Il buco

Presentato in concorso a Venezia 78, Il buco segna il ritorno del cinema contemplativo di Michelangelo Frammartino che torna alla Calabria ancestrale e metafisica dei suoi primi due film. Una terra dimenticata dal tempo, un continente perduto, un Sud che rimaneva rurale mentre l’Italia entrava nel fermento del boom economico. In questo contesto il filmmaker ripercorre una celebre impresa speleologica nel parco del Pollino nel 1961.

Pini loricati nella nebbia

Durante il boom economico degli anni Sessanta, l’edificio più alto d’Europa viene costruito nel prospero nord Italia. All’altra estremità del paese nell’agosto del 1961 un gruppo di giovani speleologi visita l’altopiano calabrese e il suo incontaminato entroterra immergendosi nel sottosuolo di un Meridione che tutti stanno abbandonando. Scoprono così coi suoi 700 metri di profondità una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso del Bifurto dell’altopiano del Pollino, sotto lo sguardo di un vecchio pastore, unico testimone del territorio incontaminato. [sinossi]

Ci sono varie ipotesi sull’origine etimologica della parola Calabria. Una di queste fa riferimento alla bellezza della regione, e deriva dal greco antico; secondo un’altra sarebbe invece una derivazione mediterranea preindeuropea: da cal-/cala- o calabra-/galabra-, che significherebbe “roccia”, “concrezione calcarea”. La bellezza e l’aspetto roccioso, anche nei suoi sprofondamenti carsici, sono due coordinate della geografia tortuosa della punta dello stivale, ancora una volta al centro del cinema di Michelangelo Frammartino che, con Il buco – in concorso a Venezia 78 – ritorna a realizzare un lungometraggio dopo undici anni da Le quattro volte. Una Calabria ancestrale, con i suoi paesaggi verdi con il mare sullo sfondo, costellati dai monumentali esemplari secolari di pino loricato, con greggi di pecore, con i borghi abbarbicati sulle alture, ancora abitati da una popolazione rurale che segue i cicli della natura. In questo contesto Frammartino rievoca una storica impresa speleologica, avvenuta nel 1961 a opera di una spedizione proveniente dal Nord, nell’Abisso del Bifurto, tra le località di Cerchiara e San Lorenzo Bellizzi, un cavità profonda 687 metri, all’epoca registrata come la terza grotta più profonda del mondo.

Il buco funziona secondo una narrazione non verbale, per immagini e sonorità, che si apre proprio con il punto di vista dall’interno della grotta, con il profilo della cavità che descrive il paesaggio esterno. Frammartino sa fare uso saggio delle didascalie, riservando quella esplicativa definitiva alla scritta finale. Laddove un qualsiasi altro registra avrebbe subito informato lo spettatore dei dettagli di quello che sarebbe in procinto di vedere, lui introduce la collocazione temporale della vicenda per immagini. Davanti al classico bar sport del paese si accalca una folla a seguire un servizio televisivo, su un televisore collocato all’aperto, sull’edificazione del milanese grattacielo Pirelli, vanto dell’Italia del boom economico, all’epoca l’edificio più alto d’Europa. Un servizio che illustra il sistema di pulizia delle sue vetrate, identico a quello delle futuristiche metropoli americane. Da una parte un Nord che esibisce il suo sviluppo nell’altezza, dall’altro un Sud dal paesaggio eterno, immutato, dove nel corso di ere geologiche si sono formate tortuose cavità in profondità. Da un lato un mondo che entrava nella modernità con l’avvento dell’era Kennedy, richiamata dalle copertine delle riviste d’epoca sulla vittoria di JFK contro Nixon, la nuova frontiera, le avventure spaziali. Dall’altro una terra dimenticata dal tempo, come un mondo perduto alla Conan Doyle. Il buco ruota attorno al concetto di tempo, alle diverse velocità con cui il tempo può scorrere. Ci sono quei paesaggi, naturali e antropizzati, ancora eterni del Pollino. Sicuramente per il film non sono state fatte modifiche di scenografia per retrodatare gli edifici di quel borgo rurale e Frammartino può limitarsi a contestualizzare gli eventi da segni, come appunto le trasmissioni televisive e le riviste d’epoca. La stesso budello, nella sua profondità immersa nel buio, avvolge gli speleologi che vi si avventurano come in una dimensione amniotica, di sospensione del tempo.

Centrale poi nel film il concetto di rappresentazione e raffigurazione, a partire dal disegno della mappa della caverna, che si conclude con il tratto finale, che replica il momento in cui lo speleologo segna con un gesto il raggiungimento dell’estremità ultima, la fine dell’esplorazione, dell’avventura, la conclusione del film. La fotografia del film, curata dal grande Renato Berta, durante l’esplorazione, segue il principio della lotta tra luce e buio, laddove la cavità diventa caverna platonica come sala cinematografica dove il buio è rotto dal fascio primario di proiezione. Frammartino fa notare come le cavità del sottosuolo rappresentino il fuori campo del mondo, un altro mondo nascosto dalla vita epigea, e come la speleologia venga fatta risalire alla fondazione della Société de Spéléologie nel 1895, anno fissato anche per la nascita della psicanalisi nonché del cinematografo. Un’epoca in cui l’uomo sperimentava nuove visioni, illuminazioni di oscurità. Illuminazione è anche quella, rappresentata in montaggio formale con le torce degli speleologi, della pila oculistica del medico puntata sulla pupilla dell’uomo anziano nel letto di morte, immerso nella natura, equivalente dell’uomo che dorme in Sleeping Man di Kōhei Oguri. La lotta tra luce e buio, resa con un digitale che si avvicina alla grana della pellicola, diventa il conflitto figurativo tra vuoto e pieno che torna nell’immagine finale del Pollino immerso nella nebbia, che richiama alla concezione zen della celebre opera “Pini nella nebbia” del cinquecentesco pittore giapponese Hasegawa Tōhaku, laddove i pini sono quelli loricati del parco del Pollino.

Info
Il buco sul sito della Biennale.

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