The Meyerowitz Stories (New and Selected)

The Meyerowitz Stories (New and Selected)

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Famiglie disfunzionali, illusioni e rimpianti. Con The Meyerowitz Story (New and Selected), Noah Baumbach prosegue la sua indagine sulle umane piccolezze e i loro retaggi, riuscendo ad essere, anche questa volta, brillante, tenero, cinico e un po’ crudele. In concorso a Cannes 2017.

L’importanza di essere mediocri

Un racconto intergenerazionale che ruota intorno alla figura influente e ingombrante di un anziano padre… [sinossi]

Noah Baumbach è uno di quegli autori del cinema indie americano che a ogni nuovo film sembra sempre ripetere se stesso e i propri maestri (Cassavetes, principalmente, ma anche la Nouvelle Vague francese). Lo spettatore questo lo sa bene ed è dunque pronto a coglierlo in fallo, ma si ritrova poi, immancabilmente, a cadere in una trappola ben allestita, perché in fondo è proprio questo che desidera. La vitalità del cinema di Baumbach è tutta qui, tra le pieghe di un vecchio canovaccio che nelle sue mani sapienti riesce a produrre il prodigio di un’emozione sincera, uno squarcio di autenticità inaudita e quasi violenta, pur all’interno di un racconto codificato.

Ecco allora che in The Meyerowitz Stories (New and Selected) – uno dei due famigerati film del Concorso di Cannes 2017 ad essere distribuito da Netflix (l’altro è Okja di Bong Joon-ho) – Baumbach torna ad analizzare la famiglia disfunzionale, con i tipici problemi dell’intellighenzia WASP newyorkese, che poi fondamentalmente sono questioni edipiche mal risolte assommate a quel senso tipicamente protestante per il fallimento come condanna divina, che tutti ben conosciamo.
Protagonisti del film sono tre fratellastri cinquantenni alle prese con rimpianti, insoddisfazioni, carriere artistiche mai decollate e anche un anziano padre scultore che ora ha bisogno del loro aiuto. Danny (Adam Sandler) ha un matrimonio e una carriera pianistica falliti alle spalle, ma anche una figlia in età da college che lo adora. Matthew (Ben Stiller) fa il contabile ed è l’unico in famiglia a non aver avuto la tentazione di esprimersi artisticamente, anche lui è separato e parla con il figlio soltanto via Skype. Jean (Elizabeth Marvel) è invece una fotografa mancata la cui vita sessuale appare repressa da anni. E poi c’è il patriarca, incarnato da Dustin Hoffman, una presenza scenica ingombrante sotto ogni punto di vista, che accentra e sbilancia tutto, soprattutto nel momento in cui inizia a mostrare qualche falla nella memoria. Dustin Hoffman e il suo retaggio, ovvero la New Hollywood, sono tra l’altro di importanza centrale anche per Baumbach, che in tutta la sua filmografia tenta pervicacemente di riportare in vita le forme espressive di quel cinema del passato, sul quale il suo immaginario è maturato, tra soft focus e dialoghi brillanti eppure spontanei, verbosità, piccole crudeltà e decadente sarcasmo.
Più vicino a Giovani si diventa che al recente Mistress America, The Meyerowitz Stories va ancora più a fondo nell’eviscerare il tema del fallimento e del relativo rimpianto, dal momento che questa volta Baumbach si  confronta in maniera esplicita con il tema della morte, del distacco, spettri che gravano sui suoi personaggi, fin quasi a paralizzarli.

I protagonisti di The Meyerowitz Stories sono infatti esemplari di una borghesia intellettuale che ha perso da tempo ogni contatto con il proprio corpo e con quello degli altri. Non a caso il personaggio incarnato da Adam Sandler (eccezionale la sua performance) si trascina quella gamba dolorante nel corso di tutto il film, la sorella appare raggelata e quasi cartoonizzata, il fratello vede a comunica con la sua progenie solo via smartphone. Incapaci di creare alcunché, i due protagonisti maschili riusciranno a galvanizzarsi solo in seguito a un gesto punk e distruttivo, che riconnette i muscoli con le ossa, il presente con il passato e riporta tutto ad una dimensione più umana. Persino la figura paterna, fragile per senilità e insoddisfazioni artistiche, mediocre come loro. Perché non c’è niente di male ad essere mediocri e questa è una questione con cui, presto o tardi, ogni artista deve confrontarsi. Forse quando un archeologo del futuro troverà le sue opere vi attribuirà un valore che ai contemporanei è sfuggito. O forse quelle opere resteranno esposte in bella vista, a suscitare entusiasmi o ludibrio, perché quella è la loro ragione d’essere.

Info
La pagina dedicata a The Meyerowitz Stories sul sito del Festival di Cannes.
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