L’uomo fedele

L’uomo fedele

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L’uomo fedele è Abel, che accetta tutto ciò che Marianne dimostra di avere in serbo per lui. Ma l’uomo fedele è lo stesso Louis Garrel: fedele al cinema di suo padre Philippe e fedele a un’estetica, quella della Nouvelle Vague, sempre più minoritaria nella produzione francese.

Fedele alla linea, anche quando non c’è

Marianne e Abel si amano e vivono insieme, almeno fino a quando Marianne non lascia Abel perché aspetta un figlio da Paul, il miglior amico di Abel. Marianne lo sposerà presto e lui deve andarsene, in fretta. Abel non oppone resistenza e se ne va come fosse niente ma non è niente. Nove anni dopo, il cuore di Paul si ferma. Abel e Marianne si rivedono al funerale. Gli ex amanti si riavvicinano ma Eve, sorella di Paul, uscita dall’adolescenza e innamorata da sempre dell’amico del fratello, vuole Abel e dichiara guerra a Marianne. A complicare tutto poi c’è Joseph, figlio di Marianne e Paul, appassionato di enigmi polizieschi e convinto che la madre abbia avvelenato il padre. [sinossi]

Riannoda i fili con la memoria del cinema francese, L’uomo fedele, e lo fa a partire da quella prima inquadratura sullo skyline parigino dominato dalla torre Eiffel, che rimanda nella mente del cinefilo di stretta osservanza le immagini dell’incipit di Baci rubati, subito dopo la dichiarazione di partigianeria culturale di François Truffaut a favore di Henri Langlois. Altri tempi, vissuti con battagliera caparbietà. Vive invece completamente nel suo tempo Louis Garrel, e la sua nuova incursione dietro la macchina da presa – la seconda, dopo Les deux amis nel 2015 – lo dimostra in maniera lampante; eppure c’è uno spettro che si aggira in questo breve e a suo modo prezioso film. Una figura ectoplasmatica, come dopotutto fu lo stesso attore e regista per suo padre Philippe nello splendido e largamente bistrattato La frontière de l’aube. Tra le pieghe de L’uomo fedele si ritrova infatti lo spettro della Nouvelle Vague, non tanto nelle sue escoriazioni linguistiche quanto nell’habitus, nella struttura portante di un discorso capillare e a suo modo disperato sulla prassi sociale borghese, e sulla predilezione dell’essere umano occidentale a costruirsi gabbie attorno e indosso. Una disperazione che si muove a passo di minuetto su un terreno leggiadro, in cui è di fatto la commedia a smussare gli angoli e a sfumare i contorni. Spetta alla commedia, genere teatrale, letterario e cinematografico, tenere le redini di un’umanità sbandata, un po’ vacua, incapace di prendere qualsiasi cosa sul serio e allo stesso tempo bruciante nel desiderio (inespresso) di vivere l’assoluto.

Parte da qui, e da questa trista riflessione sull’inanità dell’umano esistere, il racconto ordito da Garrel in fase di sceneggiatura insieme a Jean-Claude Carrière (classe 1931, una carriera dominata dalla frequentazione artistica con Luis Buñuel ma proseguita anche con Marco Ferreri, Milos Forman, Jacques Deray, Jesús Franco, Jean-Luc Godard, Nagisa Ōshima, e ovviamente Philippe Garrel…). Abel vive con Marianne e la ama, apparentemente riamato a sua volta. Marianne però lo informa che è incinta del migliore amico di lui, Paul, e che ha intenzione di sposarlo. Abel accetta senza battere ciglio, lascia l’appartamento e lascia Marianne, proprio nel periodo in cui sta iniziando a lavorare come giornalista televisivo e “la giovinezza si allontanava poco a poco”. Passano otto anni, e Paul muore una notte, nel sonno. Forse un colpo apoplettico. Al funerale Abel ritrova Marianne, e tornano a vivere insieme nonostante questo faccia ben poco felice il figlio di lei, che per di più ritiene che sua madre abbia avvelenato il padre simulando una morte naturale. C’è un ulteriore ostacolo: Ève, la sorella minore di Paul, è innamorata di Abel fin da quando era poco più di una bambina, e ora ha intenzione di scatenare una guerra d’amorosi sensi per accaparrarselo…
All’apparenza il film può apparire come il più classico dei triangoli sentimentali, nel solco di una tradizione che proprio in Francia ha trovato alcuni dei suoi cantori maggiormente sensibili. Garrel e Carrière arrivano addirittura a suddividere il punto di vista sulla vicenda in modo tripartito, affidando alle voci narranti di Abel, Marianne ed Ève lo sviluppo tanto narrativo quanto emotivo e psicologico. Ma a ben vedere si può scorgere come si tratti di un triangolo scaleno, del tutto sproporzionato e privo di un reale equilibrio interno. Se il frammento di film che mette al centro il personaggio di Ève può apparire sbrigativo è perché in effetti occupa una porzione di tempo e di spazio residuale. Il punto, e il finale saprà sottolinearlo con cura, è che sono quattro le voci perennemente in scena, anche se una è stata ridotta in silenzio dal corso degli eventi.

Paul è infatti un personaggio a tutti gli effetti, anche se non appare nemmeno in foto e non ha diritto alla voce interiore. Sepolto sotto qualche vangata di terra, Paul è il rimosso perpetuo, quello cui tutti fanno riferimento anche senza citarlo in maniera esplicita. È lui, l’uomo che rubò Marianne ad Abel e allo stesso tempo – qui in modo del tutto inconsapevole – contribuì all’ossessione di Ève per l’amico, a tenere le redini del discorso. Gli altri tre si aggirano in scena, alla ricerca di una scintilla di vita che confermi loro di non aver perso tutto. Perché il terrore di ognuno dei personaggi, perfino della sicura, schizoide e ai limiti della perfidia Marianne, è quello di agire senza un senso, di non essere parte del consesso sociale, di muoversi al di fuori di una prassi che comunque non arrivano a comprendere. Si comportano come le regole della Parigi bo-bo dettano, i protagonisti de L’uomo fedele, e non sanno uscire dagli schemi. Non vogliono uscire da schemi che sulla carta credono di non perpetrare. Nella supposta libertà raggiunta, che li spinge ad accettare anche la più ferale delle notizie con nonchalance, si annida il vuoto di un’esistenza fuggevole e in fin dei conti mediocre.

Nel mettere in scena questa tragedia per tre personaggi Garrel sceglie la commedia, e tinteggia di ironia ogni singola situazione, lavorando con sottile intelligenza sugli spazi – l’angusto appartamentino di Ève, che per paradosso di lavoro fa l’agente immobiliare – e sui tempi, di silenzio e di battuta. Il suo film guarda con insistenza dalle parti del padre, e forse non potrebbe essere altrimenti. Ma se il dono della brevità e l’asciuttezza dell’esposizione sembrano arrivare direttamente per linea filogenetica, la messa in scena del giovanissimo Joseph – il figlio di Marianne e Paul – e la volontà di trovare una nuova vicinanza con i personaggi, testimoniata da quegli eleganti zoom che sovente annullano lo spazio con gli attori, appartengono anche all’armamentario poetico di Truffaut.

Info
Il trailer de L’uomo fedele.
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