cui gli europei si sentivano in diritto di sfruttare i paesi africani anche in virtù di una propria presunta superiorità. Le 26 opere d’arte che hanno preso la strada di ritorno verso il Benin, trafugate dai soldati coloniali del generale Dodds nel 1892, fanno parte di una più profonda riflessione sul patrimonio culturale africano conservato nei musei dei paesi ex-colonizzatori, per il quale le nazioni africane chiedono insistentemente la restituzione. E l’operazione di indennizzo raccontata nel film appare proprio come un contentino, tanto più che le opere del Regno del Dahomey detenute su suolo francese, ammontano a circa 5000.

Mati Diop, francese di origini senegalesi, nipote di uno dei più grandi registi africani, Djibril Diop Mambéty, porta avanti una cinematografia incentrata sulle sue radici africane. Segue un percorso inverso a quello del suo primo lungometraggio Atlantique: dall’Europa all’Africa. Le prime immagini di Dahomey, delle mini-torri Eiffel come souvenir e una crociera in barca nella Senna, ci portano subito nella capitale francese. Da lì la regista segue il percorso di restituzione con uno stile che mescola il documentario e una sorta di realismo magico quando dà voce alle statue, ai loro pensieri in un flusso di coscienza. Voci tenebrose che si interrogano, si pongono problemi esistenziali, in uno schermo nero, il buio dentro i container di trasporto. E rigorosamente le uniche, nell’ancestrale lingua fon. Così la regista restituisce quella dignità che era stata tolta, ai re, agli avi, a una cultura. Mati Diop dà spazio a una visione comunque non manichea né semplicistica, ricordando il ruolo del Re Ghezo, raffigurato in una delle statuette, nella tratta di schiavi dell’Ottocento.

Dall’altra parte c’è il cinema del reale di cui fa parte una lunga, ed estenuante, discussione tra un gruppo di studenti del Benin, sul significato di quell’operazione di restituzione. Si possono vedere le influenze di tanti maestri del documentario. Ovviamente da Wiseman per la lunga parte dell’assemblea, ma possiamo trovarci anche il Nicolas Philibert di Un animal, des animaux, nella parte dell’allestimento del nuovo museo, e pure Austerlitz di Sergei Loznitsa. I visitatori che accorrono in massa a vedere le opere esposte mostrano la stessa becera superficialità di quelli al campo di sterminio di quest’ultimo film. Che i tesori nazionali del Benin possano diventare come le mini-torri Eiffel dell’inizio? Gadget di turisti stupidi che ignorano l’importanza storica e culturale delle opere davanti le quali si fanno i selfie?

Info
Dahomey sul sito della Berlinale.

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