Hidden Photos

Hidden Photos

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Presentato al Tffdoc/Italiana.doc, Hidden Photos, dell’italiano Davide Grotta, è un viaggio in Cambogia dove ancora il ricordo della Kampuchea Democratica divide la popolazione tra i superstiti degli eccidi dei Khmer rossi e coloro che avevano preso parte allo scellerato regime. Un divario che si esprime anche nella fotografia.

Le immagini mancanti

Kim Hak, giovane fotografo cambogiano, è alla ricerca di un immaginario per il suo Paese che superi il cliché iconografico legato all’Angkor Wat o ai Khmer rossi. Nhem En, anziano fotografo del regime, autore di circa 14.000 fototessere di prigionieri politici destinati a morte certa, sta invece progettando il proprio ingresso nel business del dark tourism, la moda di visitare luoghi in passato teatro di tragedie e violenze. [sinossi]
“Solo il sole imprimendo pellicola
può esprimere in tanto vecchio odio un po’ di vecchio amore”.
(da Poesia alla troupe di Pier Paolo Pasolini, brano citato nel film)

Durante il sanguinario regime di Pol Pot, la Kampuchea Democratica, le persone cercavano di disfarsi delle proprie fotografie, per nascondere il proprio ceto sociale. Chiunque fosse trovato in possesso di immagini fotografiche, avrebbe rischiato di finire dritto nelle carceri dei Khmer rossi senza possibilità di uscirne vivo. Allo stesso tempo il regime dispotico di Pol Pot disponeva di un fotografo ufficiale, Nhem En, arruolato già all’età di 11 anni, che ritraeva i volti dei detenuti prima della loro esecuzione. Queste immagini rappresentano una galleria dell’orrore, di esseri umani nella cui faccia si coglie la disperazione di essere prossimi alla morte, per quelli che capivano, o, al contrario, la serenità di coloro che ne erano inconsapevoli. Fotografie contrassegnate da numeri di serie, come i numeri tatuati sull’avambraccio dei prigionieri dell’Olocausto. La famiglia di Kim Hak è riuscita a salvaguardare la propria memoria fotografica famigliare, seppellendo e occultando le foto di famiglia in un campo. Kim Hak è a sua volta un fotografo che attraversa il paese in lungo e in largo per raccoglierne le immagini, di paesaggi, templi, villaggi, in modo da documentare la nazione anche a uso di visitatori stranieri. Un approccio diametralmente opposto a quello di Nhem En che vorrebbe lucrare in chiave di un turismo macabro, sulle testimonianze, fotografiche, della Kampuchea Democratica. E, nel frattempo, nel museo delle cere del Cambodian Cultural Village di Angkor Wat, sono esposti dei coloratissimi diorami dei personaggi storici del paese, arrivando fino a Sin Sisamuth e Ros Serysothea, coppia di cantanti popolarissima negli anni Sessanta, finiti anche loro nel tritacarne della morte di Pol Pot.

Con Hidden Photos, presentato al Tffdoc/Italiana.doc, Davide Grotta, mette in piedi un complesso discorso sulla fotografia e sull’immagine, e sulla possibilità/necessità di preservare/tramandare una memoria storica nazionale, comprensiva di uno sterminio, attraverso le immagini. La furia iconoclastica dei Khmer rossi ha cancellato le memorie individuali, le immagini di famiglia, oltre alle numerosissime vite umane, lasciando una galleria di ritratti di persone agghiacciante, con la morte stampata in faccia. La loro azione di annichilire le vite individuali però non è andata di pari passo, come ci si aspetterebbe da una rivoluzione culturale maoista, alla cancellazione della memoria storica del più lontano passato. Gli imponenti edifici monumentali sono stati preservati per farne i loro quartieri generali. Solo da una famiglia che è riuscita a mettere in salvo la propria memoria fotografica può derivare un fotografo come Kim Hak, puro e autenticamente interessato a portare avanti un archivio fotografico nazionale. Dalla consapevolezza di quanto sia importante ritrovare le immagini mancanti, nasce il desiderio di una produzione sterminata di nuove immagini, che non siano stereotipate e stucchevoli cartoline. Ed è lui che racconta con sgomento di quelle altre fotografie, quelle dei volti dei prigionieri prima di finire al patibolo. “Occhi che dicono di più delle parole scritte.” E quella più agghiacciante, di una donna con in braccio un bambino piccolo, è prima descritta dal suo racconto orale e, solo finito questo, visualizzata come tale, in un senso crescente dell’orrore e del raccapriccio. Assolutamente speculare è la figura del fotografo Nhem En, cinico fino all’inverosimile, che ha partecipato come testimone al genocidio, che ammette candidamente che quelle persone, che fotografava prima della loro morte, erano in stragrande maggioranza estranee. Ora Nhem En vorrebbe lucrare su questa memoria dello sterminio, da imprenditore della memoria del genocidio, generando un macabro giro d’affari turistico sui luoghi della Kampuchea Democratica, anche ricreando, come meta di pellegrinaggio, l’abitazione natale di Pol Pot, o una serie di cartoline con una iconografia funerea, o con il progetto di costruire mega-alberghi nella culla dei Khmer rossi. Non è interessato a una riabilitazione di quel regime, ma solo a porsi in una posizione neutra per il semplice fine dell’arricchimento.

Ha prodotto le immagini dell’olocausto cambogiano e ora non può che rimanere ancorato a quell’immaginario. Se i campi di concentramento nazisti sono ora dei monumenti nazionali a imperitura memoria di quei grandi crimini contro l’umanità, e a monito perché non si ripetano, dal film Austerlitz di Sergei Loznitsa sappiamo come gli attuali visitatori possano non cogliere più quel messaggio. Intermedia tra queste due rappresentazioni del reale, c’è il museo delle cere. Ancora uno sfruttamento turistico della storia del paese, con immagini che sopperiscono all’assenza della riproducibilità fotografica nel lontano passato, mediante ricostruzioni di diorami. Sono immagini patinate, colorate, povere, a uso e consumo di una facile spettacolarizzazione, a una rappresentazione quanto mai semplicistica della Storia, dal taglio pubblicitario. Statue sempre accuratamente spolverate da un’inserviente. Immagini forse più neutre, per la lontananza nel tempo, ma che rientrano in quello stesso ‘onesto nazionalismo’ di Nhem En. Immagini ricostruite che ora si moltiplicano nella riproducibilità tecnica dei cellulari dei visitatori, che si scattano selfie davanti a quei diorami. La stessa tipologia di pubblico raffigurata da Loznitsa, che si precipiterà in massa nei siti turistici di Nhem En.

Una terra che è ancora un ossario quella che racconta Davide Grotta, dove i bambini possono imbattersi in ossa umane quando giocano nel campetto dietro la scuola. Una terra che ancora deve fare i conti con l’elaborazione del proprio passato. E il discorso del regista è sottile, anche coinvolgendo il formato stesso del film che si riduce al 4/3 più pertinente alla fotografia, sia quando ovviamente c’è un’immagine fotografica a tutto campo, sia in quell’immagine primaria, quel pianosequenza iniziale della messa in salvezza stessa delle fotografie. La fotografia esibita anche in quella che una volta era la sua consistenza materica, nello svolgimento dei negativi. In tutto questo contesto, Davide Grotta si permette anche una licenza poetica, una forzatura di fiction che aumenta il senso complessivo del grottesco. Inventarsi un’audioguida del museo delle cere – il cui carattere di falso è comunque denunciato nei titoli di coda – con i suoi testi deliranti (“Gli uomini fanno la storia non le donne”, “Se volete sapere di più sulla loro morte, premete il tasto 1”, “Nelle pause delle guerre ci si dedica all’arte”) che fanno il paio con quelli da cicerone di Nhem En. Più discutibile invece l’incontro tra i due fotografi, per il quale viene da chiedersi come non possa essere stato influenzato dalla presenza della telecamera di Davide Grotta, almeno per quanto riguarda la parte di Nhem En.

Info
Il trailer di Hidden Photos.
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