Claro

Con Claro, film ‘romano’ e anti-imperialista, Glauber Rocha portava – alla metà degli anni Settanta – il tropicalismo tra i Fori imperiali e le baraccopoli. Con l’apparizione, tra gli altri, di Carmelo Bene en travesti. A I Mille Occhi 2016.

La chiarezza del cinema rivoluzionario

Una ragazza francese si aggira per Roma, a volte accompagnata dal regista – lo stesso Glauber Rocha -, finendo per imbattersi in personaggi curiosi e in loschi figuri che riflettono, anche sui loro corpi, la decadenza della civilizzazione occidentale. Nel frattempo è finita la guerra in Vietnam, e gli imperialisti americani si sono definitivamente arresi. [sinossi]

Tutto torna ancora una volta nella programmazione de I Mille Occhi, dove i film in cartellone si ‘chiamano’ l’un l’altro attraverso rimandi e specularità più o meno evidenti. Ciò è apparso addirittura incredibile per Claro, film di Glauber Rocha del 1975 con, tra i suoi attori, Carmelo Bene (che era stato ricordato qualche giorno fa con la versione estesa di Nostra Signora dei Turchi) e Tony Scott (figura di musicista eccentrico cui Franco Maresco ha dedicato un suo recente lavoro, Io sono Tony Scott; e lo stesso Maresco – insieme a Ciprì – è stato omaggiato a questa edizione del festival). Non solo, Claro è un film di ambientazione romana, completamente immerso nell’atmosfera di quella metà degli anni Settanta in cui gli intellettuali di strada erano diventati mezzi vagabondi e i vagabondi si ergevano a mezzi intellettuali; dove insomma l’alto e il basso, il sacro e il profano si univano per dare luogo a esperienze artistico/vitali uniche, quale fu ad esempio quella di Anna di Grifi e Sarchielli, passato ça va sans dire proprio pochi giorni fa sempre qui a Trieste. Infine, le copie sia di Claro che di Anna vengono dal fondo dell’Officina Filmclub, storico cineclub romano (a proposito del quale abbiamo avuto modo di parlare sia per Ciao Renato! che in occasione dell’intervista a Ciro Giorgini), il cui materiale è stato recentemente depositato alla Cineteca del Friuli.
Insomma, a I Mille Occhi, come probabilmente in pochissimi altri festival, si riesce sempre a leggere tra le righe, si riesce sempre a far dialogare un film con l’altro, e tutto sembra poter rientrare in una sorta di disegno predeterminato.

Certo, forse è più facile quando si sceglie un film come Claro, opera aperta per eccellenza, film centrifugo e sviante che, come tutte le opere di Glauber Rocha, rifugge apparentemente a qualsiasi tipo di classificazione. La protagonista è Juliet Berto (volto simbolo della Nouvelle vague, in particolare per Godard e per Rivette, da La cinese a Out 1) che interpreta sostanzialmente se stessa: un’attrice francese – che comunica solo nella sua lingua – in giro per Roma. All’inizio e alla fine, a mo’ di cornice vi è lo stesso Glauber Rocha ad accompagnarla in scena, a darle indicazioni: nell’incipit la fa strillare, girare, volteggiare e poi letteralmente rotolare a terra tra i Fori imperiali (scatenando il panico fra i turisti inorriditi), nel finale la porta in una baraccopoli – come ce ne erano a Roma ancora per tutti gli anni Settanta – per farla dialogare un po’ spaurita con gli abitanti di quelle neo-suburre. In mezzo, troviamo sempre Juliet Berto in compagnia di alcuni depravati alto-borghesi che sacrificano un boss pseudo-mafioso (interpretato magnificamente da Tony Scott), o la vediamo assistere senza capire ciò che le dice un Carmelo Bene en travesti (che le parla di Settimio Severo e dei pretoriani che divennero stato all’interno dello stato, un virus che finì per portare alla rovina la civiltà romana), quindi la osserviamo tra il pubblico di una messa papale e di varie manifestazioni di piazza, incluse quelle per le occupazioni delle case.

Al di là delle anarchie narrative, dei continui e geniali cambi di tono e di codici – tra il documentario e la messa in scena di marca teatrale – è l’unità del discorso simbolico e quella del gesto artistico a risultare coerente e perfettamente in linea con il Cinema novo brasiliano (recentemente omaggiato dallo stesso figlio di Rocha nel documentario omonimo). Il piano simbolico è facilmente leggibile – è ‘claro’, direbbe Rocha – ed è quello che permette di identificare Roma come la culla della civiltà occidentale e come anche la summa delle sue degradazioni e delle sue forme di oppressione coloniale (lampante in tal senso l’aneddoto su Cleopatra e sulle lusinghe di natura sessuale che fu costretta a mettere in atto per difendersi dagli aggressori). Qui è nato tutto e tutto è diventato rovina, come si vede ai Fori. E poi la stessa Roma si è ‘terzomondizzata’, come per l’appunto ci mostra Rocha muovendosi tra le baracche di periferia. Nel frattempo, se quel qualcosa era nato millenni fa con Cesare, Augusto e compagnia, forse proprio in quel momento storico stava ri-morendo: il 30 aprile del 1975 infatti Saigon capitolava e il Vietnam comunista poteva finalmente festeggiare la sconfitta degli americani. Rocha insiste molto su questo punto – come, del resto, avevano già fatto molti altri, a partire da Godard – e inserisce tra i personaggi anche un grottesco militare americano che piange disperato come un bambino, perché non ha ben capito di aver ucciso delle persone e, incapace di muoversi nel mondo, desidera tornare di nuovo al fronte. E, ancora, Rocha ci mostra anche la manifestazione del primo maggio in Piazza San Giovanni, la manifestazione confederale, dove ci si congratulava per la vittoria vietnamita. Dunque l’internazionalismo che supera barriere e frontiere e, al contempo, la parabola di un imperialismo millenario che, apertosi con Roma antica, si andava a chiudere in Vietnam. Pur abilmente travestito da anarchica furia selvaggia, dunque Claro è – ripetiamo ancora una volta – volutamente chiaro nel suo discorso politico, è lampante, auto-evidente. E persino auto-ironico, visto che nel finale Rocha è al telefono, comodamente seduto su una sedia a sdraio, mentre esalta le ambizioni rivoluzionarie e di lotta e mentre sullo sfondo la vegetazione lussureggiante evoca la foresta brasiliana ed è invece solo un salotto della Roma bene con troppe piante.

Accanto al simbolismo politico, volutamente di grana grossa, Claro è però – come si diceva – anche la testimonianza di un gesto artistico preciso: la confusione che si diceva, la macchina da presa in continuo movimento, gli attori in costante over-acting, i passanti ignari che impallidiscono, la musica bossa nova che sale e scende in maniera incontrollata, ecc. Tutto ciò tende a dirci un fatto ben preciso, che Claro è prima di ogni cosa un film-performance, dove con questo si vuole intendere sia l’uso che si fa della recitazione che quello della macchina da presa, sia infine la sua natura da quasi-instant movie (come se fosse stato interamente girato il primo maggio, all’indomani della presa di Saigon da parte dei comunisti). Ed è questo, al di là del discorso politico, che apparenta dunque Rocha a un cineasta come Julio Bressane, e che fa di Claro, come di tutti i film di quella straordinaria stagione del cinema brasiliano, un modello insuperato di libertà artistica con cui si suppliva all’evidente mancanza di mezzi. Un insegnamento che è sempre buono, in ogni paese, in ogni tempo.

Info
Il link per vedere Claro su Youtube.
Il sito del festival I Mille Occhi.

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