I miserabili
di Ladj Ly
Con I miserabili Ladj Ly prende spunto ideale dal capolavoro letterario di Victor Hugo per cercare di raccontare il conflitto nella Francia di oggi. Un’ambizione non di poco conto, cui fa da contrappasso una messa in scena che non sa rinunciare alla retorica ma viene in parte scardinata da un finale aggressivo e barricadero. In concorso al Festival di Cannes.
L’odio
Stéphane, appena arrivato da Cherbourg, integra la brigata anti-criminalità di Montfermeil nella banlieu 93. Incontra i suoi nuovi compagni di pattuglia, Chris e Gwada, due uomini d’esperienza. Stéphane scopre rapidamente le tensioni montanti fra i differenti gruppi di quartiere. Quando si trovano sopraffatti durante un arresto Gwada compie un gesto insano, per di più ripreso da un drone. [sinossi]
I miserabili inizia con un evento collettivo, con le piazze di Parigi stracolme di persone, bandiere tricolori sventolanti. È forse uno dei tanti pomeriggi di lotta, con le manifestazioni dei cosiddetti “gilets jaunes”? No, tutt’altro. Si tratta dei festeggiamenti per il trionfo mondiale del luglio del 2018, con la nazionale di calcio transalpina che schiantò la Croazia. Riunificando, anche se solo per pochissime ore, un Paese. Non è certo casuale il modo in cui Ladj Ly – esordiente nel lungometraggio di finzione, ma già al lavoro su più di un documentario, come testimoniano in particolare 365 jours a Clichy Montfermeil e A voce alta – La forza della parola, codiretto da Stéphane De Freitas e vincitore tra gli altri del premio del pubblico al Torino Film Festival nel 2017 – approccia il film, così come non sarà casuale la conclusione. In quei due passaggi, nell’incipit e nel finale, si deve con ogni probabilità rintracciare il senso più profondo di un’operazione che non può non lasciare dei dubbi, soprattutto sulle scelte registiche e sul significato che acquistano nel complesso. Cosa c’è di fatto, nel mezzo del cammin della vita de I miserabili? Il cinema francese, e la produzione mainstream.
Non sbaglierà di molto chi rintraccerà tra le pieghe del film di Ly memorie di Maïwenn e del suo Polisse, che nel 2011 portava la polizia parigina in concorso sulla Croisette, con tanto di riconoscimento finale. C’è una retorica che si avverte con forza nello sguardo di Ly, una retorica che non sa uscire dalle secche di una rappresentazione del sistema “costretta” in un bilanciamento dei pesi continui. Si prenda ad esempio la sequenza in cui ne I miserabili la camera per la prima volta stacca dalla banlieu per seguire i tre poliziotti nelle rispettive magioni. Uno scavalcamento dello spazio inessenziale, o per lo meno non indispensabile, ma che pretende di mostrare il privato onde evitare l’accusa di manicheismo, di pregiudizio. Per quanto abbia un nemico, il film di Ly, e quel nemico sia rappresentato anche attraverso chi ne tutela l’ordine e la supposta disciplina, il regista di origine maliana non riesce a creare un reale blocco, a contrapporsi in ogni modo.
Questa necessità di ricucire, palpabile lungo l’intera durata del film – ed evidenziato anche dalla scelta di utilizzare il sempiterno schema del “poliziotto buono poliziotto cattivo” – è l’aspetto più discutibile dell’intera operazione, e ne inficia parte del potenziale. Perché sembra chiaro come Ly abbia tra i suoi riferimenti Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, ma soprattutto L’odio di Mathieu Kassovitz, il film che costrinse gli spettatori bobo della Parigi bene a uscire dal perimetro dell’Île de la Cité per confrontarsi con il mostro-banlieu, quell’immenso corpo umano e architettonico che vive accanto Parigi senza che la capitale se ne preoccupi. Molte delle dinamiche de I miserabili si rifanno a quelle messe in scena da Kassovitz quasi venticinque anni fa, a dimostrazione di come la situazione politica ed economica di quelle aree non sia minimamente cambiata. È encomiabile, nonostante tutto, che Ly non sia uscito da Montfermeil una volta raggiunto l’obiettivo di dirigere un proprio film di finzione. Dispiace semmai per alcune scelte estetiche, come quell’onnipresente drone che dapprima svolge un importante ruolo narrativo (trovando quindi una sua giustificazione) ma in un secondo momento diventa solo un escamotage estetico, sempre discutibile nella sua presa di distanza inevitabile dai fatti che inquadra. La tentazione dello sguardo dall’alto prende ogni tanto alla sprovvista lo stesso regista, come testimoniano alcuni ralenti, qualche compiacimento sfrondato di sostanza che sposta il tutto verso una semplificazione eccessiva.
Ma Ly ha il pregio di non allontanarsi mai troppo dalla zona del conflitto, di immergervi i suoi personaggi e di farli stare lì, costretti in zone liminari e prive di sbocchi d’aria, sospinti verso quello scontro che è metafora di qualcosa di più ampio, ma è anche documentazione di un disagio tangibile e logico, il disagio di chi è sempre dalla parte sbagliata del sistema, di chi si vede spinto contro il muro da poliziotti ogni giorno, anche se si è bambini. E il concetto di colpevole e innocente passa in secondo piano. “Meglio di un arabo in un commissariato”, chiosava sarcastico Said nel già citato film di Kassovitz, e il concetto resta sempre quello. Solo che Ly mette in scena una banlieu che è a sua volta piramidale, struttura di classi in cui ci sono dominatori e dominati. E deve essere stravolta.
Per questo, nonostante le già citate debolezze strutturali, non si può sorvolare con rapidità su quel lungo finale, l’assedio con cui i ragazzini della banlieu mettono a ferro e fuoco uno stabile nel quale hanno asserragliato i tre poliziotti. Perché in quell’atto di ribellione i ragazzini non guardano in faccia a nessuno, vendicandosi anche dei ras del quartiere, di quelli che gestiscono lo spaccio e la prostituzione, di quelli di fronte ai quali devono in ogni caso chinare il capo. Altri poliziotti, solo senza il distintivo istituzionale. Quell’assedio finale racchiude al proprio interno anche una riflessione sulla Francia di oggi, su un Paese spaccato e frazionato, che può sperare di salvarsi solo una volta ogni quattro anni, quando c’è un mondiale di calcio da giocare.
In conclusione è anche interessante notare come I miserabili (il riferimento a Hugo è ovviamente un altro aspetto da analizzare con cura, e che viene sottolineato dalla battuta del poliziotto Chris “l’unica cosa che qui è cambiata è che oggi Gavroche si chiamerebbe Garavache”, a dimostrazione che le classi subalterne restano, e sono sempre i nuovi a pagare il prezzo più alto) scambi sguardi con Nocturama di Bertrand Bonello, che però aveva il coraggio di uscire dal ghetto per mostrare l’atto di ribellione nel contesto alto-borghese. A Bonello il concorso di Cannes – e tutto il festival – venne interdetto, mentre Ly può trovare spazio nella corsa alla Palma d’Oro. Anche questo non è un caso.
Info
I miserabili sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Les Misérables
- Paese/Anno: Francia | 2019
- Regia: Ladj Ly
- Sceneggiatura: Alexis Manenti, Giordano Gederlini, Ladj Ly
- Fotografia: Julien Poupard
- Montaggio: Flora Volpelière
- Interpreti: Alexis Manenti, Damien Bonnard, Djebril Zonga, Jeanne Balibar, Steve Tientcheu
- Produzione: Rectangle Productions, Srab Films
- Distribuzione: Lucky Red
- Durata: 103'
- Data di uscita: 12/03/2020


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