Harry Potter e l’Ordine della Fenice

Harry Potter e l’Ordine della Fenice

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Harry Potter e l’Ordine della Fenice segna la prima seria defaillance nell’adattamento della saga letteraria dedicata al maghetto britannico…

HP, la Warner e le scelte facili

In Harry Potter e l’ordine della Fenice, Harry torna a Hogwarts per il quinto anno di corso e scopre che gran parte della comunità dei maghi si rifiuta di accettare il suo incontro con il malvagio Lord Voldemort. Mentre l’autorità del preside Albus Silente viene messa in discussione dal ministero della magia Harry deve organizzarsi: con l’aiuto degli amici Hermione e Ron, organizza una riunione segreta e fonda l’Esercito di Silente, preparando così i coraggiosi giovani maghi per la battaglia che li aspetta… [sinossi]
Sta arrivando il momento, Harry, in cui bisognerà scegliere
tra ciò che è giusto e ciò che è facile.
Albus Silente

Alla luce di quanto accaduto nel corso degli ultimi dieci anni, dalla pubblicazione nel Regno Unito di Harry Potter and the Philosopher’s Stone, primo volume dedicato alle avventure del giovane mago e dei suoi amici, è impossibile non inserire il nome del protagonista e della sua creatrice Joanne Kathleen Rowling nell’Olimpo della letteratura fantasy moderna.
La saga di Harry, che approderà di qui a pochi gioni al capitolo sette (con l’atteso ed estremamente chiacchierato Harry Potter and the Deathly Hallows), è riuscita a crearsi uno spazio, tutt’altro che esiguo, tra alcuni dei maggiori giganti del genere; anche volendo tralasciare fenomeni letterari quale fu The Lord of the Rings – ma in realtà l’intero corpus tolkeniano meriterebbe un approfondimento a parte, per le fin troppo evidenti difformità “di partenza” rispetto alla prassi comune –, è giusto notare come la Rowling abbia, caso raro in questi ultimi anni, meritato di essere inserita al fianco di numi tutelari del fantasy quali H.P. Lovecraft, C.S. Lewis, Robert Erwin Howard, Pat O’Shea, Neil Gaiman (altro fondamentale contemporaneo), Poul Anderson e via discorrendo.
Questo incipit sembra quantomai doveroso, soprattutto in relazione all’uscita sugli schermi italiani di Harry Potter e l’Ordine della Fenice, la riduzione cinematografica del quinto episodio della serie. È effettivamente importante rimarcare il ruolo svolto dalla Rowling nell’ultimo decennio all’interno delle dinamiche del genere, perché solo partendo da questa riflessione si può riuscire a penetrare con precisione e in profondità nelle pieghe dell’operazione portata a termine dalla Warner Bros: nella sua versione su celluloide, Harry Potter e l’Ordine della Fenice appare orribilmente deturpato, vilipeso, quasi stuprato. Non vorremmo apparire troppo estremi nella nostra presa di posizione, ma è certo che il film diretto dal regista televisivo David Yates – cercheremo di analizzare questa scelta con più attenzione in seguito – e sceneggiato dal Michael Goldenberg di Contact e del Peter Pan di P.J. Hogan, segni un punto di svolta non indifferente rispetto ai suoi predecessori.

Ciò che risalta da subito agli occhi, in effetti, è proprio la mancanza di unitarietà tra Harry Potter e l’Ordine della Fenice e i quattro film che ne avevano anticipato l’esistenza: pur in un evidente squilibrio tra le varie parti – affidate a tre registi estremamente diversi tra loro, per tocco e ispirazione, quali Chris Columbus, Alfonso Cuarón e Mike Newell –, i primi quattro capitoli della saga mantenevano un mood costante, riconoscibile, derivato in maniera esclusiva dalla comprensione del testo di riferimento.
Ci allontaneremo, per adesso, dai raffronti diretti tra libro e film, perché crediamo che le due arti siano da intendere diverse tra loro ma soprattutto perché riteniamo che l’opera di Yates/Goldenberg (difficile trovare una paternità estranea a questo dittico nelle quasi due ore e venti di proiezione) sia da criticare come film in quanto tale prima ancora che come riduzione di un testo preesistente. Proprio partendo da questo assunto non nascondiamo, da fedeli lettori della Rowling, di aver provato ammirazione soprattutto per il terzo capitolo cinematografico, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban di Alfonso Cuarón, con ogni probabilità il più “infedele”, strictu sensu, all’opera di riferimento, ma allo stesso tempo il film che, con maggior nettezza e coraggio, segnando una cesura (doverosa viste le differenti esigenze narratologiche) con il corrispettivo letterario ne trasportava il senso e il messaggio in forma più rispettosa e compiuta.
Partiamo dunque, come già accennato, dalle insufficienze strutturali di Harry Potter e l’Ordine della Fenice: avevamo già delle perplessità di partenza, dopo aver scoperto che le 804 pagine del romanzo si erano tramutate in due ore e diciassette minuti. Le perplessità derivavano soprattutto dal raffronto con i primi tre capitoli cinematografici: Harry Potter e la pietra filosofale passava da 293 pagine a due ore e trentadue minuti, Harry Potter e la camera dei segreti da 307 pagine a due ore e quarantuno, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban da 366 pagine a due ore e ventuno. L’inversione di tendenza si era già iniziata a intravvedere con Harry Potter e il calice di fuoco, dove le corpose 623 pagine erano state malamente tagliuzzate fino a raggiungere una durata “accettabile” (due ore e trentasette non saranno poche, ma a giudicare da quanto appena scritto…), e raggiunge il suo apice proprio in questo quinto episodio.

Proprio a causa dei continui tagli, la narrazione orchestrata da Goldenberg non riesce mai a trovare un suo spazio definito, finendo ben presto per perdersi in una serie di buchi e di strappi temporali che non permettono una visione semplice e lineare; senza che ci si lanci in ardite riscritture del senso del tempo – come avveniva sempre nel caso della creatura partorita da Cuarón –, ci si ritrova da subito vittime di un rutilare di immagini e istanze che non trovano reale riscontro e non colpiscono mai veramente nel segno. Si ha l’impressione di essere stati invitati a una serata di magia (quella nostra, scherzo ottico ben mascherato, non quella “vera” del mondo di Hogwarts) dove l’unica cosa che conta è il coup de théâtre, il colpo di scena continuo per permettersi di tenere desta l’attenzione dell’uditorio. Questa esigenza porta altri scompensi con sé, se vogliamo ancora più gravi: i personaggi perdono spessore psicologico e diventano mere marionette vittime della legge della causa/effetto. Questo comporta un progressivo e continuo zoom sulla figura di Harry Potter, con tutti gli altri personaggi (compresi alcuni tra i fondamentali già negli altri film, vedi Ron Weasley e Hermione Granger, o comunque importanti per la storia in questione, come Sirius Black, Bellatrix Lestrange, Neville Paciock e Luna Lovegood) che diventano tristi figure di contorno, pressoché sfocate, impossibilitate a dire realmente la loro.
Mossa sicuramente indispensabile per il rilancio dei gadget da parte della Warner Bros., ma che risulta alla resa dei conti suicida per almeno due motivi: la certezza di aver perso per strada gli affezionati lettori della saga (che hanno eletto a loro paladini ben altri personaggi rispetto all’onnipresente Harry) e il serio rischio di creare confusione nella mente degli spettatori. Come può reagire il pubblico che non ha letto i libri quando Percy, fratello maggiore di Ron e amico di Harry nei film, appare nelle vesti di galoppino del Ministro della Magia? E perché Albus Silente, finora figura imprescindibile (sia con il volto di Richard Harris che con quello di Michael Gambon), scompare nel nulla in più di un’occasione per piombare di colpo nel duello finale?

Questo stato di caos totale, sovralimentato da un montaggio spesso scorbuticamente ellittico e da una regia indecisa tra l’indugiare sui primi piani delle star di prima grandezza che si vedono per lo spazio di un nanosecondo (Helena Bonham Carter/Bellatrix Lestrange, Gary Oldman/Sirius Black, Emma Thompson/Sibilla Cooman) e costruire magniloquenti totali grandangolari e deformi, porta a una perdita di tensione totale; non si capisce quale sia realmente il pericolo che incombe sui “nostri” – al di là dell’ovvio apparentamento Lord Voldemort/Male – né perché si debba temere per la loro vita. Tanto più che non è sviluppato alcun livello di empatia tra il pubblico e i personaggi della saga; non si soffre con loro, nè si gioisce. Non c’è vita in questo quinto capitolo, e non c’è nulla che esuli dallo spettacolo fine a se stesso (anche mal costruito, visto come è risolto il combattimento pre-finale nel Ministero della Magia).
I vari livelli di lettura del libro sono andati letteralmente a farsi benedire, se è vero che Silente difende la sua assenza sullo schermo (e nella vita di Harry) con un breve e insulso “l’ho fatto perché ti sono affezionato” e che il massimo livello di introspezione raggiunto dal maghetto è un “ma siamo sicuri che io sia buono? E se in realtà fossi cattivo?”, e questo è un crimine che non ha alcuna giustificazione. O meglio, la ha: la verità è che la casa di produzione continua a vedere nella saga di Harry Potter un viatico commerciale per quella fascia di età che va dai 6 ai 14 anni. Se tutto questo poteva avere valore per i primi due capitoli dell’epopea potteriana, che focalizzano la loro attenzione su un bambino di 11/12 anni, con il passare del tempo e delle avventure perde completamente di senso. Uno dei punti di forza principali della scrittura della Rowling (a nostro parere, il punto su cui bisogna far leva per considerare la narratrice una delle più importanti penne del fantasy tout court) è quello di aver costruito un romanzo di formazione modificando la propria scrittura di volume in volume.
La scrittura di Harry Potter e l’Ordine della Fenice non ha con sé le moine infantili che potevano aleggiare nei primi due episodi, perché i personaggi di cui narra le gesta non sono più dei bambini. Sono adolescenti, e anche piuttosto cresciuti, visto che hanno a che fare – al di là delle derive più teenage che gli sono dovute – con la morte, con il pericolo, con la delusione e la sconfitta.

La versione cinematografica si dimentica per strada – volontariamente – tutti gli aspetti più profondamente dark della vicenda, e di questo è paradigma calzante il combattimento già citato all’interno del Ministero della Magia: laddove nel libro seguiamo i sei residui dell’Esercito di Silente (proprio il gruppo dei ventinove studenti anti-Dolores Umbridge è un altro aspetto completamente sprecato, soprattutto per la sua carica di seduzione anche prettamente cinematografica) per gli intricati e oscuri corridoi del Ministero e li vediamo feriti, combattere rischiando la propria vita, qui il tutto è risolto in pochi minuti e senza alcun spargimento di sangue fra i ragazzi (dove sono finiti il dolore atroce che avvolge Neville, Ron che rischia di soffocare per l’attacco dei cervelli, Hermione svenuta?). Ciò che resta è un anestetizzato racconto che, confusionario e velleitario com’è, non va bene per nessuna fascia di età; nè per i lettori che si trovano davanti a una versione spuria di quello che è (e non fatichiamo a dirlo) uno dei capolavori fantasy degli ultimi decenni.
Perché Harry Potter e l’Ordine della Fenice (a proposito: nel film l’Ordine della fenice è in scena si è no venti minuti… Che scelta lungimirante!) è, in attesa del settimo capitolo, il romanzo più compiuto della Rowling, quello che si apre con maggior profondità a letture plurime, estranee alla semplice trama, in una serie di percorsi che fa acquisire all’intero corpus un valore aggiunto, un addendum che purtroppo Goldenberg e Yates – dicevamo che saremmo tornati su di lui, ed eccoci: è stato scelto palesemente un regista che seguisse i dettami dell’industria senza porsi alcuna domanda, senza intendere come e dove stesse rotolando via la pellicola, senza alcuna velleità “autoriale” – non hanno saputo o voluto recepire.
È con profonda tristezza che apponiamo al film in questione il voto che avete avuto modo di notare in principio, ma francamente troviamo doveroso essere duri soprattutto con opere di questo stampo. E ripetiamo ancora, non tanto per le infedeltà (alcune comunque, ci sia concesso, gravi) nei confronti del libro, ma per l’assoluto spreco di materiale al quale va incontro: perché che ci fossero i presupposti per un grande film non ci sono mai stati dubbi.
Qui, oggi, non ne percepiamo neanche l’ombra…

Info
Il trailer di Harry Potter e l’Ordine della Fenice.
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