High Life

High Life

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Claire Denis viaggia nell’ignoto spazio profondo, e si perde: High Life è una farraginosa – e anche banalotta – riflessione sulle astrazioni spazio-temporali, sulla rinascita di corpi pseudo-cronenberghiani, su colpa e innocenza in cerca di buchi neri in cui trovare un nuovo candore. Al Torino Film Festival.

Un condannato a morte è fuggito nello spazio

Un carcere nello spazio, tanti condannati a morte orbitanti nell’universo in cerca di buchi neri, una dottoressa che vuole far nascere un bambino. [sinossi]

Come riusciva genialmente a mostrarci in un suo film del 2004 poco compreso, L’intrus, Claire Denis fa dell’intrusione a se stessa, al suo mondo, al suo corpo – cinematografico e non -, l’intera ragion d’essere del suo agire. Un film in qualche modo è sempre un intruso, così come un figlio che è stato partorito. E, in tal senso, diviene comprensibile anche l’incessante cambio di registro – e di cinema – della filmografia della regista francese, che ora con High Life approda all’intrusione più azzardata possibile: il suo primo film di fantascienza, il suo primo film in lingua inglese. Una doppia estraneità/intrusione/inclusione, dunque, che la Denis non prova minimamente a nascondere, anche perché non le si può non dare retta nel momento in cui dice che nell’ignoto spazio profondo non riesce a immaginare che venga usata altra lingua se non l’inglese; l’immaginario fantascientifico, in buona misura, sempre quello resta. E il senso di inaccessibile distanza che ti dà quel genere sembrava in effetti potesse essere la giusta dimensione per il cinema-altro-da-sé della Denis.

Si deve però scindere il fatto di accogliere High Life nella filmografia della Denis in quanto estremo rappresentante di coerenza nell’incoerenza, dal giudizio di merito da dare al film stesso. Vale a dire che, dal punto di vista teorico e potenziale, High Life è un film perfettamente denisiano, con tutte le sue ossessioni tipiche; ma dal punto di vista fattivo il film non funziona, non si apre e resta chiuso come un bocciolo troppo timido per esporsi al sole.
L’umanità dei personaggi – che è tratto distintivo di certo suo cinema, si pensi anche a un titolo minore come 35 rhums – viene qui affidata al rapporto padre-figlia, in cui il padre è interpretato da Robert Pattinson; ed è questa la parte migliore del film, quella che d’altronde avrebbe potuto avere luogo anche al di fuori di una navicella spaziale. Il problema è che questa parte è temporalmente risibile all’interno della durata complessiva di High Life: è una suggestione, una promessa non mantenuta dopo il bellissimo incipit, un’occasione persa. Perché poi la Denis, inspiegabilmente preoccupata dalla necessità di dover spiegare per filo e per segno le regole del mondo fantascientifico che ha immaginato, si perde in uno ‘spiegone’ lungo settanta minuti, facendoci disperare in qualche possibile miglioramento della situazione – che poi, invece, per fortuna, nel pre-finale, anche se solo parzialmente, arriva.
E, forse, il problema – banalissimo – sta tutto qua: dovendo affrontare un genere come la fantascienza, a lei alieno, Claire Denis si è sentita in dovere di ‘puntellare’ quel suo mondo spiegandocene pedissequamente il funzionamento: e dunque ci viene spiegato che gli astronauti sono dei condannati a morte costretti a vagare nello spazio in cerca di buchi neri da cui trarre energia (prendendo a modello il cosiddetto meccanismo di Penrose). Questo punto dovrebbe essere il mcguffin del film, la sua ragion d’essere, la sua motivazione filosofica, il motore, e invece – oltre a essere detto – non viene (quasi) mai visto, non viene mai variato come tema, restando piuttosto come inerte dato di fatto.

Perché, in effetti, quel che prende presto il sopravvento è l’ossessione per un altro buco, quello femminile, da cui il medico-medea (perché ha ucciso le sue figlie) interpretato da Juliette Binoche vuole a tutti i costi far uscire una nuova vita da una qualsiasi delle donne presenti a bordo. E qui si innescano dinamiche confuse e irrazionali tra i componenti della navicella spaziale che si trattengono dall’avere rapporti sessuali tra di loro e si votano invece alla masturbazione ossessiva all’interno di una sorta di scatola del sesso.
Certo, la nuova carne, la redenzione dell’uomo – e dell’umanità intera – incarnato qui per l’appunto da Pattinson che nel crescere sua figlia emenda le proprie colpe, l’inconoscibile rappresentato dall’universo così come dalla vagina, la tentazione – kubrickiana – di farsi risucchiare nel nulla e, così, di rinascere, l’occhiolino alla nuova carne cronenberghiana (vista anche la presenza sia della Binoche che di Pattinson, come in Cosmopolis); certo, tutto bene, sia pur di seconda mano; ma quel che manca in High Life non è tanto la carne degli attori, quanto la carne dei personaggi: il loro presunto soffrire appare ridicolo e ingiustificato, come a dare per scontato che, visto che sono pazzi e sono ergastolani, non possono far altro che aggredirsi a vicenda in maniera tra l’altro totalmente irrazionale.

Non pochi sono comunque i momenti visivamente accattivanti di High Life, ma non mancano anche cadute nel kitsch. E con questo non si fa riferimento certo alla strumentazione tecnologica cheap (che, anzi, è ben gestita) quanto a certe dinamiche, come ad esempio il modo in cui vengono trattati i personaggi afro-americani, davvero rozzo, ma anche nel grottesco e discutibile parallelismo tra uomini e cani. Ed è un peccato. Ma restiamo comunque sempre fiduciosi per una prossima nuova riuscita ‘intrusione’ della Denis in un altro film, in un altro spazio, in un altro tempo.

Info
La scheda di High Life sul sito del Torino Film Festival.
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