Into the Woods

Into the Woods

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Da un musical risalente a quasi un trentennio fa, Rob Marshall con Into the Woods rilegge e fa collidere tra loro quattro iconiche fiabe, con qualche incertezza di tono ma non senza coraggio nel valorizzarne il lato oscuro.

Volere è rischiare

Un panettiere e sua moglie non riescono ad avere figli perché maledetti da una strega, che ha deciso di vendicarsi di un torto subito anni prima dal padre dell’uomo. La strega, tuttavia, rivela di essere disposta a spezzare la maledizione se, entro 3 giorni, i due le porteranno alcuni oggetti: una mucca bianca come il latte, un mantello rosso come il sangue, dei capelli gialli come il grano e una scarpetta pura come l’oro. I due si inoltrano così nel bosco, alla ricerca di tali oggetti… [sinossi]

Che si sia, da qualche anno a questa parte, in clima di revival fiabesco, sul grande come sul piccolo schermo, non è certo una novità. Desta un po’ di curiosità, tuttavia, la strategia adottata dalla Disney, che fa uscire in quasi contemporanea il Cenerentola di Kenneth Branagh (tuttora nelle nostre sale) e un’opera che di quest’ultimo è per molti versi l’altra faccia, o comunque il contraltare in salsa postmoderna, quale questo Into The Woods.
Filologia, con poche e ben studiate varianti, da una parte, rilettura e ridefinizione di archetipi dall’altra: tuttavia, il soggetto del film di Rob Marshall (già grande successo negli USA, e insignito di un pugno di nomination agli Academy Awards, tra cui quella alla strega Meryl Streep) ha in realtà quasi un trentennio di vita; il modello ispiratore, infatti, è un notissimo musical del 1986, firmato Stephen Sondheim e James Lapine. L’idea di partenza, che lo stesso Lapine ha mutato dall’opera originale, è semplice e potente: i personaggi di quattro fiabe classiche (Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Jack e la pianta di fagioli) si incontrano e scontrano in un canovaccio unito da una storyline principale (una coppia che cerca di spezzare l’incantesimo che anni prima la rese sterile), col luogo deputato del bosco quale catalizzatore di eventi, svolte, drammi e trasformazioni.

È proprio lo spazio del bosco, nella sua valenza fisica e metaforica, l’elemento cardine intorno al quale ruota tutta la narrazione del film: luogo della crescita e dell’evoluzione personale, spazio di incontri e scontri, di pericoli e possibilità, in cui convivono ombra e luce, desiderio e morte, eros e thanatos. La locuzione “I wish”, con cui il film si apre, trova il suo passaggio obbligatorio nell’immersione all’interno di questo spazio, in cui la realtà si fa mutevole e ingannevole, i confini tra le categorie sfumate, e in cui gli attimi tendono a eternarsi. Se la Cenerentola disneyiana (vecchia e nuova) declamava che “i sogni son desideri”, Lapine e Marshall entrano nella dinamica del desiderio, sviscerano i meccanismi della sua realizzazione, ne mostrano le conseguenze volute e non volute. L’ammonimento, scoperto e dichiarato, è di stare attenti a ciò che si desidera, perché potrebbe realizzarsi.
L’ottimismo forzato, proprio della lettura disneyiana delle fiabe, viene così rovesciato in un messaggio dal taglio altrettanto pedagogico, ma di segno opposto: l’happy ending è una forzatura illusoria (e qui lo è in modo del tutto scoperto), una costruzione mentale che vive solo nello spazio fantastico delle storie. Il passaggio all’età adulta consiste nella transizione tra il desiderare il massimo e l’accettare il possibile, coi suoi inevitabili compromessi: ed è lo spazio del bosco a segnare il doppio rito di passaggio, quello che dall’infanzia conduce all’adolescenza (con la forza del desiderare, talmente pressante da riuscire a perseguire il suo scopo) e da quest’ultima all’età adulta (con la presa d’atto delle conseguenze, e la pragmatica ricerca di soluzioni).

In tutto ciò, il coté che il film sceglie si distacca da quello più luminoso di derivazione disneyiana, scegliendo piuttosto di concentrarsi sulle varianti maggiormente “cattive” e dark debitrici ai fratelli Grimm; laddove i teneri uccellini, piuttosto che aiutare Cenerentola ad intessere il suo abito, preferiscono punire le sorellastre accecandole.
Nonostante ciò, l’influenza della produzione si fa inevitabilmente sentire lungo il corso della pellicola, conducendo gli eventi in modo forse un po’ troppo spedito (e risaputo) verso il falso lieto fine posto circa a due terzi di film; salvo poi segnare uno stacco di tono, piuttosto netto, con la più cupa e riuscita frazione conclusiva. In quest’assenza di coesione tra le sue due anime, quella più genuinamente destrutturante e fedele al modello di un trentennio fa, e quella che inevitabilmente deve fare i conti col suo pubblico di riferimento, sta il più evidente limite del film di Marshall.
Quest’ultimo, da par suo, conferma comunque di trovarsi pienamente a suo agio nei territori di un genere da maneggiare con attenzione, in cui un passo falso nella gestione dei raccordi, una scarsa dimestichezza nell’alternanza tra sequenze recitate e cantate, basta a minare la suspension of disbelief: rischio scampato, in virtù di una regia solida, di prove attoriali e canore di buon livello (alla già citata e notevole strega di Meryl Streep, aggiungeremmo un’indecisa e umanissima Anna Kendrick nei panni di Cenerentola, e l’efficace e autoironico fornaio col volto di James Corden), di uno sfarzo scenografico che, al netto del dazio pagato ai contorni e al target del progetto, si rivela sempre al servizio della narrazione e dei suoi intenti.
Dal bosco, infine, si esce appagati e inebriati, malgrado il lieve senso di confusione e disarmonia che a tratti il film fa sperimentare; e la stessa morale finale, sul senso salvifico delle storie e della loro narrazione, è ben lungi dal disturbare.

INFO
Il sito ufficiale di Into the Woods.
Into the Woods su facebook.
Il trailer italiano di Into the Woods.
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