Nomadland

Nomadland

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Giunta al suo terzo film, Chloé Zhao non riesce ancora a fare il salto di qualità, almeno dal punto di vista registico, visto che invece fa un bel salto a livello internazionale, vincendo con Nomadland il Leone d’Oro a Venezia 77. Nel film, che affronta il mito americano del nomadismo e della casa identificata con il mezzo di locomozione, Zhao cade negli ormai soliti limiti del suo cinema: una scrittura fragile e la difficoltà di sviscerare davvero il tema che si è scelto.

La terra promessa

Dopo il crollo economico di una città aziendale nel Nevada rurale, Fern carica i bagagli nel suo furgone e si mette sulla strada alla ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale, come una nomade dei tempi moderni. Nomadland vede la partecipazione dei veri nomadi Linda May, Swankie e Bob Wells nella veste di guide e compagni di Fern nel corso della sua ricerca attraverso i vasti paesaggi dell’Ovest americano. [sinossi]

Con questo suo terzo lungometraggio, Nomadland, vincitore addirittura del Leon d’Oro a Venezia 77, Chloé Zhao porta avanti il suo discorso sui miti americani, lei che è cinese, ma naturalizzata statunitense, e in particolare sul western: nel primo – Songs My Brothers Taught Me – infatti aveva affrontato la miserevole condizione contemporanea degli indiani d’America; nel secondo – The Rider – si era immersa nella vita dei rodei scegliendo come protagonista un cowboy che non può più cavalcare; qui la protagonista, incarnata in maniera credibile da Frances McDormand, è una donna che non ha più una casa e si è adattata a vivere nel suo furgone, lontana dalla civiltà moderna e immersa nella wilderness, senza riuscire bene a capire se questa scelta le è stata dettata dal desiderio di solitudine o dalle ristrettezze economiche. Si potrebbe quasi dire che Chloé Zhao abbia realizzato una vera e propria trilogia sui miti fondativi statunitensi e sul loro inevitabile sfaldarsi, sul loro disfacimento, sia pur nel tentativo – a tratti disperato – di tenerli in vita da parte dei protagonisti che sceglie.

La coerenza dunque non manca a Chloé Zhao e anche la capacità di trovare ogni volta una storia e una location molto interessanti, quel che le mancano sono dei collaboratori di fiducia, in primis uno sceneggiatore e un montatore (fa da sola anche il montaggio), con cui relazionarsi e con cui strutturare meglio i suoi racconti, che ogni volta finiscono per disperdersi in un lasco e incerto andirivieni, senza trovare più una direzione precisa. Da questo punto di vista, Nomadland ha un’ultima parte quasi insostenibile per quanto è inerte, ripetitiva, spersa nell’immenso paesaggio, contraltare in negativo di un incipit al contrario perfetto.

Dunque in Nomadland torna il mito dei pionieri – come ci tiene a dire, puta caso non avessimo capito, la sorella della protagonista – e torna la classica tensione al nomadismo del cittadino americano, che fa tutt’uno con il suo mezzo di locomozione, in modo tale da essere sempre pronto a smontare baracca e burattini e andare da un’altra parte. Un nomadismo, ci viene detto all’inizio del film, dettato anche dalle conseguenze della crisi economica, d’altronde allo stesso modo di come avveniva ai tempi della Grande Depressione, con le famiglie senza casa che abitavano nelle loro macchine. Ma invece di ragionare su questo tema, dove ad esempio avrebbe avuto un modello come il Furore steinbeckiano e fordiano, Zhao si rifugia alla lunga nel privato della protagonista, volendoci dire che in realtà, se volesse, potrebbe avere una casa, ma non se la sente per via degli affetti che ha perso.

E in Nomadland si perde anche la fisicità che invece risultava il tratto più interessante di The Rider. Pur mantenendo una scrittura che si muove tra il documentario e la finzione, tratto che caratterizza tutto il suo cinema, tanto che McDormand duetta bene con attori non protagonisti (veri nomadi che abitano nei loro van), Zhao stavolta spezza apertamente l’equilibrio, dopo l’ottimo incipit, a favore della finzione, mettendo in bocca ai personaggi discorsi fumosi, sempre meno credibili man mano che si va avanti nella visione del film. E, messa da parte la fisicità, si fa prendere da un simbolismo di grana grossa: i dinosauri (riprodotti in un piazzale e citati più volte), l’enorme serpente, il maestoso coccodrillo, l’infinito paesaggio delle Badlands, gli imponenti alberi millenari, l’immenso mare con gli scogli, le sovradimensionate rocce eterne; tutto si accumula e si ripete come in tante cartoline che non diventano mai sequenze e che si susseguono senza un continuum narrativo – ma per l’appunto solo simbolico – con da un lato l’eternità e l’ipertrofismo della natura, dall’altro la caducità e la piccolezza umana.

Ne viene fuori così un racconto debole, all’acqua di rose, che scorre via senza lasciare nulla, mentre le vere difficoltà che avrebbe potuto incontrare la protagonista non vengono mai prese in considerazione. Se The Rider colpiva, era anche perché si temeva per la vita del protagonista, qui per quanto lei viva in un modo così precario, non sembra mai essere in pericolo. Ci pare perciò che Nomadland sia una grande occasione persa, una grande idea buttata via, dove persino la possibilità di girare in uno stabilimento della Amazon non ha stuzzicato la fantasia di Chloé Zhao, troppo interessata al ripiegamento nel privato per saper davvero valorizzare il potenziale che aveva a disposizione.

Info La scheda di Nomadland sul sito della Biennale.

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