EPiC: Elvis Presley in Concert
di Baz Luhrmann
Con EPiC: Elvis Presley in Concert Baz Luhrmann torna su Elvis Presley non per ribadirne il mito, ma per restituirlo alla vertigine concreta della presenza. Attraverso un imponente lavoro su materiali d’archivio ritrovati e rimontati, il film evita tanto il museo quanto l’agiografia, e costruisce invece un’esperienza cinematografica in cui il corpo, la voce e il carisma di Presley tornano a imporsi con una forza quasi immediata. Più che un semplice documentario musicale, EPiC è un’opera di riscoperta percettiva: mostra Elvis come interprete, come uomo di spettacolo, come figura capace di abitare insieme la fragilità e la grandezza. Baz Luhrmann trasforma così il restauro in una forma di resurrezione, restituendo al Re non soltanto la memoria del trionfo, ma la vibrazione ancora viva della sua arte.
Elvis restituito alla fiamma
In EPiC: Elvis Presley in Concert, Elvis canta e racconta se stesso come mai prima d’ora in una nuova esperienza cinematografica firmata dal visionario Baz Luhrmann. Attraverso immagini d’archivio straordinarie, ritrovate e riportate a nuova vita, il film accompagna lo spettatore dentro la storica residenza di Presley a Las Vegas, restituendo tutta la potenza scenica, la musicalità e il carisma di uno degli artisti più influenti del Novecento. Tra esibizioni incandescenti, momenti dietro le quinte e materiali sonori in cui è lo stesso Elvis a prendere la parola, EPiC costruisce un ritratto insieme intimo e spettacolare, capace di sottrarre Elvis alla fissità della leggenda e di restituirlo alla sua più concreta umanità. Ne emerge non soltanto il racconto di un’epoca e di un’icona, ma l’esperienza viva di una presenza che il cinema riesce ancora, per un istante, a strappare al passato. [sinossi]
Tornare su Elvis Presley, dopo averne già fatto il centro di uno dei film più sfacciatamente ambiziosi e visionari del cinema recente, poteva sembrare per Baz Luhrmann un gesto ridondante, quasi un’eco superflua, il rischio di inseguire ancora una volta una figura già restituita alla contemporaneità con l’enfasi barocca e sentimentale del suo Elvis. E invece EPiC: Elvis Presley in Concert dimostra il contrario: non un ritorno manierato su una presenza già mitizzata, non una postilla illustrativa, non un’appendice destinata a confermare ciò che già si sapeva, ma un nuovo accesso al corpo stesso dell’icona, come se il cinema, liberato per un momento dalla sua scorza più monumentale, riuscisse finalmente a toccarne il respiro, la fatica, la febbre, la vibrazione ancora intatta. Più che aggiungere un altro tassello al mosaico di Presley, Luhrmann sembra voler riaprire una ferita luminosa nella memoria dello spettacolo americano, riportando Elvis là dove la leggenda smette di essere racconto e torna a farsi presenza, carne, voce, attrazione immediata. È qui che il progetto trova la sua necessità più profonda. Il cuore di EPiC è noto e insieme straordinario: immagini d’archivio recentemente riscoperte, girate all’inizio della celebre residenza di Presley a Las Vegas, un ingaggio che nel 1969 avrebbe dovuto durare appena poche settimane all’International Hotel e che invece, rivelandosi enormemente redditizio, si sarebbe protratto per oltre sette anni. Ma il punto non è soltanto documentario. Luhrmann e il suo collaboratore di lunga data Jonathan Redmond non si limitano a recuperare un evento storico: lo rimontano, lo rifondano, lo riportano a un grado d’intensità che fa pensare non tanto a una semplice operazione di restauro, quanto a una vera resurrezione percettiva. Attingendo a oltre sessanta ore di riprese recuperate da un archivio sepolto nel cuore di una montagna e affrontando un estenuante lavoro pluriennale di riallineamento tra suono e immagine, il regista australiano costruisce una celebrazione che non ha nulla di museale. Al contrario, il cosiddetto Re non è mai apparso così vivo, così fisicamente presente, così regale nella sua vulnerabilità spettacolare.
Questo ritorno a Elvis ha anche il merito di correggere una prospettiva storica sedimentata. Per una parte delle generazioni nate dopo i Beatles, Presley ha spesso rappresentato più un’immagine originaria che una presenza realmente operante: un antesignano, talvolta persino una figura sopravanzata dai nuovi assetti della popular music, quando il rock si spostò verso l’orizzonte dell’autorialità cantautorale seguendo il modello di Bob Dylan, Paul McCartney, John Lennon, Brian Wilson, e quando la Beatlemania prima e l’era di Woodstock poi finirono per modellare l’immaginario critico di decenni interi. Eppure proprio dopo lo special televisivo del 1968, con il suo clamoroso “ritorno”, e poi durante la leggendaria residenza di Las Vegas, Elvis tornò a imporsi come corpo scenico assoluto: travolse i fan con esibizioni ad altissimo voltaggio, con uno stile seduttivo e febbrile, con quelle tute di scena sudate e abbaglianti, mentre fuori il punk cominciava a germinare, il rock progressivo cercava nuove architetture e il metal veniva forgiato. In quella faglia storica, all’estremità nord della Las Vegas Strip, dove l’International Hotel and Casino accoglieva folle adoranti, un’icona ricoperta di strass, con i suoi occhiali dorati TCB, continuava a cantare i propri successi e, davanti a quella folla in delirio, a baciare le ragazze in prima fila. Luhrmann coglie magnificamente questa dislocazione: non un relitto del passato, ma una presenza anomala, ancora luminosissima, mentre il mondo musicale cambia forma attorno a lui.
I paragoni con Get Back di Peter Jackson sono inevitabili, e non soltanto perché anche qui il materiale d’archivio viene restituito a nuova vita attraverso un laborioso processo di ricostruzione tecnica e narrativa. C’è qualcosa di più sottile: come in Get Back, anche in EPiC il restauro non serve a monumentalizzare l’oggetto, ma a riaprire il tempo del processo, a restituire la creazione come esperienza in atto, come presente ancora instabile. Il fatto poi che una delle canzoni eseguite da Elvis intrecci il brano dei Beatles da cui il film di Jackson trae il suo titolo con Little Sister di Doc Pomus e Mort Shuman crea un ponte ulteriore, quasi un cortocircuito testuale, tra due grandi operazioni contemporanee di archeologia musicale. Ma se Get Back lavorava sulla tensione interna a una band sul punto di disfarsi, EPiC si concentra invece sulla permanenza di un carisma individuale che, lungi dall’essere già consumato, mostra qui una vitalità scenica quasi sfacciata, ancora capace di stupire. Una delle intuizioni più fertili del film è quella di restituire Elvis non soltanto come simbolo, ma come interprete. Presley non fu mai, in senso stretto, un autore-compositore sul modello che si sarebbe imposto con gli anni Sessanta avanzati; apparteneva a un’altra epoca, a un’altra economia della canzone, in cui i professionisti scrivevano e le leggende salivano sul palco per dare alle parole e alla melodia una seconda nascita, fatta di voce, corpo, ritmo, seduzione. È per questo che in EPiC anche brani relativamente lontani dal suo repertorio originario, come Bridge Over Troubled Water di Paul Simon, possono risplendere in una versione forse un po’ enfatica, ma nondimeno sincera, appassionata, quasi devota. E quando esplode Suspicious Minds, con la sua energia nervosa e quasi maniacale, il film mostra con chiarezza una verità elementare che troppo spesso la mitologia tende a coprire: Elvis dava tutto se stesso, come se l’atto di intrattenere coincidesse con una combustione continua, con un’offerta totale del corpo al pubblico.
Naturalmente anche chi conosce solo superficialmente Presley sa già qualcosa della sua grammatica scenica: le anche ondeggianti dei primi anni, i gesti enfatici, i colpi di karate della stagione tarda. E il precedente Elvis di Luhrmann aveva già lavorato molto bene nel riaccendere, anche grazie alla performance di Austin Butler, la consapevolezza del suo carisma e della sua statura dentro la cultura popolare. Ma qui accade qualcosa di diverso, e in un certo senso di più radicale. Anche un attore straordinariamente dotato come Butler, soprattutto quando indossa i celebri costumi di scena, impallidisce davanti alla bellezza elettrica, quasi felina, del giovane Presley restituito dal restauro. Il sorriso, gli occhi scintillanti incorniciati da lunghe ciglia, la spavalderia naturale, la qualità insieme animale e controllatissima del movimento: tutto concorre a spiegare, molto più di qualsiasi discorso teorico, perché così tante persone si siano innamorate in modo assoluto dello spettacolo che quell’uomo sapeva incarnare dal vivo, in televisione, sul grande schermo. EPiC non si limita a mostrare Elvis: lo rende nuovamente visibile nel senso più pieno del termine, cioè capace di colpire ancora. E tuttavia il risultato più sorprendente del film, anche qui in una zona di parentela con le rivelazioni più forti di Get Back, consiste forse nel restituire la musicalità profonda dell’artista. I momenti dietro le quinte, in cui la band lavora sugli arrangiamenti sotto la guida del leggendario Joe Guercio, hanno qualcosa di davvero prezioso: vediamo musicisti formidabili rielaborare le canzoni con il contributo diretto e tutt’altro che marginale di Presley; vediamo gli errori, le interruzioni, le risate, i piccoli momenti di leggerezza, le imperfezioni necessarie che accompagnano ogni avvicinamento alla forma. Sono istanti che umanizzano la figura e, insieme, ne complicano il ritratto: testimoniano una mente musicale molto più sofisticata di quanto molti siano stati disposti a riconoscergli, e mostrano come il suo talento non si esaurisse affatto nella sola esecuzione istrionica. In queste pieghe laterali, in questi interstizi di prova e ascolto, EPiC trova alcune delle sue verità più forti. Non meno importante è la scelta, compiuta da Luhrmann e Redmond con notevole intelligenza formale, di lasciare che sia Elvis stesso a raccontare Elvis. Registrazioni audio dell’artista, spesso autocritiche, non filtrate, segnate da esitazioni e consapevolezze dolorose, vengono intrecciate con grande abilità alle numerose sequenze musicali. Il montaggio, in questo senso, è il vero motore segreto dell’opera: non semplice cucitura ma atto interpretativo, gesto di pensiero. Il film costruisce così un ritratto intimo come pochi altri, capace di introdurre l’artista a chi ne conosce soltanto i tratti generali, ma anche di offrire ai fan più accaniti una serie di risonanze inattese, di accostamenti visivi e sonori che evocano insieme i trionfi e le difficoltà di un’esistenza consumata sotto il segno dello spettacolo. È qui che l’operazione di Luhrmann si fa davvero grande: quando evita tanto il feticismo agiografico quanto la correzione revisionistica, e lascia invece che la contraddizione resti visibile, che la figura pubblica e l’uomo si riflettano l’uno nell’altro senza mai coincidere del tutto.
Il progetto avrebbe potuto limitarsi a restaurare i due film-concerto da cui proviene la maggior parte delle immagini, come un tempo sarebbe accaduto all’originario Let It Be. Invece, ancora una volta come accade in Get Back, Luhrmann e Redmond trasformano quel materiale in qualcosa di molto più vasto di una semplice raccolta di straordinarie performance dal vivo. EPiC s’immerge tanto nell’uomo che esiste dietro il palco quanto in quello che si muove davanti alla folla, e da questa combinazione nasce una forma quasi magica, in cui la potenza spettacolare non cancella la fragilità, ma anzi la include dentro la grandezza. Il film musicale, qui, ritrova una delle sue vocazioni più alte: non documentare una performance, ma costruire un’esperienza in cui visione, ascolto e memoria si fondono. Che questa esperienza abbia una forza immediatamente contagiosa lo dimostra anche la reazione del pubblico alla prima: applausi tra una canzone e l’altra, persone che ballano tra le file delle poltrone, lo stesso Luhrmann che si unisce alla festa. Non è un dettaglio folclorico, ma il segno di una persistenza. Vedere EPiC sul grande schermo significa avvicinarsi, mezzo secolo dopo, a qualcosa che assomiglia davvero all’essere stati presenti a quella residenza di Las Vegas: non perché il film sostituisca l’evento, ma perché ne riattiva l’energia, il magnetismo, il desiderio di partecipazione. Destinato a entusiasmare i fan di lunga data e insieme a generarne di nuovi, EPiC: Elvis Presley in Concert è anzitutto un capolavoro di montaggio. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. È anche un documentario che restituisce il senso di quanto Elvis abbia cambiato la musica popolare e, nello stesso tempo, di quanto nel profondo sia rimasto un uomo governato da due forze semplici e assolute: una voce di straordinaria potenza e un bisogno ardente di intrattenere. Il Re è morto, certo, e con lui è morto da tempo anche un certo immaginario del trionfo americano, del palcoscenico come luogo in cui il desiderio collettivo si concentra per un istante in un solo corpo. Ma grazie a Baz Luhrmann e alla sua squadra, quell’immagine così a lungo consumata dal cliché viene oggi restituita a una luce nuova, e torna a brillare non come un relitto nostalgico, bensì come il segno inquieto e febbrile di una presenza che continua a resistere al tempo. Per un istante, e non è un istante da poco, il cinema riesce in ciò che solo raramente gli accade: non limitarsi a ricordare un fantasma, ma restituirgli calore, peso, vertigine, e lasciarlo avanzare ancora una volta verso di noi, vivo nella sua lontananza, intoccabile eppure di nuovo umano.
Info
EPiC: Elvis Presley in Concert, un trailer.
- Genere: documentario, musicale
- Titolo originale: EPiC: Elvis Presley in Concert
- Paese/Anno: Australia, USA | 2025
- Regia: Baz Luhrmann
- Montaggio: Jonathan Redmond
- Interpreti: Elvis Presley
- Colonna sonora: Elvis Presley
- Produzione: Authentic Studios, Bazmark Films, Sony Music Vision
- Distribuzione: Universal Pictures
- Durata: 97'
- Data di uscita: 05/03/2026




The Blank Generation
Mutiny in Heaven: The Birthday Party. Nick Cave – La prima fila non è per i fragili
Neil Young: Heart of Gold
Priscilla
Nick Cave – This Much I Know to be True
Elvis
The Beatles: Get Back
Elvis & Nixon