Noi due sconosciuti

Noi due sconosciuti

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Con Noi due sconosciuti Janicke Askevold costruisce una commedia morale trattenuta, attraversata da un’ironia sottile e da un’inquietudine affettiva che cresce senza forzature. Il film parte da una premessa potenzialmente brillante – una madre single che rintraccia il donatore anonimo grazie al quale è nato suo figlio – e la conduce verso un territorio più complesso, dove la curiosità diventa bisogno, la menzogna si trasforma in relazione, e ogni definizione familiare mostra la propria insufficienza. La regista osserva Edith e Niels senza ridurli a funzioni narrative: lei non è soltanto la madre autonoma chiamata a difendere una scelta, lui non è soltanto il padre biologico inconsapevole. Sono due adulti imperfetti, esitanti e dolenti, costretti a misurarsi con una verità che modifica il senso stesso del loro incontro. La forza del film nasce soprattutto dal peso specifico dei due interpreti. Lisa Loven Kongsli costruisce Edith come una figura contraddittoria, capace di coraggio e d’imprudenza, di amore e di controllo; Herbert Nordrum dona a Niels una dolcezza esitante, laterale, mai caricaturale. Attorno a loro Askevold compone un racconto di piccoli scarti, pause, imbarazzi e omissioni, lasciando che il tema delle nuove famiglie emerga senza manifesto ideologico. Noi due sconosciuti trova così la propria qualità più preziosa nella misura: racconta il momento in cui un legame inatteso chiede di essere nominato, senza pretendere di possederlo.

La forma incerta degli affetti

Edith è una giornalista norvegese e cresce da sola il piccolo Sigurd, nato attraverso l’inseminazione artificiale grazie a un donatore anonimo. La sua scelta di maternità, compiuta fuori dalla forma tradizionale della coppia, sembra aver trovato un equilibrio possibile tra lavoro, amicizie, responsabilità quotidiane e affetto materno. Eppure, con il passare del tempo, dentro quella decisione autonoma si apre una domanda sempre più insistente: chi è l’uomo da cui proviene una parte del figlio? Quali tratti, quale voce, quale modo di stare al mondo potrebbero un giorno riaffiorare in Sigurd? Attraverso un fascicolo e una registrazione audio, Edith riesce a risalire all’identità di Niels, l’uomo che anni prima ha donato il proprio seme senza immaginare che quella scelta potesse un giorno tornare nella sua vita sotto forma d’incontro. Per avvicinarlo, Edith finge di volerlo intervistare per un articolo sulla sua azienda. La piccola menzogna iniziale diventa così il varco attraverso cui nasce una relazione inattesa, fatta d’imbarazzo, curiosità, attrazione, esitazioni e mezze verità. Mentre Edith cerca nel volto di Niels una possibile immagine futura del figlio, l’uomo comincia a percepire un legame di cui ignora ancora l’origine. Il rapporto tra i due si fa progressivamente più fragile e ambiguo, sospeso tra intimità e inganno, tra desiderio di conoscenza e violazione dell’altro. L’ingresso di Niels nella vita di Edith rimette in movimento amici, famiglia, ruoli e definizioni, costringendo tutti a interrogarsi su cosa significhi essere madre, padre, donatore, figlio, famiglia. Quando la verità si avvicina, ciò che era nato come ricerca privata diventa una prova morale: capire se un legame nato fuori tempo possa trovare un posto senza trasformarsi in possesso, senza cancellare la libertà di Edith e senza imporre a Sigurd una forma affettiva già decisa dagli adulti. [sinossi]

Una scelta compiuta in solitudine può continuare a vivere molto tempo dopo il momento in cui sembrava conclusa, depositando nella vita di chi l’ha presa una domanda ostinata, segreta, capace di riemergere quando tutto pareva aver trovato un ordine. Noi due sconosciuti, secondo lungometraggio della regista norvegese Janicke Askevold, parte da questa zona opaca, intima e moralmente irrequieta in cui una donna, dopo aver costruito la propria maternità senza affidarsi alla forma tradizionale della coppia, scopre che anche le decisioni più autonome possono lasciare dietro di sé un volto mancante, una figura assente che, esclusa dalla vita quotidiana, finisce per crescere nell’immaginazione con una forza sotterranea. Edith, interpretata da Lisa Loven Kongsli, è una giornalista e una madre single. Da quattro anni cresce da sola il figlio Sigurd (August Heger-Bratterud), nato attraverso l’inseminazione artificiale grazie a un donatore anonimo. La sua vita sembra essersi organizzata intorno a un equilibrio faticoso, certo, ma conquistato con lucidità: il lavoro, il bambino, gli amici, una rete affettiva capace di sostenerla senza sostituirsi a lei. Edith conosce le ragioni della propria scelta, sa difenderla e accoglie con una certa ironia quei complimenti maschili che, dietro l’apparente ammirazione, tradiscono spesso lo stupore paternalistico davanti a una donna che ha deciso di diventare madre senza chiedere autorizzazione a un modello familiare prestabilito. Eppure, dentro questa forza dichiarata, Askevold individua la fessura più interessante del personaggio: Edith sfugge tanto all’immagine levigata della nuova libertà femminile quanto alla rigidità dei personaggi chiamati a confermare una tesi. È una donna intelligente, contraddittoria, capace di coraggio e di esitazione, di sincerità e di menzogna, di amore materno e d’imprudenza emotiva.

L’inquietudine che comincia a tormentarla riguarda il padre biologico di Sigurd: una figura paterna puramente biologica, assente dalla vita quotidiana del bambino, eppure depositaria di una possibilità genetica, di un frammento di futuro che Edith sente il bisogno di interrogare. Più che conoscere Niels, cerca di scorgere attraverso di lui il figlio che ancora non esiste, l’adulto possibile nascosto nel bambino di oggi. Vuole intuire i tratti che verranno, il corpo che prenderà forma, la voce ancora nascosta, l’inclinazione futura dello sguardo, il modo in cui Sigurd, crescendo, imparerà a stare al mondo. È una curiosità comprensibile e insieme pericolosa, perché nasce dall’amore e immediatamente lo espone al rischio dell’invasione. La maternità, nel film, perde ogni astratta purezza. È anche ansia, controllo, bisogno di sapere, desiderio di proteggere il figlio persino da ciò che ancora non è accaduto. Il fascicolo del donatore e una registrazione audio, nella quale l’uomo parla di sé con la cautela impersonale dei documenti destinati a non diventare mai incontri, permettono a Edith di ricostruire l’identità di Niels, interpretato da Herbert Nordrum. Da quel momento il film smette di essere soltanto il racconto di una ricerca e diventa qualcosa di più instabile: una progressiva contaminazione tra inchiesta e intimità, tra curiosità professionale e desiderio privato, tra diritto a sapere e violazione dell’altro. Edith lo contatta fingendo di volerlo intervistare per un articolo sulla sua azienda. La menzogna è minima, quasi elegante, appena sufficiente a permettere il primo passo. Il cinema di Askevold comprende bene la natura delle menzogne più insidiose: nascono come espedienti minimi, si accomodano nella conversazione, acquistano calore, diventano abitudine, e alla fine pretendono di essere protette da altre menzogne. Il cuore del film sta nell’incontro tra i due, nella qualità nervosa e trattenuta dei loro dialoghi, nella maniera in cui due persone che dovrebbero rimanere estranee finiscono per riconoscere l’una nell’altra una fragilità imprevista. Niels, che in una commedia più grossolana sarebbe potuto diventare soltanto il donatore goffo, l’uomo ridotto alla propria funzione biologica, acquista invece una malinconica densità umana. Herbert Nordrum lo interpreta con una dolcezza laterale, senza forzare mai il personaggio verso la caricatura o verso la seduzione programmata. Niels sembra appartenere a quella famiglia di uomini apparentemente disarmati che il cinema scandinavo contemporaneo sa osservare con particolare precisione: figure un poco incerte, buffe per esitazione, a tratti sfuggenti ma capaci di rivelare, sotto la superficie dell’imbarazzo, una domanda d’affetto più seria di quanto loro stessi saprebbero ammettere.

Accanto a lui, Lisa Loven Kongsli costruisce Edith come un organismo emotivo in continua tensione. La sua prova vive d’incrinature minime: un sorriso che dura un istante di troppo, uno sguardo che si ritrae prima di essere scoperto, una frase detta con naturalezza e subito velata da una colpa muta. Edith deve conservare il controllo del proprio racconto, perché ogni cedimento rischia di svelare la verità; e questa vigilanza, questo sforzo di governare l’immagine di sé, la rende tanto più vulnerabile. Kongsli tiene Edith lontana dalla simpatia immediata dello spettatore. Accetta di rendere Edith scomoda, anche egoista, in certi momenti accecata dalla propria necessità. È una scelta decisiva, perché permette al film di sottrarsi al ricatto della correttezza morale e di avvicinarsi a qualcosa di più vivo: una donna capace di sbagliare continuando ad amare, di mentire senza diventare cinica, di inseguire una risposta fino a scoprire, poco alla volta, di aver chiamato nella propria vita una persona reale. La regia di Askevold procede per misura e pudore, affidando la forza della premessa ai piccoli scarti dell’imbarazzo, ai silenzi trattenuti, alle esitazioni dei corpi e sottraendola alla tentazione della battuta facile o della farsa. Il tema avrebbe potuto autorizzare una commedia molto più esplicita, fondata sull’equivoco sessuale, sull’imbarazzo biologico, sulla meccanica brillante dello scambio d’identità. La regista sceglie invece una strada più difficile: lascia che l’umorismo emerga dai tentativi maldestri di dire la cosa giusta, dal disagio di corpi adulti chiamati a negoziare parole antiche – madre, padre, famiglia, desiderio – dentro configurazioni nuove, ancora prive di una grammatica condivisa.

In questo senso Noi due sconosciuti è anche un film sulle parole insufficienti. “Padre biologico” è un’espressione esatta e insieme poverissima: dice tutto sul piano genetico, quasi nulla sul piano umano. “Donatore” riduce un uomo a un atto, a una funzione, a un gesto compiuto altrove e in un tempo ormai concluso. “Madre single” rischia di definire Edith attraverso una mancanza, mentre la sua vita è piena di relazioni, di fatica, di desideri, di responsabilità. Il film si muove tra queste definizioni imperfette, cercando di capire cosa accade quando la lingua sociale non basta più a contenere le trasformazioni dell’esperienza. La famiglia, qui, prende la forma di un organismo mobile, ridisegnato di continuo dai gesti, dalle paure, dagli slanci di generosità, dai desideri di possesso e dalla necessità di includere qualcuno senza sapere ancora quale posto assegnargli. Askevold guarda alla monogenitorialità senza spirito dimostrativo. Il film evita di chiedere allo spettatore approvazione o condanna nei confronti di Edith, e sottrae Sigurd al rischio di diventare un argomento vivente dentro un dibattito ideologico. Il bambino occupa insieme il centro e i margini: presenza concreta, motore di tutto, figura sottratta alla funzione retorica. Edith cerca Niels per lui; dalla sua esistenza ogni scelta acquista peso; nella sua crescita futura la curiosità della madre trova la propria giustificazione più intima. Eppure il film sa che nessun amore, nemmeno quello materno, rende innocente ogni gesto. L’affetto può generare menzogna, la cura può assumere la forma del controllo, il desiderio di proteggere può trasformarsi in violazione della libertà altrui. La parte più adulta del racconto emerge qui: nella capacità di osservare il bene mentre perde innocenza, la tenerezza mentre diventa ambigua, la responsabilità mentre si confonde con il desiderio. La relazione tra Edith e Niels scivola poco alla volta dal passato biologico di Sigurd al presente dei due adulti. Qui il racconto tocca il suo punto più delicato. Edith oltrepassa la ricerca iniziale di un’informazione; Niels smette di coincidere con la sola funzione biologica che lo ha legato, senza saperlo, alla nascita di Sigurd. Tra loro si crea una corrente affettiva vera, resa però fragile dalla sua origine menzognera. Ogni gesto di vicinanza contiene una sottrazione; le confidenze si appoggiano su ciò che resta taciuto. Il film costruisce così una suspense morale, fondata meno sulla scoperta che sulle sue conseguenze: il momento in cui Niels verrà a sapere la verità, la forma assunta da quella rivelazione, i legami incrinati, quelli forse resi possibili, il posto destinato a quest’uomo dentro una vita già cominciata senza di lui.

Intorno a Edith, gli amici e la famiglia acquistano la funzione di un piccolo coro contemporaneo davanti al quale la protagonista misura, e spesso nasconde, la propria trasformazione. La sua scelta originaria di diventare madre da sola, accolta con ammirazione, curiosità, talvolta con incomprensione mascherata da sostegno, viene rimessa in discussione dall’ingresso concreto di Niels. La sua presenza lascia intatta la maternità di Edith, già piena nella sua forma imperfetta e viva, e introduce un elemento imprevisto che costringe tutto il suo sistema affettivo a ridisegnare distanze, ruoli, possibilità. La domanda più interessante riguarda allora il posto possibile di Niels dentro quella costellazione affettiva: una presenza da pensare con cautela, chiamata a rispettare la libertà di Edith, la vita di Sigurd, l’origine anonima di quel legame, lontana dalla pretesa tardiva di una paternità imposta. Il titolo italiano, Noi due sconosciuti, conserva felicemente questa ambivalenza. Edith e Niels sono sconosciuti l’uno all’altra, eppure solo in parte. Tra loro c’è già qualcosa, prima ancora che s’incontrino: un bambino, una traccia biologica, una scelta passata, una conseguenza viva. Sono due estranei legati da ciò che uno dei due ignora e l’altra conosce troppo bene. Il film trova in questa asimmetria la propria tensione e la sua forza nasce dal rifiuto di semplificarla. Edith porta con sé zone d’ombra, Niels custodisce una fragile opacità, e ogni soluzione possibile lascia dietro di sé una parte ancora aperta, una scoria emotiva che impedisce alla vicenda di pacificarsi del tutto. Prende forma, piuttosto, la lenta educazione sentimentale di due adulti costretti a comprendere che la verità, quando arriva tardi, non cancella il tempo della menzogna: lo illumina, lo ferisce, lo rende finalmente visibile. Il peso specifico di Lisa Loven Kongsli e Herbert Nordrum diventa allora una vera forza drammaturgica. Quando Edith e Niels sono insieme, il film trova la propria temperatura più esatta, perché nei corpi, nei silenzi, nelle esitazioni minime del dialogo prende forma quella miscela instabile d’imbarazzo, attrazione, diffidenza, humour, paura e bisogno di essere visti che costituisce il nucleo più vivo del racconto. Quando si separano, affiora una lieve dispersione, come se l’opera attendesse di ritrovare il proprio baricentro nel loro corpo a corpo verbale e silenzioso. Anche questa oscillazione appartiene alla natura del racconto, perché Noi due sconosciuti vive dell’irruzione di un legame imprevisto, capace di entrare nella vita di Edith e di rendere improvvisamente meno stabile tutto ciò che sembrava già definito.

Janicke Askevold firma un film piccolo solo in apparenza, capace di affrontare questioni vastissime – maternità, identità, biologia, desiderio, autonomia femminile, nuovi modelli familiari – attraverso una camera morale ristretta, fatta di primi piani, esitazioni, incontri, omissioni. La sua regia possiede una qualità rara: ascolta i personaggi prima di giudicarli. Li segue mentre cercano di apparire migliori di quanto siano, cadono nelle proprie contraddizioni e scoprono che ogni libertà davvero adulta deve accettare il peso delle conseguenze. Di Noi due sconosciuti rimane una tristezza lieve e feconda: la nascita incerta, imperfetta, moralmente fragile, di una possibilità affettiva colta nel momento stesso in cui cerca le proprie parole. Più che celebrare semplicemente le nuove famiglie, il film osserva il momento più fragile in cui una forma di famiglia deve ancora capire se può esistere, quali parole usare, quali confini rispettare, quali ferite accettare. Dentro questa incertezza, i due sconosciuti del titolo cessano poco alla volta di esserlo davvero, mentre la verità che li supera chiede loro la cosa più difficile: lasciare libero ciò che li unisce.

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Il trailer di Noi due sconosciuti.

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