Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

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A quattro anni di distanza dall’esordio I crimini di Emily il quarantaquattrenne statunitense John Patton Ford torna alla regia con Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, sapida commedia nera che torna a ragionare sul conflitto di classe ma ha il coraggio di porre al centro della narrazione un personaggio ossessionato solamente dalla scalata al potere, con ogni mezzo possibile e immaginabile.

La piramide asociale

Becket Redfellow è un outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine: una dinastia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita. Determinato a reclamare ciò che ritiene suo di diritto, Becket mette in atto un piano tanto ambizioso quanto spietato: eliminare, uno dopo l’altro, tutti i parenti che lo separano dall’eredità miliardaria. Ma l’incontro e lo scontro con Julia Steinway rimetterà in discussione tutto, fino al confronto finale con il temuto capo famiglia, Whitelaw Redfellow. [sinossi]

In C’eravamo tanto amati, capolavoro di Ettore Scola del 1974, il palazzinaro senza scrupoli Romolo Catenacci (interpretato da un sontuoso Aldo Fabrizi all’apice della sua classe attoriale) così sentenzia di fronte al giovane avvocato Gianni Perego – Vittorio Gassman –, titubante nella scelta tra gli ideali socialisti e la carriera truffaldina ma di enorme impatto economico che gli viene proposta dall’imprenditore: «Aricordete che chi vince la battaglia con la coscienza ha vinto la guerra dell’esistenza». Una frase che, al di là delle forti inflessioni romanesche, deve necessariamente risuonare anche nella mente di Becket Redfellow, il protagonista di How to Make a Killing, che in Italia la distribuzione ha trasformato in Ricchi… da morire, aggiungendo anche la ben poco utile postilla Delitti in famiglia, quasi fosse indispensabile sottolineare il carattere “intimo” della vicenda. Se Ricchi… da morire non indica allo spettatore alcunché di rilevante, al contrario dell’originale che come minimo sottolinea il nucleo centrale del racconto – un uomo qualunque che decide di tramutarsi in un killer spietato eliminando uno dopo l’altro i membri della propria famiglia con l’unico intento di rimanere come erede universale dell’immenso patrimonio –, è comunque interessante notare come il cinema contemporaneo sia sempre più proteso alla rappresentazione di un conflitto di classe vieppiù insanabile all’interno di una società in cui il capitalismo selvaggio spadroneggia senza che vi sia più alcun rovello morale – la battaglia con la coscienza – sul quale soffermarsi. Se a livello mondiale è stato Parasite di Bong Joon-ho a indicare la via, è difficile che durante la visione dell’opera seconda di John Patton Ford (l’esordio I crimini di Emily vide la luce nel 2022) non faccia capolino tra gli anfratti della memoria qualche scheggia di Knives Out, vale a dire Cena con delitto, il whodunit di Rian Johnson che subito prima delle restrizioni dovute allo spandersi del COVID-19 raggranellò a livello mondiale svariate centinaia di milioni di dollari.

In qualche misura Ricchi… da morire può quasi apparire come il riflesso maligno del film di Johnson: se in quel caso la giovane infermiera Marta Cabrera cui donava volto e voce Ana de Armas si trovava invischiata con il suo sguardo innocente nel lordume della battaglia per l’eredità, stavolta Becket Redfellow ha lo sguardo surrettizio e imbonitore di Glen Powell, uno che con l’ambiguità si diverte a giocherellare – si pensi ovviamente al ruolo ricoperto in Hit Man di Richard Linklater, ma anche alla faccia da schiaffi che sfodera tanto in Tutti tranne te di Will Gluck che in Twisters di Lee Isaac Chung. Ford mette subito le cose in chiaro: il suo eroe è un assassino fatto e finito, che non si perita di gettare in fondo all’oceano un cugino che non ha mai conosciuto legandogli il piede a un’ancora o di farne fuori un altro per di più scippandogli la compagna da sotto il naso. Fin dall’incipit il suo schema è chiaro, ed è dominato dal sentimento di vendetta: figlio della figlia prediletta di uno degli uomini più ricchi del mondo, cacciata però di casa una volta rimasta incinta di lui, Becket vuole giustizia per sua madre, morta poi in giovane età a seguito di una terribile malattia, senza che nessun parente si sia fatto vivo per aiutarlo o consolarlo per la gravissima perdita. Becket – il nome ovviamente non è casuale, visto il teatro dell’assurdo che prende corpo in scena – sa che una volta uccisi tutti i suoi zii e cugini spetterà a lui, in linea di successione, ereditare il malloppo. Se la sceneggiatura scritta dallo stesso John Patton Ford partendo dalla visione di Sangue blu di Robert Hamer (Kind Hearts and Coronets, 1949), classico della black comedy britannica, si muove su un ritmo sostenuto, riuscendo a catturare le simpatie spettatoriali, ciò che eleva Ricchi… da morire al di sopra di una sapida commedia canonica è la scelta di far vincere definitivamente al suo protagonista la battaglia con la coscienza. Non esiste pentimento in Becket, perfino quando si trova a poche ore dalla forca, né c’è un’oncia di comprensione o pietà nei confronti di persone che neanche conosce davvero. Ciò che conta, pare sottolineare con più di una punta di sadismo il regista, è l’acquisizione del potere economico. Tutto il resto è destinato a passare in cavalleria, anche gli affetti, anche le memorie, anche l’amore. È in questo cinismo che il film trova la sua chiave di volta, cui partecipa un cast in grande spolvero, capitanato da Powell ma nel quale si fanno notare in particolar modo un mefistofelico Ed Harris e soprattutto Margaret Qualley nelle vesti di Julia, amica d’infanzia di Becket dominata a sua volta da una brama di ricchezza che la rende una perfetta dark lady.

Info
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, un trailer.

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