Algunas bestias

Algunas bestias

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Thriller familiare con molti modelli di riferimento, da Haneke a Larraín, il cileno Algunas bestias, presentato in concorso al Torino Film Festival, appare come un film corretto – e niente più – nel progressivo dispiegamento della tensione.

Parenti serpenti

Bloccate su una remota isoletta dopo la sparizione del loro aiutante e della sua barca, tre generazioni di una famiglia vedono tensioni latenti o sopite esplodere per l’isolamento, lo stress, il freddo e la fame. [sinossi]

Si riconoscono molti echi di altro cinema in Algunas bestias, opera seconda del regista cileno Jorge Riquelme Serrano, presentata in concorso alla 37esima edizione del Torino Film Festival. Echi del connazionale Larraín, di Haneke, ma anche di Buñuel e di Bergman, volendo. D’altronde, la soluzione di mettere pochi attori in un luogo isolato – qui letteralmente un’isola sperduta al largo del Cile -, dispiegando dinamiche familiari pronte a esplodere e lavorando di cesello sulla costruzione di atmosfere apparentemente quiete e poi violente, è un escamotage – anche conveniente dal punto di vista economico – spesso sfruttato al cinema, persino recentemente dal Muccino di A casa tutti bene.

Ma importa relativamente, in fin dei conti, perché – come al solito – quello che conta è quanto si riesce a essere convincenti verso ciò che si è deciso di mettere in scena. E, va detto, che Algunas bestias riesce a dipanare una discreta atmosfera thriller, perturbante, sempre più perversa e inquietante, fino all’eruzione finale. Nel raccontare, infatti, il rapporto tra sei personaggi – i nonni, i genitori, i figli – Serrano tesse con cura i meccanismi sempre stando entro il bordo della credibilità, senza mai oltrepassarne il confine, al di là delle cose orribili che fa fare ai suoi protagonisti.

In questa situazione, in cui una coppia con due figli ha invitato i nonni (genitori di lei) a unirsi in un weekend in un’isola in cui vogliono riadattare l’edificio acquistato per farne un hotel (e in cui vorrebbero che i nonni sganciassero dei soldi per sostenere l’operazione), diventa subito chiaro che si gioca un conflitto generazionale e, insieme, razziale e sociale. I nonni, infatti, possiedono dei terreni altrove, appartengono dunque alla stirpe dei colonizzatori spagnoli, una sorta di nobiltà conquistata nei secoli col sangue degli indios; la figlia dei due è bruttina, pallidina, sempre passiva (come sottolineano loro, ad un certo punto, osservandola a distanza), e soprattutto è colpevole di aver sposato un uomo con sangue indio (a cui, per “finto” scherzo viene dato del negro dal suocero); i figli, di conseguenza, sono meticci e odiati/amati, e forse hanno nel sangue – come presuppongono in più punti i nonni – vecchie e ferine abitudini da razza inferiore, come il pisciare all’aperto o il rubare. Ma, insieme, i vecchi vogliono la carne giovane, vogliono possederla e vogliono abbeverarsene, in qualunque modo possibile, coinvolgendo anche il povero e ingenuo bracciante che dà una mano nella gestione del fatiscente edificio in cui dovrebbe nascere l’albergo.

Tutto questo Serrano lo racconta attraverso una progressione ben calibrata, mai sconvolgente ma quantomeno esatta, precisa, così come il montaggio che ha snellito e reso più fluida una scrittura senz’altro corretta ma forse un po’ pedante e un po’ prolissa; mentre sul piano registico sono apprezzabili alcuni piani sequenza, concentrati nelle scene clou, capaci di sfruttare con buon senso dello spazio la profondità di campo all’interno dell’ampio salone in cui si svolgono le situazioni più delicate del film. Tutto molto corretto, quindi, ma per l’appunto senza genialità; tutto troppo controllato, in fin dei conti, e dunque un po’ freddo, un po’ troppo di testa.

Info
Algunas bestias sul sito del Torino Film Festival.

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