Cinque a zero

Cinque a zero

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Cinque a zero è un film dimenticato, che andrebbe riscoperto per una serie di ragioni, a partire dalle qualità registiche di Mario Bonnard, figura centrale del cinema italiano a cavallo degli anni Trenta. C’è poi l’interpretazione di Osvaldo Valenti, che troverà la morte per mano partigiana alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma c’è anche la prima compiuta messa in scena del calcio come elemento drammaturgico nazionale, che tanta parte avrà verso il finire del secolo. E, infine, si trova anche una delle rare occasioni in cui la Roma annichilì completamente la Juventus, umiliandola sportivamente.

Lombardo, Volk, Bernardini, Bernardini, Fasanelli

Il presidente di una società calcistica viene ostacolato nel suo lavoro dalla moglie, che non vede di buon occhio lo sport ed è per di più profondamente delusa dal gioco della squadra. Oltre a questo il presidente è anche fortemente preoccupato perché la stella di prima grandezza della compagine ha perso la testa per una cantante di varietà. Si avvicina un incontro importante, e non si può perdere ulteriore tempo… [sinossi]

Cinque a zero è un film pressoché invisibile. La televisione non lo programma, neanche quella di Stato, e ancor meno possono i cineclub, visto che non è mai stato edito su nessun formato. Esiste una pellicola 35mm archiviata dalla Cineteca Nazionale, ma è una copia a dir poco bizzarra, che non ha la banda sonora originale ma un doppiaggio francese, e può contare per l’italiano solo sui sottotitoli. Una situazione in cui si trovano non pochi titoli prodotti durante il ventennio fascista, e che merita un approfondimento a parte. Nonostante la vastissima produzione sviluppatasi sotto la dittatura, con il cinema che acquista un valore politico e strumentale alla difesa e alla promozione della gerarchia fascista, sono poche le occasioni in cui si possono riscoprire i titoli portati a termine tra la seconda metà degli anni Venti e la fine della lotta partigiana. Se si esclude l’ultima fase della guerra mondiale, con la nazione spaccata a metà e le truppe fasciste arroccate nella Repubblica di Salò, quando i primi germi di quello che sarebbe divenuto noto come Neorealismo iniziano a propagarsi, sparsi dalle opere di Roberto Rossellini (La nave bianca, Un pilota ritorna, L’uomo della croce), Vittorio De Sica/Cesare Zavattini (I bambini ci guardano), Alessandro Blasetti (Quattro passi tra le nuvole), Francesco De Robertis (Uomini sul fondo) e ovviamente da Ossessione di Luchino Visconti, la cinematografia “fascista” è in tutto e per tutto un tabù che ancora oggi resiste, e in pochi osano mettere in dubbio – fa eccezione, tanto per portare un esempio, Sergio G. Germani, che al triestino I Mille Occhi ha più volte puntato l’occhio sulla produzione del periodo; con lui doveroso citare anche il lavoro di Olaf Möller. Attribuendo al suddetto Neorealismo le prime reali qualità del cinema italiano, e d’altro canto attaccando frontalmente qualsiasi esempio tematico o espressivo del periodo precedente – si pensi alla critica preventiva e uniforme a ogni singolo titolo appartenente al fenomeno dei “telefoni bianchi” – si è pensato di rimuovere il fascismo, quasi che un film avesse la capacità di far aderire o meno le persone a un intero sistema non solo culturale, ma ideologico e politico. Un’idea a dir poco balzana, che risulta ancor più ridicola se si pensa ad esempio che gli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia svolgono ancora lezione (e per fortuna!) negli spazi che furono pensati dall’architetto e scenografo Antonio Valente su mandato di Benito Mussolini nel 1935.

È un peccato che si abbia paura della produzione fascista, perché attraverso quei film e quell’immaginario sarebbe possibile anche tracciare un percorso documentale, e storico, in grado di ricostruire non solo l’aria dei tempi – quella la si può desumere anche dagli articoli dei giornali o dalle canzoni in voga – ma anche le abitudini dello sguardo, la messa in scena delle relazioni umane, il racconto della quotidianità di un’intera nazione. Anche a questo potrebbe concorrere, per esempio, un film come Cinque a zero, prodotto nel 1932 dalla G.A.I. negli studi della Caesar Film di Giuseppe Barattolo. Fu uno dei primi film a essere girati negli impianti, rinnovati e attrezzatissimi, che Barattolo aveva aperto – con l’appoggio del ministro Giuseppe Bottai, cui fu “permesso” di girare anche un’inquadratura de La vecchia signora di Amleto Palermi – sulla Circonvallazione Appia, e dimostra anche la volontà del primo cinema sonoro italiano di confrontarsi con notizie di cronaca, o almeno con la quotidianità della popolazione. Quel titolo bizzarro, infatti, sta a segnalare un riferimento ben particolare: cinque a zero fu il risultato con cui si concluse a sorpresa un Roma-Juventus giocato il 15 marzo del 1931 nello storico Campo Testaccio, primo stadio per la società giallorossa. In un’epoca in cui la Juventus già maramaldeggiava sugli avversari, e in cui il distacco tra le squadre del nord e quelle del sud del Paese era a dir poco inimmaginabile (si pensi che prima del primo torneo a girone unico, svoltosi nel 1929-30, il campionato era diviso in due metà, uno comprendente le squadre nordiche e l’altro quelle del centro-sud, che determinava il vincitore in una sfida d’andata e ritorno tra le prime dei rispettivi gironi: il sud non vinse mai), un risultato così roboante risaltò di quotidiano in quotidiano, rilanciato anche dalla radio. Il cinema, arma di propaganda e allo stesso tempo di massima distrazione, non poteva mancare all’appello. Ecco dunque un soggetto firmato con solida rapidità da Michele Galdieri (che sarà autore, nel 1951, della celeberrima canzone T’ho voluto bene (Non dimenticar), scritta per Anna di Alberto Lattuada), e un set rapido ma non per questo raffazzonato, al quale partecipò in blocco anche la squadra della Roma, protagonista nella realtà dell’impresa racchiusa nel titolo del film.

Proprio questa bizzarria permette di affrontare un’analisi del film dalla prospettiva dell’opera a carattere sportivo, e precipuamente calcistico. Per quanto il calcio sia da sempre lo sport nazionale, e abbia ininterrottamente rappresentato uno degli aspetti di maggior discussione a livello popolare (e non solo), il cinema l’ha sempre trattato con una malcelata ritrosia, dimostrando per di più di non saperlo mettere in scena, e di non essere in grado di elevarlo a metafora dello stato di salute – o meno – del Paese. Quel che è particolarmente interessante è che Cinque a zero, pur parlando di uno sport ancora in una fase non amatoriale ma comunque lontano dalla centralità economica e mediatica su cui può contare oggi, contenga al proprio interno gli elementi che i vari L’allenatore nel pallone, Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento, o Il presidente del Borgorosso Football Club svilupperanno molti decenni più tardi. Innanzitutto si tratta di una commedia che gioca sul versante sentimentale, sia nel rapporto tra il proprietario e il club, sia in quello tra il giocatore più forte e la sua nuova fiamma, cantante di varietà; vi è poi l’elemento della società in difficoltà che deve risollevarsi grazie a una partita spartiacque; e infine vi è la riflessione su una tifoseria barbarica, pronta all’esaltazione ma anche e forse soprattutto a inveire contro dei giocatori considerati semidei caduti, divenuti umani e dunque pronti a essere impallinati per primo dal fuoco “amico”.
Questa riflessione, edulcorata per non infastidire la macchina dello Stato fascista, si presta però a una volontaria messa in ridicolo tanto del fenomeno calcistico quanto, e ancor più, di una società misera, ferma a un concetto basico della vita, priva di reali capacità d’approfondimento. Mario Bonnard, a sua volta rimosso e dimenticato, dirige questa pantomima aggraziata e divertente (oltre che divertita) in punta di macchina da presa, mescolando i ritmi della commedia d’oltralpe con le necessità ancora vagamente avanguardiste del futurismo: lo dimostra in pieno la sublime sequenza nella quale il calciatore innamorato (un eccellente Osvaldo Valenti, che si unirà nel 1944 alla Xª MAS e troverà poi la morte per mano partigiana al termine della Seconda Guerra Mondiale, fucilato insieme alla compagna Luisa Ferida: la sua vicenda umana è al centro del purtroppo debolissimo Sanguepazzo di Marco Tullio Giordana) e la sua bella, Carolina Mignone in arte Milly – quasi quarant’anni più tardi sarà la madre di Jean-Louis Trintignant ne Il conformista di Bernardo Bertolucci –, si svegliano dopo aver trascorso insieme la notte in albergo. In un interludio che profuma di cinema muto, tra reminiscenze da Silly Symphonies e squarci espressionisti, irrompe l’inquadratura dei due a bordo di una macchina sportiva, che in qualche modo squarcia il tempo e il senso romantico del tutto. Riscoprire Cinque a zero, e con lui la ricca filmografia di Bonnard (Fra Diavolo, La marcia nuziale, Il feroce Saladino, Avanti, c’è posto, Campo de’ fiori, fino a Gli ultimi giorni di Pompei che nel 1959 permise l’esordio, in co-regia, di Sergio Leone), significherebbe riappropriarsi di un immaginario celato solo per contingenza storica, in un’interpretazione del reale inevitabilmente monca, e priva di sostanza. Per curiosità, la Roma per battere con un risultato così rotondo la Juventus dovrà aspettare oltre settant’anni, quando trionferà 4-0 con reti di Dacourt, Totti e doppietta di Cassano. Anche questa è storia…

Info
Una sequenza di Cinque a zero.

  • cinque-a-zero-1932-mario-bonnard-01.jpg
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