Interrabang

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Spazio chiuso/aperto, provocazioni antiborghesi d’epoca, compiacimenti fotogenici. Interrabang di Giuliano Biagetti si avvita in un gioco intellettualistico ampiamente di riporto, tra commedia glamour e moderno dominio del dubbio. Dal ritmo altalenante, ma tutto sommato godibile. In dvd per Cinekult e CG.

In compagnia della moglie Anna e della cognata Valeria, il fotografo di moda Fabrizio raggiunge in yacht un’isoletta in mezzo al mare per scattare un servizio alla sua modella/musa, Maregalit. La modella è anche l’amante dichiarata di Fabrizio, in un regime di disinvolta libertà morale in cui pure Anna non mostra di essere particolarmente gelosa. Alla radio viene diffusa la notizia che un evaso è fuggito e si aggira nei paraggi, mentre Fabrizio si accorge che lo yacht ha esaurito il carburante. Prendendo un passaggio da un motoscafo che passa lì vicino, Fabrizio se ne va e promette di tornare con la benzina, ma poco dopo le tre donne sono raggiunte da Marco, sedicente poeta che afferma di abitare sull’isola in solitudine ma che subito viene sospettato di essere l’evaso… [sinossi]

Trasgressioni post-Sessantotto, sesso, intrigo e giallo. A vedere Interrabang (1969) di Giuliano Biagetti vengono in mente innanzitutto due suggestioni: da un lato Metti, una sera a cena (1969) di Giuseppe Patroni Griffi, dall’altro un filone non amplissimo di cinema italiano (come ricorda Davide Pulici negli extra del dvd) che proponeva opere ambientate su una barca in mezzo al mare tra erotismo e spunti di detection – Pulici rammenta in particolare Il sesso degli angeli (1967, Ugo Liberatore), grande successo del tempo, e Top Sensation (1969, Ottavio Alessi), quest’ultimo però assai più spinto sul versante erotico. Col film a suo modo epocale di Patroni Griffi, Interrabang condivide l’ambiguo profilo di commedia borghese e antiborghese insieme, zuppa di dialoghi intellettualistici ed elucubrazioni provocatorie sui rapporti tra esseri umani, con continue interrogazioni intorno al fallimento storico dell’esclusività della coppia, che però trovano piena collocazione in un’estetica glamour e mondana. Sono fortemente assimilabili anche le due macrostrutture narrative: sia Patroni Griffi sia Biagetti propongono infatti cinque personaggi sostanzialmente rinchiusi nei loro rapporti interpersonali. Appaiono ben diverse, però, le due idee di claustrofobia intorno alla quale si avvitano i rispettivi racconti. Se da un lato Patroni Griffi varia l’originaria claustrofobia delle pareti teatrali (come si sa, Metti, una sera a cena nasce in teatro) in un fiorire di location diverse facendosi forte di un montaggio assai inventivo di Kim Arcalli, dall’altro Biagetti sceglie di rinchiudere anche fisicamente i propri personaggi secondo una particolare idea di simultanea claustro- e agorafobia. Prigionieri, ma in mezzo al mare, confinati tra lo yacht e gli scogli di un’isoletta. Senza via di scampo, ma in mare aperto, cosicché il senso d’imprigionamento si accompagna all’angoscia degli spazi infiniti.

L’idea non è originalissima, e non nasce certo con Giuliano Biagetti e i suoi sceneggiatori (Luciano Lucignani e Giorgio Mariuzzo, con l’aggiunta del misterioso Edgar Mills al quale si attribuisce anche il racconto originario, ma non esistono tracce né del racconto né del fantomatico Mills). Se si può risalire fino a fonti classicamente anglosassoni (Prigionieri dell’oceano, 1944, Alfred Hitchcock), vi sono in realtà anche suggestioni più prossime al tempo in cui Interrabang viene realizzato, a partire da Il coltello nell’acqua (1962), unico lungometraggio girato in Polonia da Roman Polanski prima del suo espatrio, autore che tuttavia abituerà le platee a situazioni narrative di stallo e prigionia, a partire dal di poco successivo Cul-de-sac (1966). Interrabang vede la luce anche in anni fortemente caratterizzati in Italia da cinema provocatorio, contestatario e antiborghese. Ogni autore ne dà una lettura diversa, dalle più impegnate alle riletture didascaliche per grandi masse in un’ottica di massiccio sfruttamento di una tendenza che, nata contro il commercio, finisce a sua volta commerciale. È un po’ il caso del film di Biagetti, e se vogliamo pure di Metti, una sera a cena, collocato a sua volta a uno strano crocevia tra spericolatezza formale ed epidermico spettacolo di piacere. Vista la dimensione produttiva decisamente ridotta rispetto al film di Patroni Griffi, è ovvio che Interrabang semplifichi ulteriormente il proprio discorso. Punteggiato di dialoghi verbosissimi, il film di Biagetti oscilla tra il fotoromanzo, la facilissima provocazione e il didascalismo più fastidioso. I lunghi confronti tra i personaggi intorno a sesso, superamento della coppia e della dittatura eterosessuale lasciano spesso il tempo che trovano, non aiutano sempre a delineare caratteri ben distinti e finiscono di frequente in uno sterile chiacchiericcio, benché siano pure funzionalizzati a una crescente tensione psicologica tra quelle figure isolate e compresse in mezzo al mare – giusto per restare in tema di modelli pregressi, era uscito nelle sale italiane, praticamente in simultanea con Metti, una sera a cena, anche La piscina (1969) di Jacques Deray, che per certi versi mostra tendenze alla nevrotica e tacita violenza in rapporti umani ancora calati in una smagliante borghesia.

Da inizio a fine resta comunque prevalente nel film di Biagetti la confezione di commedia turistico-mondana, che gioca al ghirigoro intellettualistico ma affidandosi palesemente al facile fascino di bei corpi femminili e maschili in abiti marittimi, e alla loro collocazione da jet-set in uno yacht a fianco di un’isoletta – la location è l’Isola Rossa di Porto Santo Stefano, in zona Argentario. All’aria da commedia altoborghese, diretta a un pubblico metà popolare (i nudi) metà elitario (l’alibi della riflessione intellettualoide), contribuisce anche il bel commento musicale di Berto Pisano, che appare da un lato ben intonato ai paesaggi assolati e ai corpi attraenti, dall’altro sembra andare in tutt’altra direzione rispetto alle intenzioni di evocare anche un setting di giallo, mistero e suspense.

Malgrado ciò, quella della suspense resta tuttavia l’arma più vincente, la freccia migliore all’arco di Giuliano Biagetti. Autore dalla lunga carriera ma composta di non numerosissimi titoli, con una corposa esperienza proprio negli anni Sessanta in ambito di regia per caroselli televisivi, Biagetti sembra innanzitutto trovarsi molto a proprio agio con la bellezza quasi pubblicitaria dei suoi protagonisti. Se Umberto Orsini e Corrado Pani calcheranno entrambi a lungo le nobili tavole del teatro, è altrettanto vero che nei loro anni giovanili sono spesso convocati al cinema anche per la loro spiccata fotogenia. In tal senso entrambi risultano perfettamente funzionali a fondersi con le tre protagoniste femminili in un orizzonte di compiaciuta esposizione di bellezza, a fianco di Beba Loncar (molto popolare in quegli anni), Haydée Politoff (la più raffinata nella sua formazione: lavorò con Eric Rohmer prima di approdare in Italia in più di una pellicola assimilabile al facile glamour di Interrabang) e dell’esordiente e misteriosa Shoshana Cohen, una sorta di simil-Bolkan, bruna e mascolina, che con la sua presenza spinge ulteriormente a evocare similitudini con Metti, una sera a cena. Tra un accenno erotico e l’altro in un sostanziale clima di libera promiscuità i cinque s’intorcinano lungamente in estenuate elucubrazioni psicologistiche e talvolta pure poeticistiche (il Marco di Corrado Pani si spaccia per poeta, isolato dal mondo su quel fazzoletto di terra in mezzo al mare). Intanto, però, si affidano anche a una crescita graduale della tensione psicologica, fino all’apparizione dei primi morti.

Altra idea che viene riletta in chiave popolare ma che viene dritta dalle nuove tendenze moderniste e postmoderniste è infatti la caduta di qualsiasi certezza consolidata. È da lì che proviene anche il misterioso titolo. L’interrabang (o interrobang) è infatti un segno di interpunzione entrato nell’uso in quegli anni, che vede il sovrapporsi nello stesso spazio di un punto interrogativo e di un esclamativo. Sfinge indecifrabile, apertura verso l’ambiguità, l’interrabang si profila di fatto come una variante facile e didascalica della lettura univoca, del legame fiduciario tra soggetto e oggetto che vede il suo crollo in Blow-up (1966, Michelangelo Antonioni). L’opera epocale di Antonioni costituisce un altro evidente modello per il film di Biagetti: rimettendo in scena un più immediato personaggio di fotografo (Umberto Orsini), Interrabang mescola infatti di nuovo le carte tra ipotesi di giallo e caduta di certezze, un po’ come accade per l’indagine senza fine dell’antonioniano David Hemmings. Biagetti compie questo, ovviamente, tramite chiavi più facili e immediate, rasentando il cinema di genere ma tenendosene al contempo a debita distanza. La rete di inganni e fascinazioni che viene a crearsi tra i suoi cinque protagonisti è infatti innanzitutto avvitata intorno a una riproposizione manierata e didascalica della caduta di qualsiasi fiducia e del conseguente dominio pervasivo del dubbio. Di volta in volta le tre donne protagoniste finiscono per sospettare una dell’altra, e anche di Marco e Fabrizio. Il meccanismo insomma è uno dei più consolidati: luogo stretto e chiuso, spazi ravvicinati tra i personaggi, nervi che saltano, l’odio (e la verità, il vero odio) che prende il sopravvento. Sul finale Biagetti propone un triplice colpo di scena che evoca incastri narrativi da scatole cinesi, in una riedizione sempre più esasperata del gioco di maschere tra i personaggi, in cui si finisce per non credere più a nessuno.

Ma a differenza degli alti modelli evocati, Biagetti non ripropone altro che un gioco, un esercizio di stile fine a se stesso, al quale si riconosce (questo sì) una certa raffinatezza di tocco e un’apprezzabile attenzione per la coerenza narrativa se si reinquadra l’opera nel suo orizzonte produttivo. In quest’aria generale di gioco cinico e beffardo si respira anche un certo scetticismo nei confronti delle nuove etiche proposte dai protagonisti: dopo tanto discettare su nuovi e necessari liberi costumi, il film ci consegna un finale dove emergono soltanto una selva di rapacità ed egoismi incrociati, come a voler sottolineare brillantemente che qualsiasi aspirazione al superamento della coppia si risolve soltanto in una fatale ipocrisia collettiva e condivisa. Così, dietro alle lunghe schermaglie tra i protagonisti si percepisce un gustoso risolino d’autore, non necessariamente reazionario ma soltanto freddo, cinico e cerebrale.

A conti fatti Interrabang è un film strano, che procede a strappi, lungamente tedioso nelle dinamiche tra i personaggi e al tempo stesso intrigante per la dimensione di mistero e per la conturbante ambientazione. La progressione narrativa non è certo delle migliori, eppure si resta lì incollati, curiosi di vedere se Fabrizio tornerà, se tornerà vivo o morto, se Marco è davvero l’evaso. L’orizzonte d’ambiguità è dunque abbastanza funzionale, benché resti altrettanto evidente l’intenzione di proporre un prodotto più alto rispetto alla corrente produzione italiana di serie B. Ambizioso, irrisolto, con alcuni numeri a suo favore. Da vedere, in ultima analisi.

Extra: “Nel segno del dubbio” (16’ 10’’) – intervista a Umberto Orsini e contributo critico di Davide Pulici.
Info
La scheda di Interrabang sul sito di CG Entertainment.

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