El Principe
di Sebastian Muñoz
Il quarantaseienne cileno Sebastian Muñoz esordisce alla regia con El Principe, racconto carcerario che, nel mettere in scena romanzo di formazione, melodramma amoroso e brutale realtà storica (il film è ambientato agli albori dell’utopia del governo Allende) sembra un bizzarro e coraggioso incrocio tra Jean Genet e il Jacques Audiard de Il profeta. Alla Settimana Internazionale della Critica.
Un soprannome per sopravvivere
Cile, 1970. Nel corso di una notte alcolica Jaime, ventenne solitario, accoltella il suo miglior amico in quello che sembra un omicidio passionale. Condannato al carcere, il ragazzo incontra “lo stallone”, un uomo maturo e rispettato, nel quale trova protezione e grazie al quale conosce l’amore e la lealtà. Dietro le sbarre Jaime diventa “il principe”. Ma mentre il rapporto fra i due uomini si solidifica, “lo stallone” deve affrontare le violente lotte di potere all’interno del carcere. [sinossi]
Al di là delle sue qualità intrinseche è interessante notare come El Principe confermi la tendenza che vede il cinema sudamericano degli ultimi anni confrontarsi senza alcuna reticenza sul passato più o meno recente ma sempre tragicamente collegato a un sistema politico instabile, facilmente rovesciabile attraverso colpi di Stato di stampo fascistoide. Titoli come L’angelo del crimine dell’argentino Luis Ortega (che si concentrava sulle gesta criminali del serial killer adolescente Carlos Robledo Puch), o Una notte di dodici anni dell’uruguaiano Álvaro Brechner, racconto dell’interminabile prigionia cui furono sottoposti i leader marxisti di Tupamaros, insieme alla filmografia di Pablo Larraín non rappresentano che la punta di un iceberg solido, e che traccia le traiettorie espressive di un’intera parte del continente americano – quella latina, ovviamente. Con El Principe, presentato in concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia – dove non si vedeva un film cileno selezionato dal 2013, quando trovò posto tra i sette “fortunati” Las niñas Quispe di Sebastián Sepúlveda – esordisce alla regia il quarantaseienne Sebastian Muñoz, alla prima incursione dietro la macchina da presa ma al lavoro come scenografo per molti dei nomi più rilevanti del cinema cileno odierno. Lo fa muovendosi a sua volta indietro nel tempo, a quel 1970 che in qualche modo tutto mutò nella storia del Cile: a novembre di quell’anno Salvador Allende vincerà le elezioni, divenendo presidente, il primo marxista e socialista a raggiungere un obiettivo così ambizioso. Il lavoro dello smantellamento dello Stato latifondista e capitalista, come si sa, si interromperà bruscamente l’11 settembre di tre anni più tardi, quando la Moneda verrà bombardata e Allende morirà, fucile in mano, nell’estremo tentativo di difendere la democrazia dall’avanzata del fascismo incarnata da Augusto Pinochet.
Tutto questo non c’è, almeno all’apparenza, ne El Principe. All’apparenza, per l’appunto, perché in modo sotterraneo lo sconvolgimento politico trova un contrappunto in quello emotivo, e in qualche misura formativo, cui va incontro il giovanissimo Jaime, un ventenne che si ritrova in prigione per aver assassinato il suo miglior amico. Muñoz ci tiene fin dalla prima inquadratura a sottolineare la verità incontrovertibile di quel gesto: Jaime ha le mani insanguinate che stringono un coltello, mentre il suo amico è riverso a terra in un locale. Un ampio squarcio sulla gola, da dove fuoriesce sangue in quantità industriale, pronto a macchiare e invadere il pavimento. Non c’è dubbio dunque, Jaime è un omicida. Un omicidio passionale, per di più. Ma cosa deve imparare allora in carcere questo ragazzo che il compagno/padrone di cella che tutti chiamano Stallone svezzerà, a partire dal soprannome il Principe?
Ruota attorno a questa presa di coscienza l’esordio alla regia di Muñoz. La prigione ha regole precise, e una piramide sociale completamente verticistica. È lo Stallone a decidere chi e cosa si fa nella cella, dal lavare un indumento a dormire con lui (che è il punto più alto da raggiungere nella scalata verso il potere); i compagni di cella non oppongono resistenza, le guardie mostrano il rispetto verso un capo che dispensa consigli, e pure una sua forma del tutto personale di giustizia. Muñoz è bravo a giocare con lo spazio, collocando buona parte della narrazione in uno spazio angusto, ristretto e persino sovraffollato – non ci sono brande a disposizione per tutti, e quando il Principe viene accolto nel letto come amante ufficiale dello Stallone colui che l’ha preceduto deve accontentarsi di un giaciglio di (s)fortuna per terra, all’addiaccio.
Lo spazio chiuso – da cui la narrazione evade solo per mostrare il pregresso della vita del protagonista, con la sua infatuazione per l’amico e il senso di tradimento e spaesamento dovuto a un suo comportamento forse scellerato forse no – come metafora di una società da cui volenti o nolenti non esiste via d’uscita. Si può respirare durante il colloquio settimanale, per carità, ma è l’illusione di un’aria artefatta perché costruita ad hoc, priva di una reale e profonda verità: anche per questo Jaime scaccia via il padre intimandogli di non tornare più a trovarlo. Per quanto la narrazione de El Principe sia a ben vedere piuttosto piana e forse persino prevedibile (il protagonista assume poco per volta tutti i vezzi e i vizi del suo mentore, pronto in ogni caso a subentrare a lui quando ve ne sarà la necessità) Muñoz dimostra la maturità di lavorare l’immagine, trasformando il suo racconto in un punto d’incrocio, sbilenco e forse per questo ancora più affascinante, tra il Jean Genet di Un chant d’amour e il noir post-tutto di Jacques Audiard ne Il profeta. Un mélange portato a compimento attraverso una messa in scena rigorosa ma mai asfittica, sensuale ma mai decadente, paradossalmente mortuaria e vitale al medesimo tempo. Se il trentenne Juan Carlos Maldonado dimostra di saper trovare la giusta intensità per portare in scena un personaggio ricco di contraddizioni, è ovviamente Alfredo Castro a rubare la scena, con un ritratto di un potente depotenziato, boss e mentore, aguzzino e salvatore che si imprime a forza nella memoria.
Info
El Principe sul sito della SIC.
- Genere: drammatico, noir
- Titolo originale: El Principe
- Paese/Anno: Argentina, Belgio, Cile | 2019
- Regia: Sebastian Muñoz
- Sceneggiatura: Luis Barrales, Sebastian Muñoz
- Fotografia: Enrique Stindt
- Montaggio: Danielle Fillios
- Interpreti: Alfredo Castro, Cesare Serra, Gaston Pauls, José Antonio Raffo, Juan Carlos Maldonado, Lucas Balmaceda, Sebastian Ayala
- Colonna sonora: Angela Acuña
- Produzione: Be Revolution Pictures, El Otro Film, Le Tiro, Niña Niño Films
- Durata: 96'






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