The Aviator

The Aviator

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The Aviator è il monumentale affresco della prima parte di vita di Howard Hughes, tycoon tra i più significativi della storia degli Stati Uniti. Nello Hughes scorsesiano lo spettatore si trova di fronte a uno di quei personaggi-demiurghi che sembrano interessare moltissimo il regista nell’ultima parte della sua filmografia e, forse, è proprio questa la caratteristica fondamentale del passaggio di Scorsese dal vecchio al nuovo Millennio.

Il giovane Hughes

La trascinante parabola del magnate Howard Hughes, regista e produttore, aviatore e creatore di velivoli innovativi, proprietario della TWA e pioniere del cielo, tra relazioni con grandi star come Katharine Hepburn e Ava Gardner, i problemi con le leggi americane sulla concorrenza e la mania paranoide per la pulizia, i germi, le contaminazioni che contraddistinse la seconda parte della sua vita… [sinossi]

Difficile non pensare che Martin Scorsese, reduce dalle fatiche di Gangs of New York, non si sia almeno un po’ rispecchiato in Howard Hughes, nel suo titanismo, nella visionarietà e spregiudicatezza. Scorsese in varie interviste ha negato, ma la fascinazione per le gesta di Hughes emerge chiaramente da The Aviator, che fa del suo protagonista un eroe romantico e tormentato, un pioniere e un conquistatore del cielo, vera ultima frontiera americana dopo che a Ovest la terra è stata tutta colonizzata. Sulla figura del produttore di Scarface (1932) e regista di Hell’s Angels (1930), nonché pilota e creatore di aerei, in tanti e da anni stavano cercando di realizzare un biopic e Scorsese è stato interpellato a progetto più che iniziato: la bella sceneggiatura di John Logan lo ha convinto a prendere parte a un lavoro che non aveva in mente ma che pare calzargli a pennello e forse rivelare il desiderio di una svolta. Quella di Hughes è una figura ambigua e carismatica, inquietante e affascinante, capace di portarsi addosso non solo un pezzo – cronologicamente parlando – di storia americana, ma pure lo spirito del Paese con i suoi lati (molto) oscuri. Non sappiamo che cosa avrebbero fatto Warren Beatty, De Palma o Nolan (tra i registi tirati in ballo in progetti su Hughes) di questo alter-ego di “Foster Kane”, ma sappiamo che Scorsese lo ha reso un personaggio in grado di unire quell’alienazione dalla società che gli è congeniale – tanto che in alcune scene Hughes pare un parente ricco del Travis Bickle di Taxi Driver a una riflessione sul sistema capitalistico americano, capace di imprese impensabili e paranoico, a parole concorrenziale ma tendenzialmente monopolista, un mondo che comunque solo con tantissimi dollari in tasca si può fronteggiare. Non solo, però. Nello Hughes scorsesiano lo spettatore si trova di fronte a uno di quei personaggi-demiurghi che sembrano interessare moltissimo il regista nell’ultima parte della sua filmografia e, forse, è proprio questa la caratteristica fondamentale del passaggio di Scorsese dal vecchio al nuovo Millennio.

Con The Aviator Scorsese si immerge nella Hollywood degli anni Trenta resuscitando i divi di allora incarnati nei divi di inizio secolo ( Katharine Hepburn è interpretata da Cate Blanchett che per il film vinse il suo primo Oscar, Ava Gardner da Kate Beckinsale, Jean Harlow da Gwen Stefani), lavorando sulla ricostruzione di sontuose scenografie (di Dante Ferretti, anche lui Oscar per il film) e forgiando costumi magnifici (Oscar per il film anche alla bravissima Sandy Powell), realizzando un lavoro sui colori complessissimo in post produzione e ricreando un neoclassicismo voluto, agognato ma che fece storcere il naso a molti estimatori dei suoi ruvidi lavori gangster o di quelli più istericamente esistenzialisti. Ma se The Aviator è una fenomenologia della creatività americana e della costruzione dell’olimpo dorato hollywoodiano, Hugo Cabret sarà, qualche anno dopo, l’omaggio all’invenzione del cinema in Europa in un percorso quasi genealogico circa le pulsioni e gli istinti che presiedettero laggiù e quaggiù alla messa in opera del cinematografo visto in un caso come parente dell’aviazione dunque della conquista (il cinema e gli aeroplani sono nati più o meno negli stessi anni), nell’altro come parente dell’artigianato e della pittura e dell’invenzione artistica. Da una parte la vecchia Europa della magia e della guerra che la distrugge, dall’altra il Paese delle opportunità che monetizza ogni invenzione e la regola, la norma, la imbriglia. E se Leonardo DiCaprio interpreta uno Hughes che scivola nella follia, aggrappato per l’intera vita alla scena primaria di un’amorevole madre che lo emenda dal lordume del mondo, in realtà il racconto d’epoca – trattato in maniera lineare – si riveste del solito nervosismo registico scorsesiano, con i suoi zoom e avvicinamenti di macchina repentini, i passaggi di montaggio nevrotici, il tutto per meglio caratterizzare un potente alienato, un ereditere milionario e paranoico. Lo stile registico e la scelta di un personaggio comunque disturbato sono del tutto congrui alle ossessioni del regista newyorkese. Eppure, indubitabilmente, nonostante le psicopatologie, gli eccessi e le arroganze, Howard Hughes in The Aviator è un personaggio positivo, un outsider per cui si patteggia soprattutto perché attorno a lui vediamo una società conservatrice nonostante la propria falsa coscienza progressista (la famiglia di Katherine Hepburn e, in parte, lei stessa) o corrotta e ferale (tutto il coté politico e affaristico).

Kolossal da 110 milioni di dollari e quasi tre ore di durata (il film è prodotto anche da Michael Mann), The Aviator costruisce oculatamente l’adesione dello spettatore a Hughes dividendosi tra una prima parte che possiamo definire “giovinezza e ascesa” e una seconda contraddistinta dalla disillusione e dalla progressione della malattia. Le metà sono divise dalla scena più spettacolare del film e una delle più spettacolari della carriera del regista, quella dell’incidente aereo accaduto a Hughes nel 1946, da cui miracolosamente riemerse vivo ma ustionato gravemente in molte parti del corpo nonché zoppo. Difficile affrontare la storia di un magnate americano senza pensare a Quarto potere e Orson Welles (che non a caso inserisce Hughes tra i personaggi raccontati in F for Fake) di cui ogni tanto emergono chiari echi visivi. Ma Scorsese ripulisce Hughes da un’eccessiva ombreggiatura, da un’eccessiva ambiguità e di certo non persegue il personaggio schifoso e laido che porta sulla pagina in maniera ricorrente James Ellroy in svariati romanzi (portando nella narrazione, però, la vecchiaia del magnate, ossia la parte che il film non affronta). Scorsese sta con il suo giovane Hughes e non lo nasconde: lo Hughes di Scorsese attraversa un ventennio che va dal 1927 al 1947 (dai suoi 22 ai suoi 42 anni) e se è sicuramente turbato, ossessivo, inquieto, non è più un alienato sovrastato dal mondo ma un inventore del mondo e forse è questa la cifra principale del film e di molti film “dell’ultimo Scorsese”. Da The Aviator in poi il regista ama raccontare personaggi che non patiscono la società, che non sono sempre sopraffatti dai propri fantasmi tanto da non poter realizzare i propri obiettivi ed è affascinato dai demiurghi: volare è in fondo un atto quasi divino e Hughes è, per Scorsese, un personaggio assimilabile a Creso o a Icaro, dotato di grandi poteri e ingegno. Anche quando sono nella peggiore delle situazioni immaginabili (come in Silence, ad esempio, costretti o al nascondimento o alla morte ma padroni del proprio destino) o quando sono creatori di immani truffe (come il Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street), molti dei protagonisti dei suoi film post-Duemila sono attivi attori del mondo, nel bene così come nel male. Tramite il piccolo Hugo torna a esserlo anche il geniale Méliès di Hugo Cabret e lo è Scorsese in prima persona nella messa in scena in The Irishman ossia nella manipolazione totale dei volti e dei corpi dei “suoi” attori, ponendo chiaramente se stesso, il regista, come burattinaio/demiurgo, divinità suprema e dichiarata. Senza dimenticare che del 2005 e del 2019 sono i due documentari su Bob Dylan, l’eroe più puro di Scorsese, inventore di sé stesso e forse addirittura dell’America che ha cantato, ossia No Direction Home e Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese. Una storia di Bob Dylan di Martin Scorsese. Una storia di Huwoard Huges di Martin Scorsese. Sempre più interessato a raccontare i creatori, Scorsese cambia marcia proprio a partire da The Aviator. Forse è per questo che nella parabola esistenziale di Hughes, che nasce da un’incrinatura dello spirito, Scorsese pare immergersi facendola fiorire lentamente nel suo cinema successivo: così lo spettatore non può che stare al fianco di Hughes nella lotta per entrare di diritto nelle tratte aeree intercontinentali e, in fondo, in tutto il resto. L’incrinatura dello spirito non è destinata a guarire, ma semmai ad allargarsi sempre più ma Hughes resta un personaggio titanico e in fondo positivo (la scelta di mostrarlo mentre compra e fa ritirare le foto che ritraggono la Hepburn con Spencer Tracy, che era un uomo sposato, di certo non è fondamentale per lo sviluppo della trama ma è lì a nobilitarlo ulteriormente), uno che vola sopra gli altri con la capacità di immaginare cose inimmaginabili, che siano le decine di telecamere usate per il suo Hell’s Angels, i seni di Jane Russell de Il mio corpo ti scalderà, la produzione di Scarface o il gigantesco velivolo Hercules. Hughes è un visionario che il regista sceglie di narrare al di là della verità storica, scavalcata a più riprese anche negli episodi della sua vita messi in scena.

Howard Hughes fin da bambino voleva realizzare film e l’aereo più grande del mondo ed è esattamente quello che ha fatto da adulto. Il prezzo di questo successo, di questa creazione folle che poggia sulla montagna di milioni di dollari ereditata a poco più di 20 anni, è la solitudine, l’approfondirsi della cicatrice interiore. Scorsese sceglie di fermarsi comunque un passo prima del disfacimento totale del miliardario americano che morì in aereo nel 1976, mostrandolo dalla giovinezza fino alla maturità, e ciò nonostante mostra quanto la realizzazione delle proprie ossessioni poggi su una megalomania ancestrale e si nutra poi del carburante della testardaggine paranoica del protagonista che quindi non può “guarire” dal suo male originario ma anzi deve farlo crescere, deve attingervi per fare grandi cose. Film sottile e sfaccettato più di quanto non possa apparire a un primo sguardo, che resta magari abbacinato dalla magnifica messa in scena e dal controllo cerebrale di ogni elemento filmico, The Aviator nasconde nel neoclassicismo non solo un personaggio dal disagio perfettamente scorsesiano ma lo rende in qualche misura finalmente un “vincente” cioè uno che ha realizzato i propri intendimenti. Le tre ore scivolano via che è un piacere mentre gli occhi sono attratti dalle bellissime scene, dai costumi, dalla lotta contro tutto e tutti (incluso se stesso) del protagonista, dalla maestria degli interpreti e ovviamente di DiCaprio, e forse l’unico punto debole è nel racconto delle love stories, a partire da quella con Katherine Hepburn che ha uno sviluppo e una deflagrazione fin troppo rapida. Ma il risultato è chiaro e mostra tormenti, rinunce e dolori di un creatore che ha inciso sulla società in cui vive, dietro il quale si può anche intravvedere lo stesso regista alle prese con un suo doppio o forse, anche inconsciamente, con se stesso.

Info
Il trailer di The Aviator.

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