Jurassic World – Il dominio

Jurassic World – Il dominio

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Jurassic World – Il dominio mette la parola fine anche alla seconda trilogia legata al romanzo di Michael Crichton e al film di Steven Spielberg. L’idea sembrerebbe proprio quella di riesumare il capostipite, con la presenza in scena anche di Laura Dern, Sam Neill, e Jeff Goldblum, ma Colin Trevorrow dovrebbe oramai aver capito che riportare in vita dal passato qualcosa non è sempre una buona idea.

Il cinema in provetta

Il Dominio si svolge quattro anni dopo la distruzione di Isla Nublar. I dinosauri ora vivono e cacciano insieme agli umani in tutto il mondo. Questo equilibrio fragile rimodellerà il futuro e determinerà, una volta per tutte, se gli esseri umani rimarranno i predatori dominanti su un pianeta che ora condividono con le creature più temibili della storia. [sinossi]

Si può pretendere pietà da un tirannosauro? L’interrogativo, di per sé abbastanza beota, viene naturale porlo perché nonostante le evidenti deficienze di Jurassic World – Il dominio, la speranza è che almeno questo capitolo conclusivo – sull’utilizzo di tale termine occorrerà fare chiarezza più avanti nel corso della recensione – della saga inaugurata quasi trent’anni fa da Steven Spielberg compia il suo dovere al botteghino. I dati dei primi giorni parrebbero confermare l’appeal che i bestioni megalitici esercitano sul pubblico, visto che il film si sta avvicinando a passi da gigante (o da Giganotosaurus) ai 4 milioni di incasso in Italia: i primi due capitoli incassarono rispettivamente 14 e 10 milioni di euro, ma ovviamente si fa riferimento a un periodo pre-pandemico. Al di là di questo, è difficile non provare un profondo sentimento di distacco da Il dominio, che ha l’ingrato compito di portare a termine la narrazione imbastita in Jurassic World e Il regno distrutto: dovendo giungere a un punto d’arrivo Colin Trevorrow, stavolta accompagnato in fase di sceneggiatura da Emily Carmichael, si è dovuto destreggiare all’interno del labirinto edificato pezzo per pezzo dalle mancanze e dai buchi di logica dei precedenti capitoli. Là dove lo stesso Trevorrow nel 2015 e Juan Antonio Bayona nel 2018 ancora potevano aggrapparsi all’immaginario, per quanto già in decadenza, in questo terzo passaggio della seconda trilogia non c’è più via di scampo dalla trama. E visto e considerato che la scrittura dei personaggi non è mai stato il punto di forza dell’esalogia, i nodi non possono che venire al pettine. C’è chi, nel mondo critico, si è mostrato sdegnato di fronte a questo terzo capitolo, ma di nuovo non si capisce cosa si potesse pretendere di più: si sarebbe dovuti andare verso una totale negazione del racconto, mettendo in scena solo ed esclusivamente i dinosauri, per sperare in un risultato meno raffazzonato.

Invece, ed è questo il paradosso, Trevorrow decide di relegare in secondo piano gli animali che si estinsero milioni di anni fa per tentare di focalizzare l’attenzione su altri temi, in primis quello ambientale che non a caso funge da “spiegazione” terminale del film. In epoca di “friday for future” si vuole sfruttare questo blockbuster per sensibilizzare lo spettatore – si ipotizza soprattutto i più giovani – su un tema centrale nella discussione contemporanea. Nulla di disdicevole, non fosse di nuovo per i modi che vengono scelti: il film, e dunque la saga, termina nel modo più didascalico possibile e immaginabile, quasi che tutto il côté sci-fi-action servisse solo a uno scopo meramente metaforico. Altrettanto deludente è il modo in cui viene formalizzato il tema della famiglia, cardine di tutti e sei i film, e il concetto di ibrido all’interno della società. Per di più non si capisce neanche bene quale dovrebbe essere il centro della narrazione: la giovane Maisie che, come scoperto alla fine de Il mondo distrutto, ha in sé DNA di dinosauro? No, perché l’escamotage del suo rapimento da parte dei cattivissimi della Biosyn Genetics regge solo in parte, restando anche ben poco impresso nella mente dello spettatore. Completamente sbagliato è anche il villain umano, quel Lewis Dodgson che qui ha il volto di Campbell Scott ma nel Jurassic Park del 1993 venne interpretato da Cameron Thor (in ogni caso impossibilitato a prendere parte al set visto che lo scorso aprile ha finito di scontare una pena a sei anni di prigione per aver assalito sessualmente una tredicenne): un personaggio senza carisma, senza una storia interessante, senza motivazioni che non siano per l’ennesima volta solo ed esclusivamente il lucro fine a se stesso.

Così, se si esclude un paio di sequenze d’inseguimento abbastanza ben riuscite, Jurassic World – Il dominio non sa mai far scattare la scintilla dell’invenzione. I dinosauri oramai riportati alla vita e integrati nel mondo hanno perso quasi ogni fascino, omogenei come sono a un sistema cinematografico sempre più mediocre, privo di inventiva, carente sotto il profilo dell’immaginario. Non si poteva ovviamente pretendere la classe cristallina e soprattutto la tensione alla meraviglia di Spielberg, ma qui si avverte più che mai la cronica mancanza di una regia in grado di credere fino in fondo nel potere del cinema. Così Trevorrow strizza l’occhio all’originale, copiando qualche inquadratura iconica e riportando in vita – senza dover ricorrere alle zanzare intrappolate nell’ambra – il trio che prese parte al disastroso tour su Isla Nublar del 1993: ma neanche a Sam Neill, Laura Dern, e Jeff Goldblum riescono i miracoli, e il loro ritorno ha solo le sembianze di una rimpatriata per i fan duri e puri, che semmai non fa che rendere ancora più evidente la scarsezza della scrittura dei “nuovi” protagonisti (la coppia Chris Pratt/Bryce Dallas Howard è a dir poco abbozzata sotto il profilo psico-affettivo). Trevorrow è così a scarso di idee da ripescare addirittura il dilofosauro, da utilizzare quasi in forma catartica, o karmica. A conti fatti Jurassic World – Il dominio è cinema in provetta, studiato in laboratorio ma privo di vita, ma anche di senso dell’immagine. E così anche il concetto di “conclusione” è da analizzare con grande attenzione. Si chiude una linea narrativa, lasciandola però di fatto aperta, perché prima o poi ci sarà modo e tempo – magari tra quindici anni o venti – per tornare ancora a mettere mano ai dinosauri: il buon vecchio John Hammond quasi trent’anni fa ricordava la magia del suo circo delle pulci, dove nulla era visibile e tutto era meraviglioso. Oggi, e domani, e dopodomani, tutto è visibile, e nulla ha più alcunché di meraviglioso.

Info
Jurassic World – Il dominio, trailer.

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