Tokyo Fist

Tokyo Fist

di

Pugno levato al cielo per mandare in frantumi una città pulita e violenta, Tokyo Fist è il primo film di Shinya Tsukamoto a muoversi al di fuori dei recinti del fantastico, lontano (almeno in apparenza) dalle vertigini cyberpunk dei due Tetsuo ma anche dall’horror non dimentico della commedia de Le avventure del ragazzo del palo elettrico e Hiruko the Goblin. Un viaggio romantico nella deturpazione del corpo, alla ricerca di sé, e dell’amore.

Pugni chiusi

Tsuda e la compagna Hizuru conducono una vita di coppia noiosa e monotona, succubi degli schemi opprimenti della società giapponese. Un giorno Tsuda incontra un suo ex compagno di scuola, Kojima, ora boxeur professionista. Kojima seduce Hizuru, che comincia a provare fascino per l’autolesionismo. Accecato dalla gelosia, Tsuda comincerà a tirare di boxe con l’unico scopo di distruggere Kojima sul ring. [sinossi]

Tokyo Fist, che viene distribuito nelle sale giapponesi nell’ottobre 1995 (in Italia il mese successivo si vedrà al Cinema Giovani di Torino, in un fuori concorso dove troverà spazio anche Gonin di Takashi Ishii) segna uno scarto all’apparenza sensibile rispetto alle precedenti regie di Shinya Tsukamoto, perché per la prima volta il regista non si muove nei territori del fantastico ma resta ancorato a una messa in scena “realistica”: niente horror, nessun demone, neanche il passo uno per mettere in scena un metallo più vivo e pulsante della carne stessa. Ma si tratta com’è ovvio solo della superficie liscia delle cose, ed è anzi a partire dall’assurdo triangolo amoroso tra Tsuda, Hizuru e Kojima che si potrà iniziare davvero a comprendere e definire la poetica espressiva di Tsukamoto, per niente prona di fronte al “genere”, ma protesa invece a una digressione dolente e disperata sull’umano, sul suo senso, sulle sue inevitabili debolezze acuite da una società cruda, spietata, che non può far altro che spingere verso il martirio, la sconfitta eterna anche nella rivalsa che è quella, sì, solo apparente. L’umanità narrata nel corso del tempo da Tsukamoto è combattente, ma sconfitta: al massimo può fondersi per tentare una survoltata rivoluzione, l’atto belligerante di chi non ha più nulla da perdere, nemmeno i brandelli di carne che sono a loro volta divenuti altro, in un accrescimento del volume fisico che è l’epitome del mondo meccanizzato-capitalista. Il corpo non ha possibilità di rimanere inerte, fisso a sé, privo di mutazioni, e Tokyo Fist lo sottolinea con una potenza disturbante: il volto può essere fracassato di pugni, la pelle può essere trafitta dal metallo per creare piercing. Ci si massacra di botte per esistere, per resistere, per sublimare quell’atto sessuale che non ha più alcun rimasuglio affettivo ma è un momento a sua volta meccanico.

Mette in scena un triangolo (quasi) amoroso, Tsukamoto, ma si libra ad altezze del tutto differenti dalla prassi del genere, come raffigura con plastica precisione una delle sequenze centrali del film, quella che vede Tsuda e Hizuru incontrarsi in un parcheggio sotto una strada sopraelevata per un confronto dopo la loro separazione – Hizuru è andata a vivere con Kojima dopo averlo visto pestare a sangue proprio Tsuda. Quando l’uomo, sopraffatto dal vortice di disperazione, inizia a colpire ripetutamente un muro a testate Hizuru lo blocca e dopo avergli detto “non puoi sconfiggerlo” inizia a picchiarlo con una raffica di pugni: a questo punto anche Tsuda reagisce e sferra un montante destro alla ragazza, facendola cadere a terra, sanguinante da un lato della bocca. Quando poi l’uomo, sentendosi nuovamente colpevole, torna a infliggersi dolorose testate contro il cemento armato Hizuru riprende a tirargli pugni in volto, fino a deturparlo in modo quasi parossistico. È questo il momento di massima vicinanza sentimentale tra i due personaggi, altrimenti balcanizzati in una Tokyo disumana, forse post-umana, attraversata da una violenza strisciante, onnipresente, perfino in grado di galvanizzare le masse (l’entusiasmo lubrico della folla che assiste all’ultimo combattimento di Kojima, pronto a tramutarsi in sentimento di orrore quando il volto del pugile inizia a creparsi lasciando zampillare sangue come fosse una fontana). Riprendendo molti dei temi portanti di Tetsuo II: Body Hammer, e allo stesso tempo tornando a ragionare in modo dicotomico su una fotografia divisa tra blu lividi e glaciali ed esplosioni di colore molto più caldo, bruciante però prima che accogliente, Tsukamoto con Tokyo Fist torna anche a riflettere su una società giapponese in crisi, sprofondata in una recessione che non può lasciare intatta la dinamica di coppia, o le relazioni amicali.

Una società dimentica di sé, come Tsuda che ha preferito eliminare dalla memoria le tracce della promessa che fece al liceo al suo amico e sodale Kojima, vale a dire vendicarsi sui colletti bianchi che avevano provocato la morte di un loro compagno di scuola; a seguito di quell’evento traumatico Kojima decise di darsi alla boxe, mentre Tsuda preferì rinchiudersi in una vita-bozzolo, aderendo alla società e divenendo a sua volta una sorta di salaryman – l’uomo vende assicurazioni porta a porta, non potendo dunque godere del “prestigio” dell’ufficio: è comunque un paria all’interno della scala gerarchica borghese. Il conflitto tra Tsuda e Kojima diventa dunque anche un conflitto di classe, tra le classi, alla ricerca impossibile di una rivendicazione che è comunque troppo confusa, dominata dalla sola ansia di revanscismo, per poter condurre in una direzione netta e incontrovertibile. Rimuovendo la componente impiegatizia si torna grattando fino alla radice a un Giappone che è come sempre brutale (si guardi alle rappresentazioni del passato nel cinema di Tsukamoto, da Fires on the Plain a Zan – Killing, per esempio), e dove la presa di coscienza di sé non è più in alcun modo un’ipotesi di salvezza. I due uomini e la donna vanno incontro a una dissoluzione che è l’unica possibilità concreta, in attesa che altri disperati si aggrappino al punchingball tra grida esultanti per combattere una battaglia persa in partenza, sanguinolenta e luttuosa. Si può però almeno riscoprire il corpo, la propria fisicità, la carne che una società pulita e violenta ha vietato, negato, eliminato pezzo dopo pezzo. E se questo ritorno equivale a una frantumazione del corpo stesso si può accettare anche la deriva più dolorosa: il percorso dei personaggi di Tokyo Fist non è di accettazione, ma di scoperta, di sublimazione, e semmai di incontro con la morte e la distruzione. Shinya Tsukamoto sposa uno stile elettrico, dirompente, quasi una coreografia di spazi e corpi, un sabba pre-infernale che non ha nulla di cartoonistico ma insegue l’avanguardia, la sistematica riscrittura dell’ovvio, del prestabilito; narra attraverso salti di montaggio, non ricorrendo alla parola che è anzi un pugno in faccia in più, a tradimento. Nel fertile scenario produttivo giapponese degli anni Novanta nessuno ha la lucidità, la capacità di innovare lo sguardo e la tragica vicinanza all’umano di Shinya Tsukamoto, ultimo uomo rinascimentale del mondo che muore.

Info
Un trailer di Tokyo Fist.

  • tokyo-fist-1995-shinya-tsukamoto-02.webp
  • tokyo-fist-1995-shinya-tsukamoto-01.webp

Articoli correlati

Array
  • News

    Il cinema di Shinya Tsukamoto in sala dal 14 aprile

    La battagliera Cat People, insieme a Minerva Pictures e Raro Video, mettono a disposizione degli esercenti a partire dal 14 aprile ben nove titoli fondamentali della filmografia di Shinya Tsukamoto, tra i registi più eretici della contemporaneità.
  • Venezia 2023

    shinya tsukamoto intervistaShinya Tsukamoto: «Il mio cinema libero»

    Abbiamo incontrato Shinya Tsukamoto durante Venezia 80, dove ha presentato Shadow of fire, nell’appartamento che ha affittato al Lido visto che, come sua abitudine, prende un appartamento per il suo staff cui poi si unisce una volta finite le notti messe a disposizione dalla Biennale,
  • Venezia 2023

    shadow of fire recensioneHokage – Ombra di fuoco

    di Quindicesimo lungometraggio nella carriera di Shinya Tsukamoto, Hokage (Shadow of Fire) è l'ennesimo tassello nella visione dell'umano del grande cineasta giapponese, che torna a riflessioni sulla brutalità della guerra già espresse nei precedenti Fires on the Plain e Zan.
  • Venezia 2018

    Intervista a Shinya TsukamotoIntervista a Shinya Tsukamoto

    In concorso a Venezia 75 con Killing (Zan), il suo primo film di samurai, Shinya Tsukamoto è uno dei più importanti cineasti giapponesi contemporanei, con una carriera che è partita con la rivelazione di Tetsuo, nel 1989. Abbiamo incontrato Shinya Tsukamoto nell’appartamento che di solito affitta al Lido di Venezia.
  • Venezia 2018

    killing recensioneKilling

    di Shinya Tsukamoto con Killing firma un'elegia pacifista dimessa e violenta; legando la sua poetica iper-cinetica alla contemplazione di Kon Ichikawa dirige un jidai-geki che parla del Giappone di oggi, del riarmo voluto da Shinzō Abe, della disumanizzazione forse definitiva.
  • Buone feste!

    Hiruko the Goblin

    di Subito dopo aver sconvolto il mondo con Tetsuo, Shinya Tsukamoto firma Hiruko the Goblin, una commedia-horror che corre a cento all'ora, sfrenata e libera. Un divertissement che non si fa ingabbiare dai reticoli di una grande produzione come la Shōchiku.
  • Cult

    Tetsuo

    di Il rivoluzionario esordio al lungometraggio di Shinya Tsukamoto, a ventisette anni di distanza ancora in grado di sconvolgere lo sguardo dello spettatore ignaro.
  • Buone Feste!

    Le avventure del ragazzo del palo elettrico

    di Prima ancora di esordire al lungometraggio con lo sconvolgente Tetsuo, Shinya Tsukamoto si divertiva a sperimentare tempi, dinamiche e spazialità del cinema attraverso la messa in scena di un mondo ipercinetico e ansiogeno.
  • Venezia 2014

    Fires on the Plain

    di Il ritorno, nel concorso della Mostra di Venezia, di Shinya Tsukamoto. Un viaggio agli inferi che restituisce la barbarie della guerra, senza speranza e senza via d'uscita alcuna.
  • Venezia 2011

    Kotoko

    di Shinya Tsukamoto torna alla regia con Kotoko, un film rapsodico, tragico e ossessivo, dal quale è impossibile non farsi travolgere. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2011.
  • DVD

    Vital RecensioneVital – Autopsia di un amore

    di Una confezione visiva e sonora di ottimo livello, con i sottotitoli in italiano a sbrogliare la matassa della lingua originale: basterebbe anche solo questo per considerare il dvd di Vital un acquisto a dir poco essenziale, una delle sortite editoriali più importanti dell’estate 2010.
  • AltreVisioni

    Tetsuo: The Bullet Man

    di Arriva a conclusione la trilogia che Shinya Tsukamoto ha dedicato all'uomo/macchina. In Concorso a Venezia 2009.
  • AltreVisioni

    Nightmare Detective

    di Presentato alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma Nightmare Detective appare un oggetto alieno, quasi quanto Shinya Tsukamoto, autore tra i più inclassificabili della contemporaneità.
  • AltreVisioni

    Haze

    di Shinya Tsukamoto fa sprofondare lo spettatore in un incubo claustrofobico, nel quale la sola speranza è quella di riuscire prima o poi a "riveder le stelle"...
  • Interviste

    Shinya Tsukamoto IntervistaIntervista a Shinya Tsukamoto

    Durante il Festival di Locarno del 2005, nel quale veniva presentato Haze sia nella sua versione corta che in quella estesa, abbiamo avuto l'occasione di intervistare Shinya Tsukamoto, tra i maestri del cinema giapponese contemporaneo.
  • AltreVisioni

    Vital RecensioneVital

    di L'ottavo lungometraggio di Shinya Tsukamoto, prosegue l'evoluzione del percorso autoriale del regista nipponico, pur lasciando alcuni dubbi.
  • Saggi

    La morte al cinemaLa morte al cinema. Un itinerario (im)possibile del 2003.

    Il cinema che ha attraversato come un impetuoso fiume di sangue il 2003 ha avuto come punto focale la morte. Messa in scena della morte ma anche morte come unico elemento plausibile di una messa in scena, fulcro dell’azione e sua destinazione ultima. Da Tarantino a Kitano.