Martin Eden

Martin Eden

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Martin Eden, creato dalla limpida mente di Jack London, diventa nelle mani di Pietro Marcello il simbolo di un tempo immobile, cristallizzato in un sistema immutato e forse immutabile, oltre che il racconto di un’Italia sbandata. Con un eccellente Luca Marinelli. In concorso a Venezia e in sala.

Il secolo lungo

Martin Eden, giovane proletario napoletano, salva da un pestaggio un ragazzo dell’alta borghesia cittadina e viene perciò invitato nella bella dimora della sua famiglia che lo vuole ringraziare. Qui conosce Elena, la sorella del giovane, e se ne innamora immediatamente. Povero, illetterato ma molto brillante, Martin decide di diventare uno scrittore per raggiungere uno status che possa consentirgli di sposare Elena… [sinossi]

Martin Eden di Jack London è uno dei libri più illuminanti che si possano leggere per mettere a fuoco le dinamiche sociali del Novecento: il fatto che sia stato pubblicato nel 1909 non fa che rendere ancora più stupefacente la brillantezza dello scrittore statunitense (e socialista) nel dissezionare le strutture del suo/nostro tempo e dimostrare quanto questo fluviale romanzo possieda un’universalità ancor oggi folgorante. Le traiettorie fondamentali su cui si sviluppano ascesa e caduta del protagonista sono infatti i pilastri della società borghese individualista e positivista che a cavallo dell’Ottocento e del Novecento stava apparecchiando la sua teoresi più pregnante, ideologica e duratura. Pietro Marcello, realizzando un film “liberamente tratto” dal libro di London ne coglie pienamente l’essenza e la modernità nonostante trasli l’azione dalla San Francisco dell’inizio del XX secolo a una Napoli in cui il tempo si rimescola senza sosta. Oltre al fatto che gli accadimenti salienti del libro sono riproposti dalla sceneggiatura (scritta dal regista assieme all’ottimo Maurizio Braucci), il nome del protagonista, incongruo per un italiano, resta identico: Martin Eden, cui dà massiccio corpo e abbacinato volto l’iconico Luca Marinelli, è il proletario che vuole con determinazione affermarsi in una società che, senza il suo gesto superomistico, lo porrebbe automaticamente tra gli esclusi, i popolani. Un volto nella massa. Ma il tempo dell’individuo è giunto e anche il marginale Martin può aspirare a essere qualcuno e addirittura a piegare la solidità del mondo dinnanzi alla sua singolarità.

Con un’idea di messa in scena netta quanto analitica e abile, Marcello come già detto non concede allo spettatore una dimensione temporale univoca e ne mischia non solo diacronicamente la linearità tornando al passato quando non te lo aspetti, ambientando tutto in un eterno dopoguerra su cui incombe un’eterna guerra e negando dunque immediatamente proprio l’evoluzionismo sociale di cui tanto si parla nel libro e nel film. Ma mescola anche i tempi nella simultaneità, destinando a un imperituro Ottocento la famiglia dell’amata Elena Orsini, con tutto il suo apparato alto borghese di leziose merende e lezioni di piano – sebbene la maglietta indossata dal giovane Arturo Orsini quando Martin lo salva dalle botte rimandi a un abbigliamento anni Sessanta, a un’iconografia da “ragazzo di vita” – mentre la famiglia Eden (ovvero la sorella di Martin col marito) ondeggia tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta. Personaggi, costumi (encomiabile il lavoro di Andrea Cavalletto), ambienti e situazioni sono permeati di immagini che vanno dal verismo al lirismo e dalla fine del XIX secolo all’inizio del XXI: verso la fine, addirittura, compare una felpa con la stampa NAPOLI che rievoca persino l’attualità mentre la provocatoria conferenza che Martin tiene rimanda anche a istrioni di una cultura proto-televisiva. Lo spaesamento dell’orizzonte temporale permette a Marcello di destinare un senso peculiare a ogni segno, a ogni aggregato del corpo sociale e a ogni persona, ma ugualmente di farli convivere assieme nelle loro ataviche distinzioni come se la modernità fosse un grande apparato sintetico di simboli che non riusciamo più a decifrare essenzialmente, essendo oggi mascherati in una monodimensionalità linguistica che nasconde ciò che è difficilmente amovibile ossia la struttura di classe con le sue ferali regole. In questa crasi visiva, fotografata con perizia pittorica da Francesco Di Giacomo e Alessandro Abate, il regista filtra l’America di London con la storia italiana rendendo i borghesi californiani vestigia di una cultura borbonica che si scopre liberale, fa incontrare Verga e Vittorini, Silvestro Lega e Renato Guttuso, Luchino Visconti e Raffaello Matarazzo, Mario Martone ed Ettore Scola in un excursus mai pedante nell’inconscio immaginifico e narrativo del nostro Paese. La presenza del magnetico Carlo Cecchi nella parte del “mentore” morente di Martin, Russ Brissenden (l’altro nome che non viene tradotto dal racconto originale), fa correre la mente al matematico napoletano del capolavoro di Martone, regista cui si guarda complessivamente per il giudizio storico su di un Paese nelle cui premesse risorgimentali o immediatamente post-belliche erano già contenute tutte le delusioni. “Delusione” è, infatti, la parola chiave della parabola del protagonista, preconizzata dall’assai più avveduto Brissenden al giovane amico Martin Eden che ancora non ha capito a cosa andrà incontro diventando uno scrittore famoso e fieramente individualista. Così, forse voluto, pare un omaggio (o una coincidenza chissà) che fa pensare a Ettore Scola, visto che il primo libro che Martin riuscirà a vendere si intitola qui L’apostata (e non La vergogna del sole come nel romanzo di London) esattamente come l’ignobile film del giovane e insopportabile regista d’avanguardia prodotto da Ugo Tognazzi e Ombretta Colli ne La terrazza, che non casualmente ruota attorno al disfacimento della borghesia intellettuale italiana. Come sempre in Marcello troviamo poi materiali d’archivio (dall’Istituto Luce all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio) tesi per lo più a mostrare i tormenti interiori, le memorie e i presentimenti di Martin, ma anche a gettare un ponte tra mondi e decenni lontani come il filmato sull’anarchico Errico Malatesta all’inizio del film.

Questa fantasmagoria estetica non si incarica, appesantendo inutilmente Martin Eden, di raccontare la vicenda del protagonista e la trama dei suoi desideri, ma le potenzia esprimendone la permanenza strutturale nel tempo e lasciando comunque allo spettatore il piacere di una storia appassionante, meglio gestita nella prima e più distesa parte, più contratta nella seconda che prende l’abbrivio per arrivare alle amare conclusioni. È forse questa “corsa” verso il finale l’unico appunto che si può muovere a un film che, altrimenti, avrebbe dovuto dilungarsi ulteriormente rispetto ai suoi 129 minuti per rendere più chiare (quanto lo sono altrove) le ragioni interne ed esterne che portano Martin alle sue ultime scelte. Al netto di questa “aritmia”, la rischiosa operazione in cui si è imbarcato Pietro Marcello portando in scena un grandissimo romanzo d’oltreoceano ripaga il regista con il film (finora) più compiuto e significativo della sua carriera, in cui l’intensità lirica dei lavori precedenti – seppur presente, a sprazzi, anche in Martin Eden – lascia spazio a un ragionamento meticoloso di rilettura, teso a far rifulgere l’attualità delle dinamiche e la loro permeabilità in ogni contesto moderno e borghese. Marcello riesce così a far calzare alla storia italiana le riflessioni del californiano London sulla lotta di classe e la cultura di massa, sui miti del merito, dell’individualismo e dell’eroismo che tante e cicliche sciagure portano inoltre con sé, tenendo gli occhi ben aperti sulle strutture politiche che ancora, invisibili forse a tanti, innervano un sistema che si illude di aver superato i conflitti e le contraddizioni di inizio Novecento. Che, a ben vedere, è forse un secolo molto lungo.

Info
Il trailer di Martin Eden.

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