Mystère

Mystère

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Primo tentativo di percorrere strade diverse da parte di Carlo Vanzina, Mystère è un’opera poco compiuta e coesa che ha scontato però qualche problema produttivo. Tappa fondamentale, in ogni caso, per la costruzione di un immaginario personale che finirà per delinearsi con maggiore compattezza in Sotto il vestito niente e Via Montenapoleone. Carole Bouquet come fascinosa protagonista. Disponibile su RaiPlay.

Di squillo, di scarpe anni Trenta, di poliziotti dalla chioma fonata e di altri strani figuri

Roma. La squillo d’alto bordo Mystère, bellissima e inarrivabile, svolge la professione più antica del mondo per una ricca clientela. L’amica e collega Pamela la coinvolge in un rapporto a tre con un tedesco corpulento in una stanza d’albergo. Al momento di salutarsi, Pamela ruba al tedesco un accendino d’oro, sfilandoglielo da una tasca e nascondendolo nella borsa di Mystère. Pamela non sa che quell’accendino contiene importanti informazioni riguardo a un attentato avvenuto a Piazza di Spagna, e poco tempo dopo viene uccisa da un misterioso assassino. Sconvolta per l’accaduto e ignara di possedere l’accendino, Mystère è interrogata dall’energico ispettore “Colt”, nei confronti del quale la ragazza mantiene sulle prime un atteggiamento freddo e diffidente… [sinossi]
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Secondo il consueto divoramento di cinema pregresso che nel passar degli anni ha caratterizzato sempre più il cinema di Carlo Vanzina, nel 1983 fu il turno, per stessa ammissione del fratello Enrico, nientemenoché del francese Diva (Jean-Jacques Beineix, 1981), brillante opera d’inizio anni Ottanta oggi piuttosto dimenticata ma che al tempo della sua comparsa nelle sale riscosse un ottimo successo in patria, e un buon successo anche in Italia. Nel caso di Mystère, primo tentativo dei fratelli Vanzina di uscire dal territorio del comico e della commedia, la filiazione è meno scoperta che in altre occasioni (basti pensare a Sotto il vestito niente, 1985, e ai suoi evidenti rapporti col cinema di De Palma) ma si fa via via più dichiarata nello svolgersi del racconto, che presenta una seconda parte popolata da bizzarri personaggi piuttosto aderenti all’opera-modello di Beineix. Come spesso accade nel cinema di Vanzina, si tratta di una filiazione più di spirito e meno di sostanza. Se il plot di Mystère ruota intorno a un oggetto-MGuffin come per Diva (qui un accendino che contiene importanti informazioni riguardo a un omicidio, là una registrazione abusiva di un’esibizione operistica), d’altra parte la tecnica del McGuffin non è certo un’esclusiva né di Beineix né di Vanzina, assurta dalla tradizione cinematografica a escamotage narrativo di amplissimo utilizzo.

La comunanza di spirito, tuttavia, sembra tenere insieme i due film con qualche ragione in più. In entrambi i casi abbiamo a che fare con un contesto metropolitano fatto di subite e desiderate solitudini, in entrambi i casi assistiamo allo srotolarsi di una pazza corda narrativa che prende le mosse da un piccolo oggetto insignificante per intrecciare in un’incessante caccia un numero crescente di personaggi, minacciosi e/o grotteschi. Come d’uso con maggiore o minore intensità nel cinema di Vanzina, è possibile rintracciare anche qui almeno una citazione del film preso a modello: potremmo definirla “citazione debole”, dal momento che la ben nota ed entusiasmante sequenza in Diva dell’inseguimento in motorino nei corridoi sotterranei della metropolitana è forse qui riproposta in un inseguimento a piedi sui rulli della metro di Roma, vagamente simile al modello sul piano stilistico. Citazione debole, poiché il riferimento può essere sì riconosciuto, ma in una dimensione di lontano richiamo, e decisamente meno efficace nella sua riuscita audiovisiva. Altro esempio di citazione debole può essere rintracciato nel fumettistico personaggio con gli occhiali da sole scuri che assume un peso rilevante verso la conclusione di Mystère. Anche Diva è popolato di eleganti e silenziosi malintenzionati con occhiale scuro, con la differenza però che Mystère colloca il suo scherano con gli occhiali da sole pure dentro a un bagno turco, e le risate sono garantite. L’effetto è quello di una parodia più o meno volontaria, che ricorre più volte nel racconto di Mystère e sul quale torneremo più avanti.

In entrambi i casi, infine, sia Beineix sia Vanzina si collocano in un territorio anni Ottanta in cui nello stesso film i generi s’intrecciano, si mescolano, fino al loro totale annullamento. In Diva ciò appare un preciso tratto al quale Beineix giunge muovendosi senza evidenti idee precostituite; la dimensione è quella del fumetto, in cui noir, ribellismo anarcoide, poliziesco, spy movie, trasalimenti melodrammatici e risvolti erotici coesistono minuto dopo minuto, senza presupporre nemmeno una loro distinzione. In Mystère i Vanzina sembrano invece procedere per accumulo, sterzando le tonalità di genere soprattutto nella seconda metà. In Beineix, i generi sono letteralmente dimenticati in un oggetto nuovo; in Vanzina, sembrano invece continuare a esistere per compartimenti stagni all’interno dello stesso racconto.

Gli esiti, diciamolo subito, sono decisamente lontani dal puro piacere di fruizione garantito dal film di Beineix. E anzi, si mantengono a discreta distanza anche da altre buone o ottime riuscite dei Vanzina. Il paragone con Sotto il vestito niente, giunto nelle sale appena due anni dopo, è a tutto svantaggio di Mystère. Enrico Vanzina racconta che per Mystère ci furono alcuni problemi col produttore Goffredo Lombardo, responsabile dell’aggiunta posticcia di un affrettatissimo finalino in cui i due protagonisti finiscono per tubare come colombe nel contesto turistico di Hong Kong.

Tuttavia, i problemi narrativi emergono con una certa evidenza anche nel resto del film. Mystère esordisce infatti piuttosto bene, introducendo al mondo patinato della protagonista secondo linee tipicamente vanziniane nell’utilizzo espressivo della bellezza. Bellezza sempre patinata, para-pubblicitaria, che tuttavia, come meglio farà in seguito in Sotto il vestito niente e in Via Montenapoleone (1987), descrive efficacemente un mondo fatuo e superficiale, anche foriero di solitudine, alienazione urbana e disagio. C’è infatti, nella prima parte del film, il tentativo di disegnare una cornice tra noir, spy, poliziesco e giallo intorno a una protagonista totalmente centrale alla quale si vorrebbero riservare spazi di costruzione di un vero personaggio. Pur in un ambito in qualche modo predeterminato da convenzioni letterarie e cinema pregresso, Mystère cerca dunque di raccontare anche stati d’animo, di collocare la sua protagonista in una dimensione di orgogliosa e cinica solitudine in compagnia del suo gatto. Nel suo rapporto col micio sembra di rintracciare qualche debito da Il lungo addio (Robert Altman, 1973), mentre la cornice metropolitana e il rapporto tra una squillo e il suo poliziotto richiamano alla mente, per grandissime linee, le dinamiche di Una squillo per l’ispettore Klute (Alan J. Pakula, 1971).

L’emulazione e simulazione di un contesto americano, sia pure calato in una cornice dichiaratamente romana, sono infatti altrettanto intense, con effetti talvolta stranianti ai limiti del ridicolo involontario. La voglia di americanità prende infatti le mosse fin dal prologo, dove l’omicidio di un diplomatico a Piazza di Spagna si tramuta in innesco narrativo rinviando (chissà perché poi…) all’uccisione di John Fitzgerald Kennedy, con tanto di pseudo-Lee Oswald nascosto col fucile dietro a una finestra e un Abraham Zapruder che da cineamatore si tramuta in fotografo. Ma gli effetti più vistosi del desiderio di internazionalità ricadono sul personaggio del poliziotto, figura di uomo forte e protettivo per la protagonista Mystère. L’uomo di legge qui convocato trasuda infatti stereotipi fin dal nomignolo che i colleghi gli hanno affibbiato, quel “Colt” che ricorda più un western di un noir.

Impegnato, come sarà sempre più frequente di qui in poi, a tracciare percorsi espressivi intorno alla fotogenia dei suoi protagonisti, Vanzina sfrutta alle sue massime potenzialità la bellezza di Carole Bouquet, statua di volta in volta agghindata con eccentriche ed elegantissime mises, mentre per il ruolo dell’ispettore convoca un americano, Phil Coccioletti, che sembra uscito fuori, per aspetto fisico e modalità attoriali, da una soap opera o da un serial tv d’oltreoceano. Dalla sua figura, e da altre figure secondarie, si apre tutto un interessante capitolo intorno agli ambigui limiti della parodia, con ampie crepe tra consapevole e inconsapevole. Se da un lato il Colt di Coccioletti si lancia in esilaranti esercizi di arti marziali in stile Bruce Lee, dall’altro almeno due delle morti messe in scena nel film sono particolarmente malriuscite, o (dipende dai punti di vista) genialmente parodiche. Che sia voluto o meno, l’effetto di tali episodi è quello di una goffa imitazione dalla quale si evincono tracce di macro-modelli autoctoni e non (pensiamo a tutto il pregresso di cinema di genere italiano). Ci riferiamo in particolare alla morte del corpulento Peter Berling, che finisce con la testa dentro a un televisore, e a quella di Duilio Del Prete, fulminato in vasca da bagno da un rasoio elettrico. Nel gioco di duplicazione e serializzazione di modalità espressive altre, l’effetto qui è evidentemente quello trash di una copia malriuscita, che non riesce nemmeno a salvarsi tramite squisite scelte stilistiche come accade per Sotto il vestito niente.

Vi è d’altra parte un’incompiuta identità di cinema di genere che invece di tradursi in fertile superamento si traduce in puro e semplice affastellamento, stanco e sfiatato. Sulle prime i Vanzina sembrano voler intrecciare un canovaccio da spionaggio e politica internazionale a una struttura piuttosto italiana di whodunit – anche qui è un dettaglio che Mystère non ricorda a motivare per una buona metà lo svolgersi del racconto, laddove il consueto dettaglio visivo è sostituito da un dettaglio sonoro. D’altra parte, a metà del percorso i Vanzina abbandonano lo whodunit (sottolineato da quelle scarpe bianche e nere con bastone che ritornano più volte in dettaglio ribassato) svelando l’identità dell’assassino e imboccando la strada della suspense, e poi dell’action movie. Mentre, fino a quel momento, buona parte degli omicidi hanno comunque rispettato il canone slasher dell’uccisione all’arma bianca, con dettaglio a effetto della lama a scatto.

Al fondo, vi è una sostanziale mancanza di intercomunicazione tra le due nette parti del racconto; una prima parte piuttosto avvincente, grazie anche alla buona costruzione di un dramma noir urbano, percorso dagli umori cangianti di Mystère (molto bella, ad esempio, la sequenza dedicata alla sua malinconica nottata di pioggia passata al riparo in un’edicola), e una seconda parte dove il racconto si fa sempre più episodico, trascinato per isolate parentesi narrative nelle quali di volta in volta si rilancia la peripezia sempre intorno al solito manipolo di personaggi. Oltre alla disputa con Lombardo sull’happy ending del film, si direbbe che Mystère abbia forse incontrato qualche altro problema produttivo, dal momento che il prodotto finale risulta tanto slabbrato e incoerente, per nulla fedele allo spirito di un regista e di uno sceneggiatore che, pur al centro di un rapporto non idilliaco con la critica, sono comunque riusciti a condurre in porto film piuttosto bilanciati nei loro elementi almeno fino alla fine degli anni Ottanta.

Malgrado le tante debolezze, la visione di Mystère resta però necessaria per inquadrare lo sviluppo della cinematografia vanziniana lungo tutto il decennio. Il ricorso ad attori non eccelsi, convocati essenzialmente per la loro resa fotogenica, trova qui il suo esordio, tanto che il goffo Phil Coccioletti appare un degno predecessore del Tom Schanley di Sotto il vestito niente, nel quale Vanzina compie un salto ulteriore verso una sorta di Nouveau Réalisme applicato alla fatuità anni Ottanta: non più attrici di buon calibro come Carole Bouquet, chiamate a impersonare affascinanti manichini, ma direttamente le mannequin internazionali. Non più la Bouquet, ma Renée Simonsen e Carol Alt. Non più simulazioni, ma l’esposizione dell’oggetto in sé. Sotto il vestito niente sarà un film di gran lunga superiore, e in fin dei conti pure Via Montenapoleone risulta assai più compiuto. Eppure il Vanzina sobrio narratore di mondi fatui esordisce qui. Nelle ambasce di Mystère, altera e disincantata squillo d’alto profilo, romanticamente solitaria, bellissima, smarrita in un deserto metropolitano.

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La scheda di Mystère su Wikipedia

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