Capri-Revolution

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Capri-Revolution sembra chiudere un’ipotetica trilogia in cui Mario Martone riflette sul Tempo e sulla Storia. Stavolta l’occasione per parlare di molte rivoluzioni mancate nel Novecento è l’isola di Capri e la comune che vi si installò sotto la guida di Karl Wilhelm Diefenbach. Peccato che le suggestioni non siano mai approfondite e la sceneggiatura si dimostri carente sotto molti punti di vista. In concorso alla Mostra di Venezia.

Resurrezione

Siamo nel 1914, l’Italia sta per entrare in guerra. Una comune di giovani nordeuropei trova sull’isola di Capri il luogo ideale per la propria ricerca nella vita e nell’arte. Ma l’isola ha una propria, forte identità, che si incarna in una ragazza, una capraia di nome Lucia. Il film narra l’incontro tra la comune guidata da Seybu, la ragazza e il giovane medico del paese. E narra di un’isola unica al mondo, la montagna dolomitica precipitata nel Mediterraneo, che all’inizio del Novecento ha attratto come un magnete chiunque sentisse la spinta dell’utopia e coltivasse ideali di libertà, come i russi che, esuli a Capri, si preparavano alla Rivoluzione. [sinossi]

L’aspetto più interessante di Capri-Revolution, il settimo lungometraggio di Mario Martone presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, è l’aspetto che lo lega – come un’ipotetica trilogia – agli immediatamente precedenti Il giovane favoloso e Noi credevamo. In tutti e tre i film (presentati sempre in anteprima mondiale al Lido) si avverte la necessità di riflettere sul Tempo e sulla Storia, senza però farsi ingabbiare in alcun modo dai due elementi ma mutandoli al contrario in una sorta di eterno ritorno, di ciclo continuo dal quale la società occidentale non sa o non vuole emanciparsi. Nel raccontare gli eventi che anticiparono e seguirono il cosiddetto Risorgimento, Noi credevamo tracciava in realtà una riflessione sul tradimento della lotta partigiana nella società post-costituente; allo stesso modo Il giovane favoloso oltre a trasformare in immagini la biografia di Giacomo Leopardi ne rileggeva il temperamento e la riottosità politica come si trattasse di un esponente della cultura punk di fine anni Settanta. Ora, nel prendere di petto gli eventi che anticiparono la Prima Guerra Mondiale, e focalizzando l’attenzione sulla comune creata a Capri da Karl Wilhelm Diefenbach, Martone compie un passo ulteriore. Capri-Revolution sembra infatti in qualche modo raccontare non solo il côté politico e culturale di inizio secolo, ma anche il fallimento dell’utopia sessantottina: i modi, i comportamenti, i dibattiti e perfino le forme d’arte che occupano le giornate di Karl e degli altri comunitari, sono gli stessi degli hippie. Sono solo anticipati nel tempo.
A questa brillante intuizione, che di fatto annulla il concetto di evoluzione, ma non quello di rivoluzione, avrebbe dovuto far seguito la storia di Lucia, che pascola le capre e vive in una casupola arroccata con i genitori e i fratelli maggiori. Il condizionale è purtroppo d’obbligo, perché è proprio nella narrazione di questa ragazza, naturalmente affascinata dai modi spregiudicati della comune, che il film arranca, disperdendo gran parte del suo potenziale.

Ci sono almeno sette film all’interno di Capri-Revolution: c’è la storia di Lucia, il conflitto culturale tra la comune e la cittadinanza, i rivoluzionari russi esuli che stanno preparando il 1917, l’arrivo della modernità (l’elettricità, per esempio, ma anche la fabbrica che porta con i suoi miasmi alla morte il padre di Lucia), il pacifismo isolazionista di Karl/Seybu, l’interventismo socialista del medico statale, la Guerra Mondiale alle porte. Sette vie narrative diverse che avrebbero meritato tutte il loro spazio all’interno del film: con una scelta di sceneggiatura a dir poco discutibile invece Martone e Ippolita Di Maio scelgono di tralasciare nella prima metà del racconto la stragrande maggioranza delle trame, affidandole a pochi appunti scarni e scarsi (in particolare il riferimento a Maksim Gor’kij appare davvero sciatto, con un primo dialogo con il dottore sulla necessità di aiutare le proteste operaie e poi solo una fugace apparizione mentre gioca a scacchi, in ripresa di una celeberrima fotografia in cui lo stesso rivoluzionario bolscevico osserva la sfida tra Lenin e Alexander Bogdanov). Tutta l’attenzione si concentra solo sulla fascinazione di Lucia per la comune, che la spinge prima a spiarli a distanza mentre pascola le capre e quindi a entrare in contatto con loro. Nel ripetuto insistere sulle pratiche naturiste dei membri della comune, che vagano nudi per gli scogli e praticano una sorta di coreografia avantgarde, Martone non riesce però a scorgere la carne al di là dei corpi: non c’è erotismo, non esiste materia, quasi che la filosofia di Diefenbach – un rifiuto del materialismo a favore di una visione panteista e spirituale del mondo – lo avesse contagiato.

Giocando quasi tutto sulle modalità di vita della comune Capri-Revolution si svuota dal punto di vista strettamente politico, che pure regala i momenti più ispirati del film, come il dialogo tra Seybu e il dottore sul concetto di rivoluzione, in cui vengono messi alla berlina entrambi gli estremismi, il dogmatismo interventista da una parte e quello isolazionista dall’altro. L’unica rivoluzione in atto è quella – del tutto personale e intima – di Lucia, contadinotta che si trasforma in persona colta: da analfabeta impara a leggere e a scrivere, a parlare in italiano e non in dialetto e perfino a disquisire in inglese con i membri della comune. Un po’ troppo e un po’ troppo repentino anche se Martone si prende libertà dalla Storia e fa continuare la comune anche durante la Prima Guerra Mondiale (in realtà il tutto si interruppe con la morte di Diefenbach nel dicembre del 1913; i membri della comune si trasferirono per la maggior parte a Monte Verità, sopra Ascona nel Canton Ticino). Lo schema datosi da Martone, con la predilezione della ripresa quasi etnografica di questi pre-hippie, lo costringe purtroppo sia a buchi di sceneggiatura sia a ripetute semplificazioni, tanto nel linguaggio cinematografico quanto nell’esposizione filosofica e politica. Sarà un caso, ma la mancanza di Renato Berta alla fotografia, sostituito da Michele D’Attanasio (abituato a ben altre timbriche e a profondità di linguaggio assai diverse), si fa sentire, al punto che in alcuni passaggi il film sembra perfino pasticciato, rimaneggiato, indubbiamente confuso sulla direzione da intraprendere. Tutti gli istinti migliori di Capri-Revolution cigolano sotto il peso di uno script raffazzonato e dimentico per strada di alcune delle sue intuizioni – perché risolvere così il rapporto conflittuale con i fratelli? –, e il film si limita a inseguire suggestioni estemporanee e prive di costrutto, come l’uccisione sacrificale del cervo che rimanda a uno dei dipinti di Diefenbach, Du sollst nicht töten. Una delle più cocenti delusioni del cinema italiano del 2018.

Info
Una clip da Capri-Revolution.
La pagina dedicata a Capri-Revolution sul sito della Biennale.
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