Supergirl

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Secondo capitolo del DC Universe (DCU), soft-reboot del DC Extended Universe (DCEU), Supergirl mette mano alla pregevole mini-serie Supergirl: La donna del domani di Tom King e Bilquis Evely, inseguendo un impossibile equilibrio tra il rispetto dell’opera originale e le presunte necessità del franchise, del grande pubblico, degli spettatori più che dei lettori. Ed ecco, allora, il minutaggio concesso a Superman e soprattutto – ahinoi – l’invasiva presenza di Lobo, il cacciatore di taglie intergalattico. A tenere in piedi la baracca, invece, è proprio la donna del domani, supereroina evidentemente condannata a dover dimostrare sempre qualcosa in più.

Woman of Tomorrow

Quando un avversario inaspettato e spietato colpisce troppo vicino a casa, Kara Zor-El, alias Supergirl, seppur con riluttanza, è costretta a stringere un’improbabile alleanza intraprendendo un’epica avventura interstellare all’insegna della vendetta e della giustizia, e per salvare la vita del suo migliore amico, il cane Krypto. Alla fine, Supergirl dimostrerà che fare del bene può essere difficile e non sempre richiede di essere gentili… [sinossi]
Chi è un bravo cane, chi è un bravo cane?
Krypto è un bravo cane.
– Ruthye Marye Knoll, Supergirl: La donna del domani.

A farla breve, anzi brevissima, la mini-serie di Tom King e Bilquis Evely è una rilettura de Il Grinta: il Selvaggio West travalica i propri confini mutando in una policromatica Space Opera; il vecchio sceriffo ubriacone diventa ovviamente la bionda supereroina, anche lei alle prese con qualche bottiglia di troppo; Mattie è Ruthye, privata della sua centralità e della voce narrante. Per tacer del gatto\cane e del cavallo – se Krypto è un personaggio indigesto per una parte del pubblico, Comet poteva essere la goccia che fa traboccare il vaso: un vero peccato, tenendo conto del ruolo ritagliato da King per il super equino, sostituito nel combattimento finale della trasposizione cinematografica dall’ingombrante quanto superfluo Lobo di Jason Momoa. Insomma, dopo aver posto con un rinnovato Superman le basi del DC Universe, Gunn compie una sorta di passo a lato, più che in avanti: Supergirl attinge a piene mani dalle pagine del fumetto, mantenendo fede alle premesse\promesse gunniane, ma senza concedere all’opera e al personaggio principale piena fiducia. Anche per questo, in fin dei conti, si eclissa il primo titolo scelto, ovvero il diretto riferimento alle pagine di King ed Evely. Repetita iuvant, un peccato.

Se la penna di King poteva trovare una fedelissima trasposizione, il rispetto filologico dell’abbacinante lavoro di Evely era sostanzialmente impossibile. Forse, in una dimensione alternativa e non in questo mondo, ci sarebbero riusciti dei novelli fratelli Fleischer, ma solo con un budget astronomico e maggiore lungimiranza – restando nella sfera dell’impossibile, lo stile classico di Evely, così elegante, pittorico e ricco di sfarzosi dettagli, sarebbe calzato a pennello con il rotoscopio russo di derivazione fleischeriana\disneyana. A dire il vero, Supergirl ci prova a rendere giustizia alle tavole del fumetto, e in parte ci riesce: in tal senso, si veda lo scontro nello Spazio, una delle sequenze più riuscite e visivamente suggestive. Però, nel complesso, l’impressione è che Supergirl non abbia potuto godere – che beffardo paradosso – delle libertà creative concesse a Gunn dalla Marvel: erano altri tempi, indubbiamente di vacche grasse, e Guardiani della Galassia era relegato ai confini dell’Impero, con l’evidente possibilità di poter essere più sbarazzino sul piano estetico.
La normalizzazione grafica e cromatica del film di Craig Gillespie (Lars e una ragazza tutta sua, Tonya) deflagra, non a caso, tutte le volte che entra in scena Lobo, oggetto solo parzialmente estraneo – inizialmente King lo aveva preso in considerazione come compagno d’avventura di Kara Zor-El – e rinforzo non necessario ma persino deleterio nell’economia narrativa, emotiva ed estetica della pellicola. Il personaggio affidato a Momoa è la cartina tornasole dell’indecisione di Gunn e soci, delle dinamiche produttive di Hollywood, di un modo di fare cinema troppo legato alle previsioni, ai diabolici test screening. Felicissima sulla carta, la scelta di Gunn di realizzare la trasposizione live action di Supergirl: La donna del domani si è rivelata un vorrei ma non posso, un bicchiere mezzo pieno. Apprezzabile, a tratti amabile, ma con un potenziale smaccatamente non espresso.

Ed è indicativo che a tenere in piedi la baracca sia proprio la donna del domani quando è libera di muoversi da sola (con Ruthye e Krypto, purtroppo senza Comet): la bellezza singolare di Milly Alcock, seppur esteticamente distante dalla regalità dell’eroina tratteggiata da Evely, al pari della sua performance, riesce a intercettare l’essenza del racconto grafico, lo struggimento della protagonista, la parabola morale di una supereroina che non è condannata alla perfezione di Kal-El e ai dogmi kryptoniani. Anche se intermittente, la luce di Supergirl illumina un film realizzato col freno a mano tirato – riuscirà il DC Universe ad aderire pienamente alla visione gunniana? Si rivelerà un boomerang creativo?

Info
Supergirl, un trailer.

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