Mi rifaccio vivo

Mi rifaccio vivo

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Confrontandosi con un testo come Heaven Can Wait di Harry Segall, già più volte adattato da Hollywood, Sergio Rubini con Mi rifaccio vivo prova a testare il terreno di una commedia non banale, capace di riflettere sulla crisi. Ma il risultato è confuso, e decisamente poco divertente.

Il paradiso marxista può attendere

Chi può dire di non aver avuto un nemico nella vita? Biagio Bianchetti ne ha uno sin dai tempi della scuola, Ottone Di Valerio, il classico figlio di papà. Ottone è sempre arrivato primo in tutto, coprendo di insuccessi e ridicolo il malcapitato Biagio. Così, in seguito all’ennesima sconfitta, pensando di mettere finalmente un punto alle sue disgrazie, Bianchetti decide di farla finita. Ma una volta trapassato, scopre che per una buona azione compiuta in vita, ha diritto a un bonus: potrà tornare sulla terra per una settimana, e così dimostrare di essere un uomo migliore. Sebbene a Biagio non importi nulla di dare una svolta positiva al proprio destino, accetta, convinto che finalmente potrà distruggere la felicità del suo antagonista e per far questo sceglie di incarnarsi in Dennis Rufino, un super manager nelle cui mani Ottone ha consegnato le sorti della sua azienda… [sinossi]

Al di là dei giudizi di merito che si possono voler spendere sull’ultima fatica registica di Sergio Rubini, bisogna rendere atto all’autore di essersi confrontato con un testo storicizzato come Heaven Can Wait di Harry Segall con l’intenzione di ridefinirne i contorni in modo del tutto personale. Qualora infatti non vi sovvenisse durante la visione di Mi rifaccio vivo, è forse il caso di ricordare che la storia dell’imprenditore Biagio Bianchetti pronto a tornare dalla morte pur di annientare gli ottimi affari del suo antagonista Ottone Di Valerio altro non è se non la versione nostrana della commedia di Segall: un testo che sul grande schermo ha già potuto contare sul pluripremiato L’inafferrabile signor Jordan di Alexander Hall (con Robert Montgomery e Claude Reins), sull’altrettanto celebre Il paradiso può attendere di e con Warren Beatty e, in tempi più recenti, sull’assai più fiacco Ritorno dal Paradiso dei fratelli Weitz.

Il tema, per i più distratti, è sempre il medesimo: un uomo muore ma, per qualche ragione più o meno oscura, nell’aldilà riceve l’occasione di tornare ancora una volta sulla Terra, incarnato però nel corpo di un altro. La commedia di Rubini parte da uno spunto interessante, raccontare la crisi (non solo) economica contemporanea mettendo in scena l’universo di chi non deve particolarmente preoccuparsi degli spiccioli spesi. Lo stesso Biagio, interpretato da un Lillo Petrolo incapace a volte di tenere a freno la propria gestualità ma comunque convincente, potrebbe tranquillamente proseguire nella sua agiata esistenza, condivisa con una moglie ex-ballerina, se solo non fosse roso dal demone dell’invidia, nutrita alimentata e blandita nei confronti dell’odiato Ottone, suo compagno di classe che ai tempi del liceo gli sfilò da sotto il naso persino la ragazza di cui Biagio era follemente innamorato.

Anche per via di questo vissuto tormentato, il ritorno dalla morte di Biagio avrebbe potuto condurre Mi rifaccio vivo dalle parti di una commedia crudele, caustica, priva di vincoli morali e di edulcorazioni di qualsivoglia tipo. Purtroppo Rubini, pur accennando di sfuggita e in modo fin troppo casuale possibili vie alternative al canonico sviluppo narrativo, non dimostra mai il coraggio necessario per affondare il colpo fino alle estreme conseguenze. Il risultato è dunque inevitabilmente monco, incapace di gestire una materia che avrebbe meritato una penna meno atrofizzata. Se si esclude l’intuizione dell’aldilà marxista comandato dal barbuto Karl in persona e gestito secondo la logica della lotta di classe, il film di Rubini alterna soluzioni interessanti a una scrittura basica, per lunghi tratti persino monotona nella sua prevedibilità.

A fronte di una narrazione così poco strutturata, incapace di innalzarsi molto al di sopra del semplice accumulo di gag, Mi rifaccio vivo riesce a reggersi in piedi grazie alla verve attoriale dei suoi protagonisti: di Lillo Petrolo si è già avuto modo di parlare, ma è il caso di rimarcare l’ottima intesa che si instaura tra Neri Marcoré ed Emilio Solfrizzi, vero e proprio motore dell’intero film. Per il resto rimane da annotare solo una notevole confusione, dettata anche da un’esagerata attenzione ai ruoli secondari – perfettamente inutile appare il cameo di Enzo Iacchetti, per non parlare dell’improvvisa irruzione in scena di Valentina Cervi. Ma il vero problema che affligge alla radice Mi rifaccio vivo è la piattezza della sua comicità: nell’ultimo film di Rubini, tranne sporadiche eccezioni, non si ride, né si sorride compiaciuti. Il che, per una commedia, non è un segnale particolarmente incoraggiante…

Info
Il trailer di Mi rifaccio vivo su Youtube.
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