L’enfance nue

L’enfance nue

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Per la retrospettiva della Festa del Cinema di Roma dedicata a Maurice Pialat è stato presentato il suo folgorante esordio, L’enfance nue, girato nel ’68 e prodotto da Truffaut: la storia di un bambino incapace di adattarsi alle regole della società, per certi versi simile a I 400 colpi, ma più realistico e asciutto, privo di commento musicale, straordinariamente doloroso e commovente.

Vivere non è difficile, potendo poi rinascere

Rimpallato di famiglia in famiglia, François – abbandonato dai suoi genitori – è il classico bambino difficile. Trova una qualche serenità in casa di un uomo e di una donna settantenni, costruendo un legame in particolare con la quasi novantenne madre di lei. Quando l’anziana donna morirà, François perderà di nuovo la bussola. [sinossi]

Il film d’esordio di Maurice Pialat, L’enfance nue, girato nel ’68 e prodotto da Truffaut, presentato in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma per la retrospettiva dedicata al cineasta francese, inizia con una manifestazione di operai e subito dopo la abbandona per seguire il suo piccolo protagonista, François, di dieci anni, prossimo a essere abbandonato ancora una volta da dei genitori adottivi, incapaci di sopportare le sue intemperanze.
In questo modo Pialat ci rende già chiare le sue intenzioni: in pieno ’68, quel che gli importa non è la protesta, o la scintilla rivoluzionaria, quanto la storia senza tempo di chi non è in grado di accettare le regole della società, un indomito ragazzo selvaggio, un Antoine Doinel meno espansivo e più cattivo, ma allo stesso tempo profondamente sincero e timido.

D’altronde, L’enfance nue si gioca tutto sul filo dell’accettare o meno gli altri da parte di François: a tratti sembra sul punto di credere nel prossimo – soprattutto quando la vecchia madre di una donna, che si è presa la briga di provare ad ‘addestrarlo’, condivide con lui fumetti e canzoni popolari – ma presto ricade nella sfiducia e nel nichilismo nei confronti della vita – quando l’anziana donna muore, quando dei compagni di classe lo picchiano, quando getta un gatto dalla tromba delle scale.
Pialat ci racconta questa altalena esistenziale con profondo senso di identificazione nei confronti del protagonista, ma senza mai spingere sul pedale dell’enfasi retorica, al contrario. Non vi è per esempio alcun commento musicale nel corso di L’enfance nue, non vi sono immagini e situazioni pensate per diventare iconiche – si pensi, in opposizione, solo al leggendario e bellissimo finale de I 400 colpi, con Antoine Doinel che arriva finalmente al mare -, non vi sono sottolineature emotive di alcun genere, ma giusto degli accenni, dei leggeri momenti di sollievo nei confronti della vita e della sua bellezza, come ad esempio quando a François viene raccontata una storia della Resistenza francese, con una donna capace di farsi due anni di carcere pur di non rivelare ai nazisti dove si era nascosto il nipote partigiano. È in momenti come questo che François torna a credere nella possibilità dell’altruismo e nell’eventualità di non trovarsi completamente solo in un mondo tanto ostile. E Pialat lo mette in scena lasciando trapelare un lieve sorriso sul volto del protagonista, senza scegliere di mostrarcelo in primo piano, per poi sciogliere la situazione con un breve e trattenuto abbraccio.
Ancora più intensi, dotati di una poeticità sommessa e di provincia, sono quei pomeriggi che François passa nella stanza dell’anziana donna, quasi novantenne, l’unica con cui riesce a condividere qualcosa, un comune sentire: arriva il giornale e i due lo leggono, dividendosi le pagine; aprono un quadernetto di canzoni popolari e la donna canta per il bambino; François trova una foto di lei da giovane e resta sbalordito nel vederla così diversa, mentre lei ci scherza su. Poco prima François aveva comunque avuto la tentazione di rubare i risparmi della vecchia; le aveva preso il borsellino da sotto il cuscino, approfittando di un pisolino di lei, per poi però rimetterlo al suo posto; e per la prima e unica volta nella sua vita lui, che normalmente rubava e poi ruberà di nuovo come cieca coazione a ripetere, dimostrerà di avere rispetto verso la proprietà altrui.

Alle spalle di L’enfance nue vi è una prodigiosa consapevolezza nella gestione degli attori,per lo più non professionisti, in cui si lascia spazio alle incertezze del dialogo, alle indecisioni nei monologhi e anche alla possibilità di guardare in macchina e fare dei piccoli sorrisi d’imbarazzo, come per uscire un momento dalla finzione scenica, o come se la finzione scenica e la vita non siano in fin dei conti troppo separate l’una dall’altra. E così torna prepotentemente alla mente la massima di Christian Metz che, stremato dalle difficoltà di dare una definizione univoca al cinema moderno, finiva per concludere che moderno è quel cinema capace di impressionare su pellicola dei piccoli momenti di verità, degli imprevisti capaci di dare più potenza all’ordito pre-pensato in fase di pre-produzione. L’enfance nue è pieno di questi istanti di verità, anzi, è costruito quasi esclusivamente su quelli, tanto che a momenti il film – come nella sequenza in treno, in cui François si trova insieme ad altri bambini in procinto di essere adottati da altre famiglie – si connota come assai contiguo al cinema documentario. E così nel finale vi è un altro ammirevole esempio di asciuttezza: i genitori adottivi leggono una lettera che gli è arrivata da François, una lettera che vale come segno di una raggiunta maturità del ragazzo, perché comunica con parole semplici ed essenziali la sua condizione; comunica finalmente!, e dunque ha accettato di vivere con gli altri. E non vi è bisogno di dire altro, se non la parola fine che, subito dopo, appare sullo schermo.

Info
La pagina Wikipedia francese di L’enfance nue.
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