La caméra de Claire

La caméra de Claire

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Dopo In Another Country, Isabelle Huppert torna a recitare per Hong Sangsoo: La caméra de Claire, che ha come location il Festival di Cannes dello scorso anno, è una riflessione sulla chiarezza dell’immagine e del discorso meta-cinematografico del cineasta coreano. Fuori concorso sulla Croisette.

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Durante la permanenza per lavoro al Festival di Cannes del 2016, Manhee è licenziata dal suo capo. Incontrerà Claire, un’insegnante arrivata al festival per accompagnare una sua amica. L’hobby di Claire è fare foto… [sinossi]

L’inestricabile e meta-cinematografico gioco di specchi del cinema di Hong Sangsoo arriva stavolta a includere persino il Festival di Cannes. È ambientato infatti lungo la Croisette La caméra de Claire, primo dei due titoli del regista sudcoreano a essere presentato alla 70esima edizione della kermesse francese, l’uno fuori concorso, l’altro – Le jour d’après – in concorso.
Girato durante il festival dello scorso anno, La caméra de Claire vede anche, dopo In Another Country, la seconda apparizione di Isabelle Huppert nel cinema insistitamente rohmeriano del regista. Un ruolo, quello dell’attrice francese, che è allo stesso tempo cristallino e oscuro, come una foto, come la ‘camera chiara’ del saggio di Roland Barthes, come il nome del personaggio (Claire) e come la caméra del titolo, vale a dire la Polaroid che il personaggio porta sempre con sé e con cui ritrae le persone e i luoghi che incontra.

Tutti siamo un po’ artisti e nessuno lo è, ci suggerisce sornionamente in più momenti Hong Sangsoo, che mette di nuovo in scena un doppio di se stesso, il regista ubriacone So Wansoo, il quale si è concesso una scappatella con l’assistente di una arcigna venditrice internazionale. La ragazza è stata naturalmente licenziata, anche perché il suo capo vuole avere So tutto per sé, e si ritrova a incontrare Claire e la sua macchinetta per le strade di Cannes. Kim Minhee, interprete feticcio del cinema di Hong, duetta magnificamente con la Huppert in una sorta di riedizione levigata e leggera del Bergman di Persona. Le due donne si confrontano sulle rispettive insicurezze, si raccontano la propria vita, senza però mai scendere nella confessione intima. Anzi, quando Claire parla del marito morto da pochi mesi, Minhee si lascia subito distrarre dal cellulare.

Ma per l’appunto alle spalle di tutto c’è l’arte: Claire è un’insegnante e fa foto e scrive poesie, Minhee è un’oscura assistente e compone canzoni. Entrambe non possiedono il fuoco sacro, ma nemmeno l’unico vero ‘artista’ del film, il regista So, lo possiede, anzi forse è posseduto da quel demone – manifestatosi sotto forma alcolica – che non lo molla più e lo rende patetico. Ma il senso-non-senso è per l’appunto in uno scatto/stacco, nelle foto di Claire che non vedremo mai, in cui vengono ‘impressionati’ i suoi oggetti/volti, foto che, come dice lei, ti cambiano. Non sa spiegare il perché, ma è misticamente convinta che, di fronte all’occhio meccanico, un cambiamento sia inevitabile. Torna dunque, quasi sotto forma di risposta solare ed enigmatica al notturno Daguerrotype di Kiyoshi Kurosawa, la riflessione sul senso di un’immagine, il suo nucleo chiaro/opaco e dunque ineffabile. Come ineffabile è il cinema. Minhee viene assunta di nuovo? Non si sa, non ci viene spiegato. Quell’affresco che le due donne osservano nell’androne di un palazzo che cos’è, cosa rappresenta? Claire e Minhee se lo domandano, ma non riescono a trovare una risposta.

Il meta-cinema di Hong Sangsoo è come al solito tanto evidente e sottolineato da non avere bisogno di sovrastrutture, e soprattutto da non avere bisogno di ‘spiegazioni’. È lì, davanti a noi, come una foto che appare già sbiadita, come un affresco, come un oggetto non identificato. È lì, e non è mai arte, o forse lo è sempre.

Info
La scheda di La caméra de Claire sul sito del Festival di Cannes.
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