Estate romana

Estate romana

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Girato in una Roma sconquassata dai lavori per il Giubileo del 2000, Estate romana era il terzo lungometraggio di Matteo Garrone: una commedia surreale e malinconica, un acquerello sudaticcio che esonda dai contorni, un frammento di discorso amoroso su un’idea di teatralità che andava scomparendo. In programma il 12 febbraio, alle 19 a Roma, al Teatro Palladium, in 35mm.

Un’estate a Roma, tanto per non morire

Roma in estate, durante i preparativi per il Giubileo del 2000. Rossella torna in città, ma casa sua è occupata da un amico, Salvatore, che sta lavorando come scenografo e le deve diversi mesi d’affitto. Lui la ospita e la tratta un po’ come se fosse lui il proprietario e non lei. In casa fa avanti e indietro anche Monica con la sua bambina. Monica è l’assistente di Salvatore – stanno realizzando un grande mappamondo – e finge di ignorare le attenzioni sentimentali che lui riversa su di lei senza tra l’altro mai esplicitarle. Roma intanto è tutta bardata per i lavori in corso. [sinossi]

Fa impressione tornare per il tramite di Estate romana alla Roma del Giubileo e, insieme, al cinema di Matteo Garrone delle origini. Entrambi, infatti, sono cambiati molto. Sono passati pochi anni, ma sembra trascorsa un’eternità, un’era geologica. La città si è rinchiusa di nuovo placidamente e ferocemente nel suo eterno immobilismo, cui era stata costretta a venire meno per qualche mese durante i preparativi del Giubileo che l’avevano spinta a cambiare improvvisamente faccia. Garrone invece ha poi superato quel suo realismo dei primi film per ragionare sempre più sul fiabesco e sul cinema di genere, a partire dal noir ne L’imbalsamatore per arrivare al più recente Pinocchio. E dunque Estate romana, che è il suo terzo lungometraggio, può essere considerato come la summa documentaria/realistica del suo primo cinema, preceduto da Terra di mezzo (1996) e Ospiti (1998).

Vi si ritrova in questo suo film del 2000 quella stessa tensione al gesto improvviso – non solo di scena, ma anche di movimenti di macchina -, quella stessa paratatticità narrativa, quella stessa malinconia esistenziale, che erano tipici del suo primissimo cinema e che si sono andati poi man mano affinando in una scrittura più precisa e in un controllo più organico e più “pensato” della macchina-cinema. Qui, in Estate romana, tutto è slabbrato, improvviso, sornione, per un racconto che procede a strappi, per abbozzi di sequenza, per pennellate apparentemente distratte eppure sempre incredibilmente incisive. Si pensi, a tal proposito, al modo in cui entra in scena Victor Cavallo, icona dimenticata del teatro off romano che sarebbe morto pochi mesi dopo: un movimento sporco di macchina a mano passa su di lui – e ci fa scoprire così la sua presenza – sullo sfondo di una partita di calcetto, nel corso di una fiera estiva. Ed è un’agnizione, un’apparizione assurda in quel contesto, eppure così radicalmente realistica nella trasognata e ormai amorevolmente “pezzente” dimensione del teatro romano sperimentale e d’avanguardia che Garrone – figlio del critico teatrale Nico Garrone – intende qui omaggiare, a partire da una delle sue protagoniste, vale a dire quella Rossella Or, che fu uno dei volti di quella stagione che segnò il palcoscenico della capitale negli anni Settanta. Ed è, quella, la Roma destinata a sparire di fronte al nuovo e anodino turbinio dei lavori previsti per il Giubileo, una Roma che viene rimessa a nuovo, ripulita e “vetrinizzata”, eliminando così tutte le sacche di resistenza che in essa sopravvivevano, la Roma dei Nico D’Alessandria e degli Alberto Grifi.

E allora quel gesto artistico totalmente insensato – il mondo quale opera d’arte costruito da Salvatore Sansone, l’altro protagonista del film, un mondo che non si riesce a far uscire dall’appartamento – diventa non solo un omaggio alle comiche del muto (e, in particolare, a The Boat di Buster Keaton), ma si connota anche come l’ultimo possibile atto artistico in una città che cerca di rimuovere la sua storia. Un atto che porta l’arte in strada e la fa rotolare nell’indifferenza dei passanti di Piazza Vittorio. Qualcuno forse potrebbe essere interessato ad acquistarlo, ma accade sempre qualcosa che impedisce la compravendita, e dunque quel mondo, caricato in macchina, diventa infine oggetto tra gli oggetti sulla spiaggia, a Ostia, insignificante nell’insignificanza di balli sfrenati di ragazzini. Viene dimenticato lì, abbandonato, e Salvatore già da prima aveva detto che non contava più di farci soldi, perché l’arte non può che essere continuamente buttata via per poter continuare a vivere. Un buttarsi, un gettarsi via – in una consapevole dimensione di saggezza esistenziale, di amorevole nichilisimo – che, di nuovo, è stato caratteristico di quella generazione di teatranti, di artisti romani degli anni Settanta, qui incarnata in particolare ancora e sempre da Victor Cavallo, il quale afferma candidamente di avere una serie di tristezze molto confessabili di cui però non ha voglia di parlare e che consiglia a Rossella Or di prendere il tram, il 30 sbarrato, perché «quella è la salvezza». Lei invece si aggira come un alieno ed è sempre sudata, sempre svenevole, sempre fuori posto, sempre arrendevole e maltrattata, perché è per l’appunto l’esatta incarnazione di quella Roma sonnolenta che si vuole rimuovere con i nuovi lavori all’insegna dell’efficienza.

In tutto questo, Estate romana è anche un film spassoso, divertentissimo, una commedia surreale in cui si riconosce precisamente il segno understatement della comicità di Massimo Gaudioso, che qui si trovava per la prima volta a collaborare con Garrone; un segno che – in una struttura narrativa volutamente debole e libera – è sempre mirabilmente miscelato con l’improvvisazione attoriale e con il marchio documentaristico, con la riflessione arguta e malinconica, con il sentore di una fine che non potrà che arrivare tramite un gran sudata, tramite un fastidioso sapore di «sabbia in gola».

Info
L’evento Facebook di Estate romana, la cui proiezione è prevista per il 12 febbraio a Roma, al Teatro Palladium

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