Se son rose

Se son rose

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Con Se son rose Leonardo Pieraccioni prova in tutti i modi ad aggiornare la sua comicità ai tempi d’oggi, ma si assesta su trovate poco divertenti e sull’ennesimo ritratto dell’uomo medio italico.

Mi trovo nuovo

Cosa succederebbe se qualcuno mandasse di nascosto alle tue ex dal tuo cellulare: «Sono cambiato. Riproviamoci!»? È quello che accade a Leonardo Giustini giornalista che si occupa di tecnologia e innovazione per il web. Sua figlia, stanca di vedere il padre campione di un’inarrestabile rincorsa al disimpegno, decide di mandare il fatale messaggino. Alcune delle ex incredibilmente rispondono e quella che era nata come l’innocua provocazione di un’adolescente si trasforma in una macchina del tempo. [sinossi]

In questi tempi di rispolvero del femminismo, tra pubbliche gogne per i molestatori, tragici uxoricidi e, fortunatamente, anche corroboranti cortei cittadini, non è certo facile pensare a un ritorno sulle scene di Leonardo Pieraccioni che di una malcelata misoginia ha fatto uno dei perni della sua comicità. Impossibile dimenticare in tal senso l’apice toccato con il film Una moglie bellissima (2007), dove il comico toscano decideva di riaccogliere in casa la bella moglie, colpevole di aver posato nuda per un calendario, solo dopo che questa era rimasta azzoppata per via di un incidente stradale.

Sono passati più di dieci anni da allora e oltre una ventina dai primi grandi successi di Pieraccioni, ovvero I laureati (1995) e Il ciclone (1996), oggi dunque il comico fiorentino non può certo più incarnare l’eterno Peter Pan nè il represso ragazzone costantemente arrapato e pronto a sbavare dietro a uno sciame di ragazze spagnole che, in quanto tali, non possono non essere belle e calienti. In tal senso, il suo tredicesimo film da regista, Se sono rose, appare quasi come un prodotto programmatico, costruito cercando una nuova strada, per il Pieraccioni autore e personaggio in scena. Tutto infatti prende le mosse da un «Sono cambiato. Riproviamoci», è questo il messaggio che la figlia quindicenne del Pieraccioni filmico invia qui a tutte le ex fidanzate paterne, per risvegliare l’impigrito genitore da un torpore sentimentale e di ménage. Ma si tratta, in fondo, anche di un messaggio che il Pieraccioni autore vuole lanciare al pubblico, di fedelissimi e non.

Non c’è da stupirsi se il plot di Se sono rose sembra ricalcare lo schema di un recente successo nostrano, lo sceneggiatore Filippo Bologna è proprio quello di Perfetti sconosciuti (e regista del più recente Cosa fai a Capodanno?) e d’altronde il precedente film del Pieraccioni nazionale Un fantastico via vai era co-sceneggiato proprio con il regista di quel sorprendente blockbuster, ovvero Paolo Genovese. Un canovaccio siffatto offre poi il destro per declinare la femminilità in cinque bozzetti differenti, all’interno dei quali lo script si destreggia tra vecchi cliché, nuove malinconie di mezza età e qualche idea, ma soprattutto dove ha modo di brillare un cast di attrici ben assortito, che annovera Claudia Pandolfi, nei panni della ex moglie, Caterina Murino, Michela Andreozzi, Gabriella Pession e Antonia Truppo. Due sono i principali centri propulsori prescelti per declinare la comicità di Se sono rose: le nuove tecnologie, in particolare internet e cellulari e poi, naturalmente, la sessualità.

Leonardo Giustini (Pieraccioni) di professione fa il giornalista web sui nuovi ritrovati digitali, è divorziato dalla moglie (Pandolfi) da cui ha avuto la figlia ora adolescente Yolanda (Mariasole Pollio), vive solo, si nutre di involtini primavera surgelati. Frequenta poi saltuariamente una giovane donna (l’Elena Cucci di A casa tutti bene) che chiama amorevolmente “48” in quanto, secondo lui, è dotata di quel numero di neuroni, non uno di più. Lo stratagemma del messaggino alle ex innesca poi la girandola di incontri con i personaggi femminili incarnati dalle suddette attrici, garantendo quel genere di ritrattistica femminile nella cui attesa è difficile annoiarsi.
Se son rose scorre infatti agile, anche se non sempre provoca le risate che vorrebbe. Fin dal principio si registra una certa verbosità, dovuta alla petulanza adolescenziale della giovane Yolanda, personaggio costantemente intento a rimbrottate il padre e a cui la giovane attrice Mariasole Pollio, troppo attenta all’intellegibilità dei lunghi predicozzi che pronuncia, non riesce a dare nerbo né brillantezza. Il suo refrain «vediamo se hai le cialde» – il riferimento è una macchina del caffè ancora imballata, specchio della sopita capacità relazionale paterna – non è d’altronde una metafora poi così ficcante.
Oggetto, come si è detto, di numerose battute, sono poi le nuove tecnologie, per cui ecco che «Tira più un metro di fibra…» (a pronunciare la battuta, in omaggio all’anticlericalismo toscano, è un prete) e sopraggiungere poi una serie di giochi di parole sulle App telefoniche che include la App-rovino per gli attori e la App-uttane per le meretrici. Saggiamente, però, la poco elegante battuta non è pertinenza di Pieraccioni bensì della ex-moglie incarnata da Claudia Pandolfi. Si tratta di battute che vorrebbero essere fulminanti, ma provocano al massimo un sorrisetto, e va assai peggio quando troviamo la petulante Yolanda chiedere al padre “quanti giga ha il giradischi”, segno netto che Pieraccioni, magari sarà diventato più sobrio con le battutacce sulle donne, ma certo non ha granché fiducia nelle competenze e nell’acume delle giovani generazioni.

Quanto ai riferimenti sulla sessualità e correlati, beh qui si può anche storcere il naso, ma è anche opportuno sospendere il giudizio (almeno quello morale) giacché la comicità per essere tale deve ostentare anche un pizzico di scorrettezza e di volgarità. Ecco dunque metafore sessuali che riguardano sul versante femminile una gattina bagnata e su quello maschile un ammorbidirsi, oltre che della barba, anche di qualcos’altro. Poi ci sono le battute sulle poppe, un gran parlare anzi di poppe (nell’incontro con la ex incarnata da Michela Andreozzi), ma è inutile inalberarsi, qualche decennio fa un altro comico toscano, Francesco Nuti, aveva loro dedicato una straziante, romantica ballata (per chi non la ricordasse, parliamo di Puppe a pera, 1982).
Non manca infine qualche riferimento calcistico, per cui a un certo punto si parla della Var (moviola) da utilizzare per rivedere un matrimonio e poter così stabilire, in caso di divorzio, di chi è la colpa. Con le scene che riguardano la ex incarnata dalla Pession si alza invece il tiro, l’attrice incarna qui infatti una docente di filosofia (forse il personaggio migliore del film), per cui ecco che il tema del “ritorno dell’ex” viene nobilitato attraverso Gianbattista Vico e i suoi “corsi e ricorsi storici”.

Da questo breve excursus di alcuni dei momenti “comici” di Se son rose appare dunque evidente un lavoro intenso di ricerca della battuta, più o meno fiorita, della trovata comica che occhieggia all’attualità o anche a un pubblico più colto e smaliziato. Ma le risate stentano a fare capolino. Pieraccioni attore non ha una grande verve, e si sente poi in questa occasione la mancanza di una spalla più sguaiata e irredimibile quale era ad esempio la maschera del sodale Massimo Ceccherini. Si respira dunque un’aurea mediocritas in questo ennesimo ritratto dell’uomo medio italico cinquantenne, ritratto che non ha molto da dire né particolari, nuove annotazioni da suggerire su una specie assai ben nota e celebrata. Non resta allora che concentrarsi sul “percorso di formazione” di questo nuovo-vecchio personaggio incarnato dall’autore-attore, un percorso che lo vede finalmente fare i conti con le sue piccolezze e accettare il fatto che, dopotutto, per lui quei 48 neuroni, ammesso poi che siano tali, vanno più che bene.

Info
Il trailer di Se son rose.
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