Storia d’inverno

Storia d’inverno

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È imperativo sospendere ogni incredulità, per poter apprezzare le ingenuità d’antan e il sentimentalismo grondante da Storia d’inverno, una fiaba d’altri tempi, opera prima dell’acclamato sceneggiatore e produttore Akiva Goldsman.

Figli delle stelle

Peter Lake è un ladruncolo liberatosi da poco dalle grinfie di un boss newyorkese che ora è sulle sue tracce. Quando si intrufola in una casa per derubarla, Peter incontra e si innamora di Beverly. Ma la fanciulla, gravemente ammalata, è destinata a morire a breve. L’amore però, renderà possibile un miracolo, che avrà luogo un secolo dopo… [sinossi]

Ognuno di noi ha un miracolo dentro destinato a qualcuno, siamo figli delle stelle e di un universo che ci ama, probabilmente una volta morti rinasceremo poi in altra foggia, possibilmente umana. Non è facile trattenere qualche risatina difensiva di fronte alla filosofia vagamente ingenua e alla grondante melassa di Storia d’inverno, pellicola romantico-fiabesca lanciata nelle sale dalla Warner Bros in occasione di San Valentino. Eppure c’è qualcosa di seducente e certamente di molto coraggioso in questa opera prima, in tutta evidenza fortemente voluta e personale, firmata dal celebrato sceneggiatore (A Beautiful Mind, Io sono leggenda, Il codice Da Vinci) e produttore (Mr. & Mrs. Smith, Hancock e sempre Io sono leggenda) Akiva Goldsman. La storia esala sentori dickensiani e ed è impregnata di citazioni cinematografiche diegetiche ed extradiegetiche, amplificate da una triplice ambientazione: c’è la grande ondata migratoria del 1895, con la quale il nostro protagonista arriva in fasce dall’Europa, la New York sporca e violenta del 1916 in cui lui vive di piccoli furti e finisce preda di un amore tragico e poi c’è l’era contemporanea, ovvero il 2014, quando finalmente scopre quale sia lo scopo della sua lunghissima e tormentata esistenza. Fanno la loro comparsa poi il porto della Grande Mela e la sua oramai anziana “regina” Eva Marie Saint che ivi ha mosso i primi passi sul grande schermo con Fronte del porto di Elia Kazan; inoltre, le soffitte della Central Station sono anche qui una dimora di fortuna, proprio come avveniva di recente in Hugo Cabret.

Si parte dalle origini in questa epopea romantica, con una coppia di immigranti respinti all’arrivo nel Nuovo Mondo in quanto tubercolotici. I due abbandonano in loco il loro figlioletto, Peter Lake (Colin Farrell) che si ritroverà a crescere per le strade di New York diventando un abile ladro e scassinatore di casseforti. A turbare le sue attività è però un suo precedente datore di lavoro: il boss malavitoso Pearly Soames (Russell Crowe), che lo vuole morto. La vita di Peter prenderà tutt’altra direzione quando si imbatterà nella bella Beverly Penn (Jessica Brown Findlay), fanciulla affetta da febbri violente e indomabili e destinata a una precoce morte. L’amore prolungherà la loro relazione, attraverso il tempo, in altre forme, fino ad un insperato miracolo.
Non si può che restare increduli di fronte a Storia d’inverno e non è solo per via della sua trama complessa o dei dialoghi altisonanti e a tratti indottrinatori. Si respirano echi del buon vecchio fantasy anni ’80 e lacerti di cultura new age tardi ’90 primi 2000, c’è un po’ di La storia infinita e di Una storia fantastica, tra pegasi volanti e principesse in pericolo, ma anche il romance dilazionato nel tempo di Serendipity, pellicola di Peter Chelsom del 2001 con John Cusack e Kate Beckinsale.
Considerando che il target a cui il film di Goldsman pare indirizzarsi è lo stesso della saga di Twilight, non si può non notare come il film presupponga un pubblico più attento e maturo, meno ortodosso quanto a dettami religiosi. Infatti qui l’iniziazione alla sessualità è legata sì alla morte, ma anche, in prospettiva, ad una rinascita in una nuova forma. Magari si tratta solo di un moralismo più ambiguo – tipico in ogni caso delle fiabe – ma è vero anche che la febbre che tormenta la povera Beverly è soprattutto una febbre d’amore, alimentata dal suo desiderio di non morire vergine.
Non c’è Dio poi a vegliare sui due amanti, bensì un Universo che ci ama, sorta di motore immobile di cui noi, come le stelle saremmo oggetti rifrangenti. Si muove dunque così tra i presocratici e la new age questa stramba storia d’amore, interpretata dal sempre volenteroso Colin Farrell che danza, cavalca, ama, combatte, alzando pervicacemente il folto sopracciglio sui suoi occhioni sufficentemente imbambolati e dall’eterea Jessica Brown Findlay, star della serie-tv Downton Abbey. Quanto a Russell Crowe, l’attore, smessi oramai per questioni d’età e di stazza i panni dell’eroe, sembra destinato a una galleria montante di personaggi malvagi, ma pare anche incastrato nel ruolo del perfido Javet incarnato in Les Miserables, e digrigna i denti famelico, forse per la rabbia di non potersi esibire in viruosismi baritonali come nel musical firmato da Tom Hooper .

In questa scorreria nel tempo sospinta dalla forza inesauribile dell’amore, si passa dunque dal romanzo rosa alla fisica quantistica, dal butterfly effect all’avventura romantica e, come nelle migliori biografie tragiche di grandi personaggi del passato, tornano anche malattie esiziali da tempo estinte come la “consunzione”, la cui ricomparsa fa uno strano effetto, un po’ come quando sull’antologia del liceo si leggeva che qualche celebre autore era morto di gotta, patologia destinata ai ricchi nota un tempo anche come podagra e forse non del tutto scomparsa in quest’era dissoluta e sedentaria.

Ma tra una bizzarria d’antan e l’altra emerge anche un sottile portato teorico per Storia d’inverno, che non è affatto da sottovalutare. È possibile infatti rinvenire nell’ampio arco di questa storia pervasa di magia, anche una metafora del cinema. Non a caso tutto ha inizio nel 1895 (anno di nascita del cinematografo), il protagonista è un virtuoso della buona vecchia meccanica e questa, così come lui, in qualche modo sopravviverà, forse rinascendo sotto altra forma (leggasi digitale) fino ai nostri giorni.
A illuminare tutto ciò c’è poi un vecchio maestro del cinema “come finora l’abbiamo conosciuto”, quel Caleb Deschanel che ha curato la fotografia in passato di film come Oltre il giardino e Il migliore e che qui, sviluppando con i suoi strumenti il tema portante della rifrazione della luce, si esibisce in lens flare di ogni tipo e da ogni direzione, alcuni dei quali, evidentemente, ottenuti in postproduzione.
Che ci piaccia o meno, Storia d’inverno parla anche di questo, di come sopravvivere oggi senza dimenticare quello che è avvenuto ieri, perché forse la missione non è ancora stata portata del tutto a termine.

Info
Il sito ufficiale di Storia d’inverno: winterstalemovie.com.
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