Marjorie Prime
di Michael Almereyda
Tratto dall’omonimo testo teatrale di Jordan Harrison e presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2017 come film d’apertura, Marjorie Prime declina con estrema delicatezza alcuni dei temi chiave della fantascienza odierna, interrogandosi sulla vecchiaia, sul decadimento fisico e mentale, sulla memoria individuale e collettiva, su quello che resterà di noi, sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale e le nuove forme di vita digitale.
Mi ricordo, sì, io mi ricordo
In un’era in cui l’intelligenza artificiale è accessibile a tutti, un curioso ologramma fa compagnia alla ottantaseienne Marjorie. Questo “prime” è la versione quarantenne del defunto marito Walter, che condivide con lei ricordi del passato per supportarne la memoria claudicante. Ma il “prime” sa solo quello che gli è stato detto: fatti e memorie possono essere manipolati… da Marjorie o, per esempio, da suo genero Jon. Così, l’olografica (e, in molti aspetti, migliorata) versione di Walter comincia a far parte di un mondo idealizzato… [sinossi]
È delicata e straziante la parabola di Marjorie. Come quelle di Jon e Tess, o di chiunque altro ci sia stato prima o dopo. Nomi, immagini che sfuggono, ricordi imperfetti, parziali, forse completamente distorti. Una delle traiettorie narrative di Marjorie Prime si focalizza proprio sui ricordi, sulla memoria, sul decadimento psicofisico e sul conseguente scollamento dalla realtà, dal presente, dal passato. Al di là della nostra vita terrena, dell’oggi, del preziosissimo hic et nunc, cosa resterà davvero di noi, degli altri, di tutte quelle persone che ci hanno accompagnato durante il lungo viaggio? Il ricordo, certo. Ma cosa sono e come funzionano i ricordi? A cosa servono i ricordi? Ambizioso, indipendente, talentuoso, Michael Almereyda ce lo dice, ce lo mostra, portando sul grande schermo il testo teatrale di Jordan Harrison; ce lo dice e ce lo mostra senza tutto l’apparato spettacolare della fantascienza ad alto budget, senza l’abbacinante ologramma Joi di Blade Runner 2049 o la voce sensuale di Scarlett Johansson in Her.
Indipendente, minimalista, sussurrato, Marjorie Prime mette in scena un futuro prossimo, a misura d’uomo, quasi impercettibile. Non è solo una questione di budget o di derivazione teatrale, ma evidentemente di sguardo, di aderenza a una realtà che già ci circonda: che senso hanno i nostri ricordi? Quanto resterà di noi e degli altri grazie alle nuove tecnologie, all’intelligenza artificiale che non smette di imparare e che ci copia, replica e persino migliora?
Marjorie Prime riesce davvero a essere una pellicola sul passato, sul valore della memoria, sull’elaborazione del lutto; sul presente, sulle sofferenze del corpo e della mente, sull’impacabile ciclo della vita; sul futuro, tra ricordi che sfumano e nuovi corpi che ci sostituiscono. Tra quattro mura, con un gruppo di ottimi interpreti (Lois Smith, Tim Robbins, Geena Davis, Jon Hamm), Almereyda filma un singolare Kammerspiel fantascientifico, intriso di una tecnologia gentile, mai invasiva, utile e umana. Ecco, umana. Oltre alla memoria e al ricordo, uno dei concetti chiave è la natura umana, la vita, quella fiammella che ci dovrebbe distinguere dagli animali e dall’intelligenza artificiale. Troppo semplici i primi, glaciale la seconda, buona per calcoli rapidissimi, per replicare la nostra immagine ma non la nostra anima. Ma ne siamo poi così sicuri? Le immagini in movimento – che già, a modo loro, hanno replicato e migliorato le nostre vite, sospingendosi verso l’immortalità – ci raccontano una storia diversa, dai primi timidi robot in cerca di un’identità alle complesse riflessioni della fantascienza cyberpunk, con replicanti sempre più raffinati e consapevoli, fino ai punti d’arrivo delle nuove esistenze virtuali: voci, ologrammi, esseri che si muovono e dominano la rete, la realtà parallela, forse l’unica.
Marjorie Prime è un film di fantasmi. Il problema è che quei fantasmi siamo (anche) noi, con le nostre storie e le nostre emozioni. In questo mondo che ha moltiplicato all’inverosimile la produzione e riproduzione delle immagini, spalmate ovunque attraverso i social network, la Storia e le storie continuano ad avere bisogno del racconto, del movimento, di sentimenti ed emozioni che in qualche modo prendano forma e consistenza. Anche i ricordi nebulosi, rimasticati, aggiustati. Noi saremo questo, ricordi.
Con estrema semplicità, senza clamore, Marjorie Prime mette in fila una serie di slittamenti, di vite in carne e ossa che finiscono e vite virtuali che prendono possesso dei nostri spazi e dei nostri ricordi. Ma, nuovamente, cosa sono i ricordi? A chi appartengono? Cosa ci ha raccontato Marjorie e cosa ci stanno raccontando Marjorie Prime, Walter Prime e Tess Prime?
Info
Il trailer originale di Marjorie Prime.
La pagina facebook di Marjorie Prime.
Il sito ufficiale di Marjorie Prime.
La scheda di Marjorie Prime sul sito del Trieste S+F 2017.
- Genere: drammatico, fantascienza, sentimentale
- Titolo originale: Marjorie Prime
- Paese/Anno: USA | 2017
- Regia: Michael Almereyda
- Sceneggiatura: Michael Almereyda
- Fotografia: Sean Price Williams
- Montaggio: Kathryn J. Schubert
- Interpreti: Azumi Tsutsui, Geena Davis, Hana Colley, Hannah Gross, Jon Hamm, Leslie Lyles, Lois Smith, Stephanie Andujar, Tim Robbins, W.A. Walters
- Colonna sonora: Mica Levi
- Produzione: BB Film Productions, Passage Pictures (II)
- Durata: 98'













Trieste Science+Fiction Festival 2017
Trieste Science+Fiction Festival 2017 – Presentazione
Blade Runner 2049
Ghost in the Shell
Your Name.
Cose che verranno. Utopie e distopie sul grande schermo
Blade Runner
Experimenter
Cymbeline
Lei
The Ogre’s Feathers
Total Recall – Atto di forza
Moon
Mr. Nobody
Renaissance