Iron Man

Iron Man

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Regia anodina ma un protagonista di tutto rispetto caratterizzano la prima sortita sul grande schermo dell’eroe Marvel dall’armatura cromata, e dalle implicazioni etiche non da poco.

Cuore di ragazzo

Imprigionato in una caverna in Afghanistan, l’ingegnere e magnate dell’industria bellica Tony Stark forgia un’armatura ultraequipaggiata per combattere il male… [sinossi]

Se ci pensiamo bene, la vera debolezza del supereroe è tutta morale. L’uomo mascherato o il mutante dei fumetti si trova sempre, presto o tardi, a fronteggiare il nemico e ad ucciderlo per difendere i buoni. L’omicidio è dunque previsto ed inevitabile, nonché sempre giustificato dalla crudeltà del villain della situazione. E Iron Man non fa eccezione, ma forse più di altri problematizza questa questione etica rendendola lampante e, a tratti, sconcertante. Pluriomicida per procura, Tony Stark (Robert Downey Jr.) è un ricco ed elegante creatore di diavolerie belliche, atte a difendere il suo paese, l’America, e ad esportarne l’ideologia in tutto il mondo. Ha ereditato la sua fortuna dal padre e al suo fianco ha da sempre il mentore Obadiah Stane (Jeff Bridges) e l’efficiente segretaria Pepper (Gwyneth Paltrow). Esempio di vita dissoluta ed edonista, Tony, nel corso di una missione in Afganistan, dove sta per vendere un carico di armi all’esercito, viene colpito dai suoi stessi proiettili e rapito dai ribelli locali. Con lui nella caverna-nascondiglio un altro rapito, medico ed interprete, lo salva da morte certa costruendo un magnete in grado di tenere lontano dal cuore le schegge del razzo che ha atterrato Stark. La brigata di afgani vuole costringere il nostro eroe a costruire l’infallibile e letale missile Jericho, ma Tony, talentuoso homo faber, forgia invece un’armatura: il suo viatico per la fuga. Nel corso dell’evasione, però, il compare poliglotta gli muore tra le braccia e scatena così la crisi di coscienza del nostro, pronto a riconvertire le sue aziende al bene, con grande scorno di Obadiah e dei suoi azionisti.
Quello che rende le armi di Iron Man più “benefiche” di quelle delle industrie Stark è una differenza fondamentale e “classica”: esse includono l’essere umano e pertanto sono assai più leali dei missili ad ampia gittata. L’umanesimo del supereroe è dunque tutto qui: la sua superarmatura è una sorta di estensione tecnologica del proprio corpo, che a sua volta è tenuto in vita da un marchingegno. Naturalmente, una volta riconvertitosi, Tony comincerà a trattare Pepper con più riguardo e il suo nuovo nemico, una volta vendicatosi dei crudeli afgani, sarà tutto “interno” e pronto a fronteggiarlo con le sue stesse armi.

Ciò che differenzia questo Iron Man dagli altri compagni della Marvel in versione di celluloide è senz’altro la presenza di due grandi interpreti, di solito avvezzi a ben altri ruoli. Robert Downey Jr. ostenta il suo usuale risolino beffardo e regala a questo supereroe, più che una coscienza amareggiata (tipica invece di Batman, Spiderman o Superman), una forte carica autoironica e quello spirito bohemien che è proprio degli eterni Peter Pan. La sua abilità manuale, ostentata in numerose sequenze feticiste, redime la tecnologia dai suoi possibili utilizzi venefici e struttura l’ideazione come gioco creativo. Le scene in cui Tony è intento a forgiare le sue armi sono inoltre condite da gag slapstick di presa sicura, che lasciano l’interprete, affiancato dal suo aiutante robot, esprimersi liberamente con la sua collaudata mimica facciale. Jeff Bridges, da par suo, sgomita a più non posso per ritagliarsi il ruolo a tutto tondo che un grande attore come lui si merita. La coppia dà vita dunque ad alterchi e duelli avvincenti, non sostenuti, specie nelle sequenze d’azione, dalla regia di Favreau, a dirla tutta alquanto anodina. La bella Gwyneth, invece, pare tagliata fuori dall’affiatamento dei due interpreti maschili e resta rigida ed inespressiva, intenta a svolgere, tutta compita, il suo ruolo di segretaria devota. Nel corso del duello finale, poi, Pepper è evidentemente esclusa, nonostante sia previsto un suo apporto, dal salvataggio dell’umanità, e resta letteralmente “a terra”, agganciata al suo telefono cellulare, intenta a chiedere insistentemente al suo amato capo se tutto procede per il meglio. Ma Iron Man volteggia spavaldo nell’aere, più rapido di uno stealth e Pepper sui suoi tacchi alti può fare ben poco di utile.

Certo il supereroe che tutti vorremmo è quello che combatte il nemico con l’arma della nonviolenza, ma purtroppo esiste già un colossal con protagonista Gandhi, quindi dobbiamo accontentarci di uomini in maschera che seminano qualche cadavere qua e là senza farcene accorgere troppo. E se la vendetta di Iron Man contro i carcerieri mediorientali non pare troppo riuscita (nonostante la scena con donne e bambini in pericolo), è anche a causa della rappresentazione che ci viene offerta dei ribelli: in parte crudeli e, in parte, specie durante la fuga di Tony, pavidi e sciocchini. Una rappresentazione più ambigua e completa dei mediorientali avrebbe evitato quel senso di fastidio che si prova nel corso delle scene che li vedono in azione, pronti ad essere beffati dall’astuzia del nostro brillante protagonista e, apparentemente, ribelli senza causa. Jon Favreau glissa grossolanamente sulla problematica etica, evitando di mostrare cadaveri al suolo e affermando dunque che, in fin dei conti, le armi non sono un problema se sono nelle mani giuste. Ma forse è inutile infierire, Iron Man è solo un blockbuster estivo e il botteghino, per ora, ci dice che funziona. Un’ultima annotazione: restate seduti che c’è un sottofinale foriero di nuovi sviluppi e potenziali vendette da infliggere ai malvagi. E, probabilmente, nella prossima avventura il nostro eroe in lega metallica cromata avrà al suo fianco un compagno di tutto rispetto.

Info
Il trailer di Iron Man.
Questa recensione è apparsa in precedenza sul sito Cinemavvenire.it.
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