Sono tornato

Sono tornato

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Sono tornato di Luca Miniero, remake del tedesco Lui è tornato, vorrebbe sconfiggere il fascismo a colpi di comicità, ma si avvicina a raggiungere il risultato opposto, sfiorando perfino l’accusa di apologia; scritto con sciatteria e con in scena un pessimo Frank Matano, il film può vantarsi solo dell’interpretazione di Massimo Popolizio nella parte di Benito Mussolini, che torna in vita per riconquistare l’Italia…

Il fascismo è (mincul)pop

Benito Mussolini riapparire in piazza Vittorio, nella Roma dei giorni nostri, con la divisa sporca e il volto tumefatto. La guerra è finita, la sua Claretta non c’è più e tutto sembra cambiato. All’apparenza. Il duce non apprezza lo scenario multiculturale della piazza gremita, né comprende l’attaccamento morboso all’arnese “telefonino”. Assorbiti dagli schermi e persuasi che si tratti dell’ennesima attrazione per turisti, i passanti continuano a ignorarlo finché, Andrea Canaletti, un giovane documentarista con grandi aspirazioni ma pochi, pochissimi successi, guidato da necessità e fiuto di giornalista, credendolo un attore comico, non gli propone di diventare protagonista di documentario… [sinossi]

Sono tornato, sesta regia in solitaria di Luca Miniero da quando si è interrotto il sodalizio artistico con Paolo Genovese (i due insieme diressero Incantesimo napoletano, Nessun messaggio in segreteria e Questa notte è ancora nostra), arriva nelle sale proprio nel pieno della campagna elettorale che porterà al voto, il prossimo 4 marzo, la popolazione italiana. Ovviamente la strategia è ben precisa, e anche logica: un film che parla di un paradosso spazio-temporale che riporta in vita Benito Mussolini non può che trovare congeniale lanciarsi in sala nel bel mezzo dell’agone politico. Per di più Sono tornato appare in qualche modo il culmine mediatico del discorso sull’inasprimento delle leggi che regolamentano l’apologia di fascismo, firmate per il governo dall’esponente del PD Emanuele Fiano. In realtà, rimanendo nel campo cinematografico, il film si muove sulla scia dell’originale tedesco Lui è tornato, diretto da David Wnendt e basato sull’omonimo romanzo di successo di Timur Vermes. La versione italiana, che com’è evidente sposta la scena da Berlino a Roma e fa risorgere il Duce al posto del führer Adolf Hitler, non si distacca in maniera particolare dall’andamento del film del 2015, se non per qualche dettaglio e per la volontà di ragionare soprattutto sulla televisione come mezzo di comunicazione di massa. Dopotutto, in una nazione di teledipendenti quale l’Italia, la scelta potrebbe dimostrarsi giusta.

I problemi di Sono tornato sono molteplici, e mescolano fra loro diversi campi: al di là di una persistente mediocrità espressiva, che non trova nella regia di Miniero alcuna via di salvezza e si affida alla vacuità di un personaggio privo di spessore come Frank Matano, si avverte una certa fascinazione nei confronti della figura mussoliniana. Certo, in gran parte questa fascinazione è intessuta in un organismo narrativo che “deve” puntare in quella direzione per poi scartare di colpo e – sulla carta – svelare le meschinità del ritorno in auge del pensiero fascista; eppure non si può non cogliere, nella simpatia di un eccellente Massimo Popolizio (unico motivo concreto per prendere in considerazione l’ipotesi di una visione di Sono tornato) una propensione perfino pericolosa a cercare di comprendere l’uomo Mussolini andando oltre le singole scelte politiche. I riferimenti al genocidio coloniale nel Corno d’Africa e alle leggi razziali sono abbandonati al loro destino all’interno di un’opera che, come i programmatori di una televisione che è la Rai senza che questa venga mai neanche lontanamente citata, sembra cadere sotto il supposto fascino di una figura carismatica. Anche il film, come il popolo italiano descritto con bonaria crudeltà – altro vizio, quello della sottovalutazione dell’imbarbarimento culturale, che fa propendere verso una generale assoluzione da parte di regia e sceneggiatura – si lascia sedurre dalla nettezza del pensiero del Duce, e poco importa che si parli di divisione tra le razze, di impero da costruire, di silenziare il nemico.

Povero sotto il profilo della docu-fiction, con un utilizzo scarso e poco interessante delle riprese “dal vero” girate all’impronta in giro per Roma, Sono tornato non sa gestire il potenziale eretico e comico allo stesso tempo insito nel progetto, e per di più sceglie posizioni a dir poco imbarazzanti, come lo sdoganamento di un fantomatico partito neofascista (CasaPound? Forza Nuova? Chissà, forse un mix fra le due componenti) nella cui sede Matano e Popolizio si recano come se questi potessero far parte di un percorso democratico della nazione. In qualche modo Miniero porta a galla tutte le insidie di una legge sull’apologia di fascismo che fa acqua da tutte le parti perché non c’è la reale intenzione di metterla in pratica, lasciando che germi del pensiero mussoliniano invadano ancora la dialettica politica e condizionino alcune posizioni – permettendo il proliferare del folle pensiero “il fascismo fece anche cose giuste” ribadito pubblicamente anche dal leghista Matteo Salvini solo pochi giorni fa.
La polemica sul potere mediatico è poi non solo priva di forza, ma anche del tutto vecchia, fuori tempo, slegata da una realtà che è ben più feroce e attiva di quel che Sono tornato mette in scena. Così sfiora il risibile la scrittura del personaggio della programmista interpretata da Stefania Rocca, né si comprende il perché della sua improvvisa adesione al pensiero fascista. Pensiero che tutti i personaggi, e vien da pensare anche i responsabili del film, accetterebbero senza troppi problemi se solo non si scoprisse – in modo ridicolo sotto il profilo della scrittura per immagini – che Mussolini è proprio lui, non un attore duro e puro entrato con troppa veemenza nella parte. È dunque solo il simulacro del potere fascista a essere un pericolo? Non sono le idee in quanto tali a dover essere combattute? Mussolini perde davvero credibilità solo perché ha l’ardire di sparare in testa a un cane (con un effetto speciale a dir poco artefatto)?

Interrogativi che non trovano una risposta convincente in Sono tornato, opera stanca e priva di reale verve comica retta solo dalle larghe spalle di un interprete in stato di grazia (desta invece stupore la fama nazionale raggiunta dall’impalpabile Matano), che non riesce ad agghiacciare il pubblico sulla resistenza di un retropensiero fascista all’interno della popolazione italiana e raggiunge con ogni probabilità il risultato inverso. Non ci si stupisca, se dovesse accadere, di vedere fieri nostalgici entrare in sala per salutare lo schermo con un braccio teso: è questo quel che accade quando l’icona si dimostra più forte e convinta di sé di un immaginario stanco, facile e privo di una credibile statura ideologica. Altrimenti il rischio è quello di credere di trasformare la Storia in una riscrittura pop e di ritrovarsi tra le mani la pallida eco del Minculpop. E il passo pur inconsapevole verso l’apologia si fa davvero molto breve.

Info
Il trailer di Sono tornato.
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