L’incredibile viaggio del fachiro

L’incredibile viaggio del fachiro

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Traendo spunto da un recente best-seller, Ken Scott dirige con L’incredibile viaggio del fachiro una commedia multietnica, colorata quanto levigata, che affonda le tematiche sociali in un generale tono (fastidiosamente) edificante.

Mobili (e) migranti

Dopo la morte della madre, l’indiano Aja decide di recarsi a Parigi alla ricerca del padre, un prestigiatore parigino che si separò dalla donna prima ancora che lui riuscisse a conoscerlo. Giunto in città, il giovane visita un mobilificio Ikea in cui incontra una ragazza americana, di cui si innamora all’istante. Quando, tuttavia, Aja decide di passare la notte all’interno di un armadio del negozio, eludendo la sorveglianza, non sa che l’armadio è pronto per essere impacchettato e spedito in Inghilterra… [sinossi]

Un viaggio attraverso l’Europa e l’Africa (con andata e ritorno in India) che parte dall’interno di un armadio. È da questa idea, bizzarra e tuttavia narrativamente capace di incuriosire, che muove il romanzo di Romain Puértolas da cui ha avuto origine L’incredibile viaggio del fachiro; un film, quello diretto da Ken Scott, che mostra un’anima multietnica, sospesa tra l’umorismo scanzonato dei più recenti esempi di commedia d’oltralpe (con contorno di tematiche sociali) e i colori e le danze del cinema bollywoodiano. La commistione tra fiaba contemporanea e carattere intimamente “meticcio” della storia, tra l’approccio lieve della narrativa di consumo e il legame con uno dei temi più sentiti della contemporaneità (quello dell’immigrazione) sono stati d’altronde tra gli ingredienti che hanno fatto il successo del romanzo di Puértolas, a sua volta ex agente della polizia di frontiera francese e qui co-autore della sceneggiatura. Un approccio che, trasposto sullo schermo, cerca di tenere insieme la credibilità della ricognizione sociale e politica (con una cornice, quella del background del protagonista, legata all’attuale realtà politica indiana) e l’afflato fiabesco di un viaggio che si snoda tra tre continenti, la natura di intrattenimento del progetto con una componente sociale che punta ad essere qualcosa di più di un mero pretesto.
Un compito non facile, quello perseguito dal film di Ken Scott: ed è più che lecito chiedersi, proprio a questo proposito, cosa sarebbe stato del film se in cabina di regia ci fosse stata (com’era nel progetto originale) un’autrice esperta di contaminazioni (di registri e linguaggi) come Marjane Satrapi. Scott, infatti, cineasta poco propenso a osare, sceglie di ancorare decisamente la storia a un tono edificante, sfumando le sue componenti più problematiche e legate al tema del confronto culturale, e facendo prevalere la logica dell’intrattenimento più facile, indolore e indipendente dal setting. La levità del tono, pur parte integrante del soggetto, si trasforma qui in qualcosa di sovente vicino all’inconsistenza: il volto del protagonista Dhanush (star del cinema in lingua Tamil) risulta fin troppo spaesato per apparire credibile, mentre la successione di eventi che vive appare fin troppo programmatica e “studiata” per suscitare quel senso di straniamento grottesco necessario a innestare l’effetto comico. La stessa, rapida delineazione del background del protagonista, finisce per diventare un mero elemento decorativo, lasciando sullo sfondo i suoi tratti più spigolosi: Aja lascia la sua casa come piccolo ladro e truffatore, ma di questo punto di partenza finiamo presto per dimenticarci (se si eccettuano pochi, isolati episodi, tra cui quello dell’incontro col tassista parigino).

Infastidisce un po’ la direzione buonista che la sceneggiatura sceglie di imprimere al racconto, già presente in nuce nell’episodio-cornice (da cui la narrazione viene poi sviluppata in flashback), e via via sempre più avvertibile e ingombrante; un’impostazione ricercata e consapevole, che finisce per gettare, nell’ultima parte, un mal digerito velo di melassa sull’intero film. Un approccio che, nella dialettica fiaba/realismo che il soggetto ricerca fin dall’inizio, spinge la storia decisamente verso il primo versante: il contorno è quello di un fastidioso ecumenismo che, mentre mostra le risorse dell’universo migrante, finisce contestualmente per assolvere le istituzioni con cui questo si confronta (e scontra). La macchiettistica, bonaria rappresentazione della polizia di frontiera inglese è in questo senso più che esemplificativa.
Se è vero che certe forzature di sceneggiatura, nel contesto rappresentato dal film, possono essere perdonabili e in parte necessarie, è l’inconsistenza di parte del plot a costituire uno dei maggiori problemi di questo L’incredibile viaggio del fachiro: in questo senso, colpiscono (negativamente) la pretestuosità della love story che fa da filo conduttore al viaggio del protagonista, oltre al carattere effimero e accessorio di uno dei subplot sviluppati (nella fattispecie, quello che vede protagonista una sprecatissima Berenice Bejo).

Con una confezione colorata e da cinema turistico, un incedere vivace quanto effimero, momenti totalmente decontestualizzati (il ballo in discoteca, inserito solo per pagar pegno alla più superficiale concezione, da parte dello spettatore occidentale, del cinema indiano), oltre a una generale, consapevole messa in secondo piano dell’elemento-credibilità, L’incredibile viaggio del fachiro dipana il suo filo narrativo in modo lineare, offrendo un intrattenimento per famiglie semplice quanto privo di guizzi. A disturbare, più di un inconsistenza in fondo dichiarata, è l’impronta stereotipata e buonista, l’aver scelto (come sfondo, e non solo) un tema drammaticamente attuale come quello dell’immigrazione, costruendovi sopra un discorso con la consistenza di un ragionamento da bar. Se di commedia “sociale” doveva trattarsi, l’obiettivo non può certo dirsi raggiunto.

Info
Il trailer di L’incredibile viaggio del fachiro.
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