Grass

Grass

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L’ormai annuale appuntamento festivaliero con Hong Sangsoo avviene quest’anno alla Berlinale, al Forum, dove presenta Grass, ennesimo film sui rapporti uomo-donna che si snoda tra bevute nei tavolini di un bar, tra personaggi del mondo del cinema. Ma ora appare una figura misteriosa di una narratrice e tra i temi trattati dal regista sudcoreano fa capolino anche quello della morte.

Il cinema come moto perpetuo

Alla fine di una viuzza, dove non ci si aspetterebbe mai un posto del genere, c’è una caffetteria in cui la gente si ferma volentieri a chiacchierare sui tavolini. Di fronte il proprietario di un negozio di alimentari ha seminato vari dipi di vegetali che stanno germogliando in grandi vasi. Nel corso del tempo tante persone sedute a tavoli diversi si conoscono, mentre una donna, seduta in un tavolino da parte, osserva gli altri e annota i suoi pensieri sul portatile. Anche se si fa tardi, rimangono tutti alla caffetteria… [sinossi]

Un cinema che si avvita su se stesso, che torna e ritorna sui propri passi, che si ostina a ripercorrere lo stesso tragitto. Arrivato al ventiseiesimo film, Grass, presentato nella sezione Forum della Berlinale, Hong Sangsoo sente il bisogno di cristallizzare in un’immagine questo suo filmare compulsivo, questo suo falso movimento, questo suo ritornare incessantemente sugli stessi temi, il rapporto tra i sessi, il punto di vista femminile, l’ambiente chiuso del mondo del cinema con i suoi personaggi frustrati, la convivialità coreana che si celebra davanti a tavolini tra cene e bevute di soju. E l’immagine metaforica è quella di Areum, interpretata dalla ormai compagna e musa Kim Min-hee, che sale e scende le scale in continuazione, senza motivo apparente. Un cinema che è un moto perpetuo ininterrotto. Chi cerchi il significato del cinema di Hong Sangsoo viene fatto sbattere contro il muro di questa scena nonsense. Sono pochi gli scalini che la ragazza percorre e ripercorre, come sono pochi e ristretti gli oggetti del cinema del regista sudcoreano. Eppure ogni tragitto, ogni passo sulle scale, non può essere esattamente identico a quello precedente, pur nella brevissima distanza lo spostamento cambierà anche solo di qualche centimetro. Così è la vita nell’osservazione che ne fa Hong Sangsoo, un ripetersi all’infinito di situazioni apparentemente uguali ma che a ben vedere comportano diverse varianti, a volte appena percettibili (si veda in tal senso il film Right Now, Wrong Then, Pardo d’Oro nel 2015). E soprattutto gli scalini si percorrono in salita e in discesa, nei due sensi opposti. Così ogni opera di Hong Sangsoo funziona come un calzino che si rivolta, si percorre in due direzioni opposte.

Anche in Grass abbiamo elementi che si ripetono due volte. All’inizio una ragazza, Mina, rinfaccia al suo interlocutore, Hongsoo, la morte di una terza persona, Seunghee, forse per un suicidio dovuto a una delusione d’amore. Alla fine del film i due ragazzi torneranno a bere insieme, ma un’altra coppia vivrà la stessa situazione a ruoli inverti, con l’uomo, Jaemyung, che rinfaccerà alla donna, Soonyoung, la respondsabilità del suicidio di un certo professor Choi. E così altri elementi si ripetono tra personaggi diversi. E ogni film si lega a quello precedente come con un’ideale panoramica a schiaffo, movimento di macchina prediletto dal regista, veloce, che crea raccordi bruschi e con poco sforzo. Kim Min-hee si chiama sempre Areum in The Day After dove è ancora una scrittrice, in senso lato come redattrice in una casa editrice, posto che lo sia anche in Grass. E i personaggi iniziali fanno accenno a un viaggio in Europa, poi smentito, che ha da sempre rappresentato una fuga per i personaggi del cineasta sudcoreano e il suo cinema, una tensione a quel cinema europeo, soprattutto francese, cui ha sempre guardato.

Stavolta però Hong Sangsoo ha fatto uno o due gradini in più, ha aggiunto qualcosa nei suoi scalini della vita, e del cinema. Tematicamente aggiunge il gradino della morte, che aleggia più volte tra le chiacchierate dei personaggi, tra i suicidi avvenuti e quelli minacciati, in un cinema che ha sempre celebrato la vita, fatta di incontri e abbandoni, successi e insuccessi. Il secondo gradino nuovo corrisponde alla figura di una donna, Areum appunto, che siede sola in un tavolino davanti al suo portatile, osserva e scrive, che compare all’improvviso, sempre con panoramica a schiaffo con i tavolini adiacenti, a ricordarci la sua presenza, a raccordarla con le altre vicende che si consumano al bar. È come un angelo wendersiano che osserva le vicende umane e prende nota, è una sceneggiatrice che, come presumibilmente fa Hong Sangsoo, acchiappa storie dalla vita, compresa la sua, e le rimette in scena al cinema. Areum, e attraverso di lei l’autore, scrive di gente di cinema, in un gioco di scatole cinesi, scrive di scrittori, di attori che si improvvisano sceneggiatori. Ma senza stare sempre dall’altra parte, arriverà anche a mescolarsi con i suoi soggetti, ad accettare i loro inviti. Oppure è qualcosa di più, Areum. Un deus ex machina, un’estensione dell’autore, tutto quello che vediamo è scritto, creato da lei. Inutile chiederglielo, negherà. Come succede quando il gruppo allargato al tavolo di fianco si accorge di lei e le chiede se non sia una scrittrice. Come è inutile chiedere qualcosa a Hong Sangsoo sul suo cinema. Svierà, parlerà d’altro, glisserà, si negherà. Come puntualmente è successo al Q&A seguito alla proiezione di Grass alla Berlinale. O come ha fatto anche durante l’intervista che gli facemmo a Locanro. La ritrosia del regista è ormai proverbiale.
Ancora la regia è semplice, essenziale come il percoso reiterato di Areum su e giù per gli scalini. Fatta di inquadrature fisse, zoom e panoramiche a schiaffo. Finanche quando una coppia è ripresa con lui di spalle, inquadraura che dovrebbe naturalmente scivolare in un controcampo. E invece nulla, Hong Sangsoo manterrà sempre il personaggio di schiena. Tutto si gioca su quegli stessi due o tre tavolini, dove gli avventori si alternano, si ricombinano e aggregano. Personaggi che spesso non hanno un nome e di cui non sempre è chiara la natura dei loro rapporti interpersonali. Ma a volte ci sono anche tavolini vuoti, segni di un’assenza. Per arrivare a quelli tutti vuoti, in una scena finale. Sono i tavolini della vita. Così come i tanti germogli dei vasi del proprietario del negozietto dirimpetto. Sembrano tutti uguali ma a ben vedere sono uno diverso dall’altro. Come le persone. Come i film di Hong Sangsoo.

Info
Il trailer di Grass.
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