Yesterday

Yesterday

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Yesterday parte da un’idea gustosa – nessuno nel mondo ha più memoria dei Beatles, quindi chiunque può fingere di essere l’autore delle loro canzoni – per trasformarsi in un batter d’occhio in una stanca rom-com moraleggiante sui vizi dello show business. A dirigere Danny Boyle, uno che nel mondo che mette alla berlina ci si muove da sempre con grande piglio imprenditoriale. Sbilenco, e un po’ ipocrita.

Phony Beatlemania

Jack Malik è un musicista di scarso successo. In lui crede solo Ellie, manager, amica e forse qualcosa in più, benché inespresso. Finché una sera, dopo che ha deciso di smettere con la musica e cercare un lavoro più regolare, Jack ha un incidente e perde coscienza durante un blackout planetario. Quando si sveglia, scopre che il mondo è stato privato delle canzoni dei Beatles e che lui è rimasto il solo a ricordarle. [sinossi]

Yesterday, quattordicesima regia per il cinema di Danny Boyle, parte da un’idea a suo modo gustosa, e anche brillante: cosa succederebbe se d’improvviso, senza alcuna motivazione logica o scientifica, l’intero repertorio dei Beatles scomparisse dalla memoria collettiva dell’umanità, eccezion fatta per un musicista di scarso successo che potrebbe dunque fingersi a tutti gli effetti autore di quelle canzoni? Uno spunto di partenza che potrebbe aprire un ventaglio di ipotesi narrative interessanti per ragionare sul concetto di “successo”, sulla cultura popolare, sulla supposta o meno immortalità e universalità dell’arte. Il condizionale purtroppo è d’obbligo, perché dopo un incipit che sembra suggerire un sarcasmo di fondo – si prenda la sequenza in cui il “ladro di canzoni” Jack deve testare Let it be sui suoi genitori e su un vicino di casa, per esempio – il film preferisce svoltare verso la rassicurante camera di decompressione della commedia sentimentale, sbrodolando una storia d’amore sempliciotta e prediligendo un sottofondo moraleggiante alla crudeltà insita nel soggetto. Soggetto che non a caso risulta firmato da Jack Barth, cui è però subentrato in fase di sceneggiatura il più solido, rodato e soprattutto accomodante Richard Curtis, che scrisse sì il sublime War Horse per Steven Spielberg, ma è stato assoldato dalla produzione per aver ordito – e a volte diretto – le trame di Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill, Love Actually, I Love Radio Rock. Film in cui Curtis ha dimostrato di saper gestire tanto l’aspetto romantico quanto quello musicale. Se ci si aggiunge Questione di tempo, in cui era presente persino il ghiribizzo spazio-temporale, il gioco è fatto.

Del tutto dimentico di qualsivoglia scoria di crudeltà, Curtis mette a punto per Boyle una sceneggiatura oliata quanto prevedibile e ricoperta di melassa non indispensabile. Lo schema è semplicissimo: il cantante senza successo che da anni prova a sfondare con l’aiuto indefesso solo della sua “agente”/migliore amica è l’unico, a seguito di un blackout mondiale, ad avere memoria delle canzoni – testi e musiche – dei Beatles; arriva il successo, grazie anche ai social network, ed è strepitoso; il cantante, che già si sente in colpa per il suo atto malandrino, non sa gestire né la fama né l’allontanamento dalla sua amica che in realtà ama.
Per quanto, assecondando la paranoia globale verso lo spoiler, si tenga nascosto il finale, va detto che fin dalle primissime inquadrature appare chiaro dove il film abbia intenzione di andare a parare. Il problema è che nel farlo Boyle non si sente in dovere di mettere in atto alcuna soluzione, visiva o narrativa, degna di nota. L’unico elemento interessante, oltre alle canzoni dei quattro di Liverpool, diventa dunque il mondo dello show business. E se nella primissima parte, con i concerti di Jack sotto tendoni privi di fascino o in pub in cui il pubblico preferisce chiacchierare che ascoltare musica, si intravvede una scintilla di “idea”, la rappresentazione del mondo del successo è davvero ai limiti del bignamino, con tanto di nuova agente tutta immagine e zero inventiva a cui viene assegnato, con la consueta svogliatezza che pervade il resto del film, il ruolo di “cattiva”. Una messa alla berlina del mainstream (per di più con sgradevole sottolineatura nel passaggio dalla pacata e giusta Inghilterra alla perfida macchina fabbrica-soldi statunitense) che risulta non poco ipocrita tra le mani di un regista che si è sempre trovato a proprio agio con il meccanismo hollywoodiano.

Ma al di là di queste riflessioni – sulla standardizzazione del linguaggio si potrebbe aprire un’altra falla del film, come testimonia la messa in scena dei genitori di Jack – quel che viene a mancare in Yesterday è il senso stesso del film: debole come storia d’amore, quasi che fosse obbligatorio attaccarla con lo scotch, privo di idee come gioco surreale, semplicistico come attacco all’industria e alle sue ottusità. Resterebbe l’amoroso gioco con le canzoni dei Beatles, e il loro ruolo fondamentale nell’immaginario collettivo. Fa capolino una divertente battuta sugli Oasis – quando Jack si rende conto che non ci sono più tracce dei Beatles fa una ricerca per quel che concerne le altre band, e l’unica a non esistere più è quella capitanata dai fratelli Gallagher: “ha senso”, è l’unico commento del protagonista –, e funzionano meno i due cultori di John & Co., a loro volta consci dell’esistenza in un altro spazio-tempo, delle canzoni dei quattro. Nulla più, a parte un passaggio che lascia enormi dubbi, per quanto pare abbia facile presa sulla lacrimazione di parte degli spettatori.
Jack, proprio su imbeccata della già citata coppia di cultori, scopre che John Lennon è ancora vivo, e lo raggiunge nella sua casetta in mezzo al nulla. Lì Jack scopre che, senza aver composto nulla, Lennon ha vissuto meglio, amando una sola donna (ora morta) e vivendo una vita senza successo e per questo più felice. Anche soprassedendo sul cattivo gusto di una scelta simile dispiace annotare come per Curtis e Boyle una persona d’ingegno che non riesca a comporre qualcosa diventi un uomo qualunque, privo di velleità o di volontà artistiche d’altro tipo. Un signor nessuno, quasi senza una reale identità. Una lettura comoda e semplicistica, oltre che vagamente reazionaria. Un po’ come tutto Yesterday, a ben vedere. “Phony Beatlemania”, avrebbero detto i Clash.

Info
Il trailer di Yesterday.

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