Queer
di Luca Guadagnino
Con Queer Luca Guadagnino tenta un’impresa al limite dell’impossibile, quella di ridurre in immagini il cut-up lisergico di William S. Burroughs; ne viene fuori un’opera attenta, misurata ma che non sempre riesce a scavare in profondità, nonostante un grande lavoro produttivo nell’utilizzo delle scenografie.
I sogni dello Yage
È il 1950. William Lee è un americano sulla soglia dei cinquanta espatriato a Città del Messico. Passa le sue giornate quasi del tutto da solo, se si escludono le poche relazioni con gli altri membri della piccola comunità americana. L’incontro con Eugene Allerton, un giovane studente appena arrivato in città, gli mostra per la prima volta la possibilità di stabilire finalmente una connessione intima con qualcuno. [sinossi]
C’è un momento in cui William Lee – Bill Lee è lo pseudonimo utilizzato da Burroughs durante tutta la sua carriera di scrittore –, nel deliquio indotto dalla droga, osserva se stesso miniaturizzato camminare nel lurido corridoio che lo separa dalla sua camera d’albergo. È solo un istante, un’inquadratura psichedelica di pochi secondi, eppure allo stesso tempo sembra contenere il senso stesso di un lavoro come Queer, nono lungometraggio di finzione per Luca Guadagnino (sesto negli ultimi nove anni, a testimoniare un incremento non indifferente dei suoi ritmi produttivi) che prende parte in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Quell’occhio con le venature arrossate attraverso cui il personaggio interpretato da Daniel Craig si spia da solo è in qualche modo l’occhio dello stesso regista palermitano, che a sua volta si scruta, si studia, ragiona su di sé e sul significato di ciò che sta portando in scena. Di fronte a un testo quasi impossibile da maneggiare, come sempre con Burroughs – solo David Cronenberg riuscì nell’impresa di ri-rappresentare il suo mondo all’epoca de Il pasto nudo –, Guadagnino non ha timori e dopo aver spogliato Bill Lee denuda se stesso, si disossa; in quel corpo disteso sul letto che sogna/immagina/riverbera la nostalgia di sé, della sua epoca, del suo amore, c’è non tanto l’affettività del romanziere quanto quella del regista, con Queer che per quanto paradossale possa sembrare si trasforma minuto dopo minuto in un’accurata auto-rappresentazione, indagine del desiderio che va oltre la materialità del corpo, come suggerisce una delle più belle intuizioni di regia del film, quando la dissolvenza incrociata permette un gesto carezzevole di Bill verso Eugene Allerton, il giovane di cui si è invaghito. Un gesto impossibile, evanescente, ectoplasmatico come una vita vissuta (almeno) due volte, nel concreto e nell’immaginato.
Il cut-up burroughsiano vola in maniera inevitabile più in alto, disincrostando la forma predetta e prevedibile della letteratura, e Guadagnino combatte una battaglia impari scegliendo comunque a sua volta di riordinare la prassi produttiva contemporanea, eleggendo il classico come reale punto di riferimento. Ecco dunque una Città del Messico completamente ricostruita in studio a Cinecittà, elogio del fantastico, dell’impossibile, ma anche del non permanente; il set è transitorio come la vita di Bill, potrà essere distrutto o ridefinito in spazi e modi differenti, e ricorda anche – alla stessa stregua di ciò che faceva un anno fa Saverio Costanzo con Finalmente l’alba, o come visto solo un pugno di mesi or sono a Cannes in Grand Tour di Miguel Gomes, tutti film casualmente che possono contare sulla splendida fotografia di Sayombhu Mukdeeprom – come il cinema non sia reale in quanto vero, ma semmai reale in quanto immaginato. Re-immaginato, se si vuole. Gargantuesco nella sua dimensione produttiva, Queer cerca in ogni caso di seguire con ossequiosa fedeltà il testo di partenza, con quel viaggio da principio sessuale, quindi geografico, e infine drogato che si articola tra il Messico e il sud America, dove Bill ed Eugene si inoltrano nella giungla alla ricerca dello Yage, la pianta cui Bill attribuisce la capacità di sviluppare la telepatia, e il controllo delle menti (“il governo sovietico e quello statunitense lo stanno già sperimentando…”). Rispetto al testo di partenza si avverte un molcere romantico, affettuoso, che quasi oscura le velleità sarcastiche, e dure nella loro assertività di Burroughs; poco calembour, molto amore, come d’altronde sottolinea la scelta di ridurre al minimo il riferimento al mercimonio sessuale che invece nel romanzo viene reiterato in più di un’occasione. Daniel Craig, impegnato nell’arduo compito di ridurre a interpretazione la gigantesca postura etico-politico-intellettuale di Burroughs, si dimena il giusto soprattutto nella convincente primissima parte del film in cui lo si vede muoversi inesausto di locanda in locanda, di bar in bar, di mescal in cognac, alla ricerca di corpi da amare, o anche solo da poter osservare con desiderio.
In questo contesto Guadagnino si conferma cineasta fertile, anche se qua e là emergono zone d’ombra – la parte nel folto della foresta appare meno a fuoco, ma forse il delirio dei protagonisti sta semplicemente prendendo il sopravvento anche sulla messa in scena – e anche se qualche scelta si presenta come forzata, o forse non essenziale: il ricorso a canzoni dei decenni successivi, dai Nirvana a Prince fino ai Verdena, non funge effettivamente da contraltare all’ambientazione classica, e non innerva una riflessione ulteriore rispetto a ciò che sta accadendo in scena. In quello che è forse il suo lavoro più dichiaratamente cinefilo non è casuale che vengano chiamati per interpretare piccole parti colleghi di Guadagnino, come David Lowery e Lisandro Alonso, o che ci si imbatta in schegge di Powell/Pressburger, Lynch, Coen; è l’arte che riflette sull’arte comprendendo che si sta sempre parlando di vita, e che il cinema spacciato per immortale è in realtà un elemento transeunte, destinato a sua volta a svanire portando con sé la memoria di ciò che fu, di quel che si amò, del desiderio che mai viene mano di essere abbracciati, carezzati, protetti da se stessi.
Info
Queer sul sito della Biennale.
- Genere: drammatico, sentimentale
- Titolo originale: Queer
- Paese/Anno: Italia, USA | 2024
- Regia: Luca Guadagnino
- Sceneggiatura: Justin Kuritzkes
- Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
- Montaggio: Marco Costa
- Interpreti: Andra Ursuta, Daniel Craig, David Lowery, Drew Starkey, Jason Schwartzman, Lesley Manville, Lisandro Alonso, Michael Borremans
- Colonna sonora: Atticus Ross, Trent Reznor
- Produzione: Fremantle Media Company, Frenesy Film Company, The Apartment
- Distribuzione: Lucky Red
- Durata: 135'
- Data di uscita: 17/04/2025

Venezia 2024 – Minuto per minuto
Venezia 2024 – Presentazione
Challengers
Bones and All
Suspiria
Chiamami col tuo nome
A Bigger Splash
Io sono l’amore