Il pasto nudo

Il pasto nudo

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Con Il pasto nudo David Cronenberg filma l’infilmabile, trasformando in immagine la prosa di William S. Burroughs; un’occasione per ragionare una volta di più sul concetto di “dipendenza”, e sulla costruzione mentale di una realtà fittizia, mondo a parte rinchiuso nel gioco/incubo della mente.

Fuga dall’Interzona

Lo sterminatore di scarafaggi William Lee scopre che sua moglie Joan si droga con la polvere gialla utilizzata per uccidere gli insetti. Quando Lee è arrestato per possesso di stupefacenti, viene portato in commissariato in stato di allucinazione: qui vede un agente segreto sotto forma di uno scarafaggio gigante. Quest’ultimo assegna a Lee la missione di uccidere Joan, la quale sarebbe una spia dell’organizzazione Interzone Incorporated. [sinossi]
A functioning police state
needs no police.
William S. Burroughs, Il pasto nudo

Con Il pasto nudo David Cronenberg esordisce negli anni Novanta, lasciandosi alle spalle il decennio della carne trasformata/trasformabile allo slogan innodico “gloria e vita alla nuova carne”. La nuova carne è tutta nell’intraducibilità del linguaggio e nel concetto di dipendenza. Dopotutto il film che il regista canadese trae dal capolavoro letterario di William S. Burroughs – da sempre uno dei punti di riferimento culturali per l’autore di Brood e Scanners, insieme a James G. Ballard – è tutto teso in direzione di una nuova pelle da cucirsi addosso, una fuga distonica e impossibile in territori utopici (forse), inesistenti (di certo). È il linguaggio l’arma di distruzione che Burroughs utilizza nei confronti dei suoi lettori, come la polvere gialla che William Lee sparge per disinfestare i luoghi dall’invasione degli scarafaggi. Il lettore/scarafaggio alla medesima maniera deve essere tenuto a distanza, schiacciato da un’imponenza che è tutta nelle parole utilizzate, nello schema-anti-schema narrativo, nello sterminio non della logica ma della sua apparenza borghese, della sua inutile e dannosa placidità. L’intraducibilità in immagini di un lavoro come Naked Lunch è tutta condensata nella sconfitta della parola come veicolo di connessione tra gli esseri umani. La dialettica non passa attraverso la parola, che è depistante e impossibile. Un concetto già proprio del cinema di Cronenberg – non parte forse dall’epidemica e tumorale esistenza di un “nuovo” linguaggio anche la deriva psicotica di Videodrome? – e che trova nella letteratura di Burroughs l’apice di un percorso. Un percorso che, come si scriveva dianzi, ri-parte proprio da Il pasto nudo e dalla surreale e drogata vicenda dello sterminatore di scarafaggi uxoricida William Lee. L’Interzona è il non-luogo della mente di Lee così come in qualche misura sarà Pechino per René Gallimard nell’immediatamente successivo M. Butterfly, fino ad arrivare ovviamente all’auto-reclusione di Dennis Cleg in Spider, che va a chiudere idealmente questa breve ma significativa fase della carriera di Cronenberg. Nel mezzo, fondamentali e monolitiche, due dissertazioni ineguagliabili sulla dipendenza e sul linguaggio al di là del linguaggio come Crash ed eXistenZ. La spinta erotica autodistruttiva è dipendenza, il gioco è dipendenza. La fusione tra desiderio della carne e devastazione del metallo è la ricerca di una nuova forma di linguaggio, scevra anch’essa del peso della parola; lo stesso vale anche per il videogioco eXistenZ, che sfugge la dialettica attraverso l’atto, anche incomprensibile a chi lo sta compiendo – la costruzione meccanica di una pistola messa insieme con le parti della struttura ossea di un animale ne è forse l’esempio più brillante ed evidente.

La nuova carne ne Il pasto nudo è nuova parola, nuovo linguaggio, nuova ricerca di senso là dove non esiste apparente senso. Cronenberg prende tra le mani un romanzo volutamente illeggibile – e per questo assolutamente da leggere, da scarnificare pagina dopo pagina per finire assoggettati alla medesima droga di Burroughs – e pur ammantandolo di una supposta trama allestita mettendo insieme avvenimenti desunti dal libro, accadimenti reali della vita di Burroughs e aspetti presi da altri lavori dello scrittore, ne certifica l’assoluta alterità rispetto al panorama circostante. Nella narrazione che non narra si annida il bisogno di una mente che si è resa ottusa nell’assuefazione a un agente esterno, nel caso specifico la droga. Nella mente di Lee, scrittore e disinfestatore che assume la stessa sostanza che utilizza per operare genocidi di scarafaggi – e ucciderà anche lo scarafaggio/macchina da scrivere, in un istante di ribellione-ossessione contro il mondo, e quindi contro se stesso, unico artefice del (proprio) mondo – si agita l’idea dell’oppressione statale, di organismi più grandi e mostruosi di lui che possono schiacciarlo. È lui lo scarafaggio, in fin dei conti, ma è anche la mano armata di chi vuole estirpare gli scarafaggi.
La mente come buco nero, come sarà in maniera inevitabile in Spider ma che qui non si articola seguendo le funzioni del ragionamento psicologico. Non è un film psicologico Il pasto nudo, ma è al contrario un film psicotico. Non scandaglia la mente di un folle, ne è il frutto imputridito e faraonico, in cui tutto ha ancora diritto di trovare una propria collocazione, la realtà come il deliquio onirico, l’allucinazione eroinomane e la sublimazione erotica, il grottesco e il noir, il gotico e la fantascienza. Dalla penna di Burroughs Cronenberg estrae l’aggettivo sgradevole, componendo forse il suo film più eretico, meno collocabile, stra-ordinario perché avulso dalla prassi. Eppure, terminata l’era della carne in trasformazione, dell’orrore come linguaggio che può privarsi della parola, Cronenberg non si abbandona completamente alle lusinghe del visionario, lavorando un’immagine che è mostruosa fino ai limiti del risibile – la maschera dell’essere che gli commissiona il viaggio nell’Interzona ha una gommosità del tutto impossibile da credere – e immergendola in un “vero” che è quello dell’immaginario noir del b-movie hollywoodiano degli anni Quaranta e Cinquanta. Un’immagine si compenetra nell’altra, costrette in una dialettica mai osmotica né però fortemente oppositiva.

La mutazione del corpo non è più possibile, la carne è materia che non può essere gestita dalla mente, lei sì smembrata in particelle così distanti tra loro da non poterle connettere più. Il mondo del desiderio, anche erotico, è nell’occhio, nella scrittura, nella deformazione ideale del reale, nella sua riscrittura. Anche lì insorge ovviamente il demone della distruzione, come nella carne da mortificare-martoriare, perché l’essere umano non può sfuggire a quel passaggio. William Lee uccide sua moglie (come gli è stato ordinato, anche se lui ha negato l’ordine: dopotutto come scrive nel romanzo Burroughs “Uno stato di polizia che funziona non ha bisogno della polizia”) sparandogli in testa invece di colpire il bicchiere, moderno Guglielmo Tell senza ideali da dimostrare al mondo; è il motivo, la scusa che lo porta all’esilio nell’Interzona, già pronto a sognare i vagheggiati confini di Annexia, unico vero buen retiro possibile, Utopia marciscente. Per poter accedere ad Annexia, che ha l’aspetto di un paese del blocco sovietico immerso in una natura morta e autunnale, Lee deve dimostrare di essere uno scrittore: mostrare agli agenti di confine una penna, ipotetica arma di un giornalista e di un romanziere, non basta. “Facci vedere”, gli intima uno dei due agenti. Lee sveglia dunque Joan, il doppione di sua moglie di cui si è innamorato durante il periodo strascorso nell’Interzona, la fa giocare a sua volta a Gugliemo Tell e la uccide con un altro proiettile in testa. “Welcome to Annexia”. Nella ripetizione di un atto, reinterpretazione priva di modifiche o interpretazioni di qualcosa che è avvenuto, si legge generalmente la letteratura. Il primo gesto realmente borghese del personaggio interpretato da Peter Weller – in uno degli ultimi ruoli significativi della sua carriera e nel più rilevante insieme all’Alex J. Murphy di Robocop di Paul Verhoeven – è un omicidio, atto riproducibile senza dover ricorrere all’artefazione, alla costruzione di un immaginario, al delirio. William Lee, disperso negli effluvi di una droga che è la sua ossessione e la sua perdizione, è lucidissimo entrambe le volte che deve uccidere la donna amata – non necessariamente desiderata. Non esiste fuga psicogena, perché tutto è perfettamente racchiuso nella mente, carne immateriale che è la prima ossessione e il primo desiderio. Indistruttibile, destinata all’eterno ritorno e all’eterno omicidio. Ne Il pasto nudo rinasce una volta di più il cinema di Cronenberg, alla ricerca del nuovo linguaggio attraverso il quale aprire finalmente la (im)possibile dialettica con se stessi.

Info
La pagina Wikipedia dedicata a Il pasto nudo.
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