Maldoror
di Fabrice Du Welz
Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, Maldoror ripercorre liberamente l’orrorifico caso del mostro di Marcinelle, inabissandosi sequenza dopo sequenza in una dimensione malata e malefica, claustrofobica, priva di luce e speranza. Tenuto ai margini di un concorso che avrebbe meritato, Fabrice Du Welz si conferma autore dalle traiettorie personali e difficilmente incasellabili, da seguire con attenzione.
Le Plat Pays
Quando due ragazze scompaiono, Paul Chartier, giovane e impulsiva recluta della polizia, viene assegnato a Maldoror. Questa unità segreta è stata creata per monitorare un pericoloso maniaco sessuale. Quando l’operazione fallisce, stufo dei limiti imposti dalla legge, Chartier decide di dare la caccia ai colpevoli per conto suo… [sinossi – labiennale.org]
Il cinema inesorabile di Fabrice Du Welz ci mette di fronte al Male, al lato oscuro di una nazione (e non solo), a una ferita sociale che non si può rimarginare facilmente, all’ossessione della verità, della giustizia, alla ricerca disperata di un riscatto irraggiungibile. Ispirato al caso del Mostro di Marcinelle, Maldoror è un poliziesco a tinte orrorifiche che trasuda malessere, una sorta di versione brutta, sporca e cattiva di Zodiac. Le Plat Pays ne esce inevitabilmente malissimo, mentre il film di Du Welz, pur fuori concorso, trova forse la giusta e più che meritata visibilità.
In questa epoca marcata a fuoco dai true crime, che furoreggiano tra le varie piattaforme e titillano la morbosità spettatoriale, Du Welz si carica sulle spalle un peso da novanta, dovendo in buona parte rinunciare alla libertà creativa di film come Vinyan e Calvaire: «esplorare la natura del male e la ricerca della giustizia attraverso una storia realistica ed evocativa» è il mantra di Du Welz, la direttrice di Maldoror ma anche un limite autoimposto, una sorta di dovere morale.
Maldoror è un polar fangoso, in via di putrefazione. Un crogiolo di menzogne, silenzi, inganni, di colpevoli insabbiamenti, dalla base fino a vertici impensabili e soprattutto insondabili. Nel caratterizzare il protagonista, fin dalla scelta della sua assoluta e paciosa normalità fisica ed estetica, Du Welz traccia subito un confine tra possibile e impossibile, tra le illusioni di un volenteroso ma inadeguato agente e una rete invisibile, letale e spietata. Ripugnante.
Il gendarme Paul Chartier non ha il volto segnato del detective di lunga data, non ha il physique du rôle del novello eroe e nemmeno le stimmate del classico antieroe. In questa declinazione a perdere del true crime, intrecciato a un polar dai toni acidi, Du Welz mescola un po’ di tutto, andando a comporre uno strano patchwork che non ha paura di sfiorare la messa in scena da Bagaglino e dintorni (si veda la caratterizzazione della comunità italiana, che via via assume una forma diversa, spietatamente realistica, da reportage del TG regionale) per poi immergersi senza pudori nel putrido, nel delirio, nella sconfitta.
E se la terra è abitata, soprattutto sporcata e comandata, da volti dai contorni marcatamente lombrosiani, a tracciare il confine tra speranza e amara realtà, tra ossessione e resa, è il cielo negato di Maldoror, quel rosso che ci ricorda della supremazia del male. Du Welz via via frammenta il racconto e soprattutto l’indagine (già fatta a pezzi dalle vistosissime falle delle forze dell’ordine del Belgio, al tempo divise tra gendarmeria, polizia giudiziaria e polizia locale), sovrappone realtà e allucinazione, sospinge il malcapitato Chartier verso errori, trappole, balzane missioni in solitaria. Tra le pieghe del film si respirano il male, l’orrore e il dolore che impregnavano i celebri canti di Ducasse, quella stessa eccessiva violenza. Eccessiva ma reale. Reale ma nascosta. Ed è qui, tra questi anfratti angusti e bui, che il cinema di Du Welz scardina i confini del polar e del true crime, mettendoci di fronte a una manifesta finzione che muta in una realtà brutale e a suo modo limpida. Nella trasfigurazione duwelziana non troviamo ovviamente la più fedele lettura dei fatti di Marcinelle, ma siamo posti di fronte a una sconfitta dalla portata più ampia, a un’impotenza strutturale, forse a un flebile riscatto. Una parabola umana che deve fare i conti con un Paese – siamo negli anni Novanta – non solo corrotto, ma percorso da pulsioni represse, da una violenza trattenuta a stento. La Vallonia come le Ardenne. Un’altra trilogia ci starebbe benissimo.
Info
La pagina di Maldoror sul sito della Biennale.
- Genere: drammatico, poliziesco, thriller
- Titolo originale: Maldoror
- Paese/Anno: Belgio, Francia | 2024
- Regia: Fabrice Du Welz
- Sceneggiatura: Domenico La Porta, Fabrice du Welz
- Fotografia: Manuel Dacosse
- Montaggio: Nico Leunen
- Interpreti: Alba Gaïa Kraghede Bellugi, Alexis Manenti, Anthony Bajon, Béatrice Dalle, David Murgia, Félix Maritaud, Jackie Berroyer, Laurent Lucas, Lubna Azabal, Mélanie Doutey, Sergi López
- Colonna sonora: Vincent Cahay
- Produzione: Canal+, Frakas Productions, The Jokers Films
- Distribuzione: Movies Inspired
- Durata: 155'
- Data di uscita: 20/08/2026




Venezia 2024 – Minuto per minuto
Venezia 2024
Venezia 2024 – Presentazione
Dostoevskij
Zodiac
Memorie di un assassino – Memories of Murder
La isla minima
Red Riding: 1983
Red Riding: 1980
Red Riding: 1974