Ariaferma

Ariaferma è il terzo lungometraggio di finzione per Leonardo Di Costanzo, con cui il regista ischitano torna alla Mostra del Cinema di Venezia a nove anni di distanza da L’intervallo. Ambientato in un vecchio carcere, Ariaferma è un indugiare sull’umano, sull’empatia, sulla necessità di affrontare la gabbia in cui si è rinchiusi attraverso la dimensione collettiva. Opera politica e poetica a un tempo, rappresenta l’apice – per ora – del percorso del cineasta.

L’ora del rancio

Un vecchio carcere ottocentesco, situato in una zona impervia e imprecisata del territorio italiano, è in dismissione. Per problemi burocratici i trasferimenti si bloccano e una dozzina di detenuti con pochi agenti rimangono in attesa di nuove destinazioni. In un’atmosfera sospesa, le regole di separazione si allentano e tra gli uomini rimasti si intravedono nuove forme di relazioni. [sinossi]

Fin dal suo titolo Ariaferma contiene il senso dell’identità politica, etica, morale, sentimentale di Leonardo Di Costanzo. Una volta di più è ferma l’aria per i protagonisti di questo lungometraggio di finzione del regista ischitano, che torna alla Mostra del Cinema di Venezia a nove anni dall’esordio L’intervallo, con cui venne ospitato nel concorso di Orizzonti – in questa occasione invece il film è presentato fuori da ogni competizione. In quell’opera prima l’aria era ferma per due bambini costretti a trascorrere una giornata in una fabbrica abbandonata, l’una prigioniera e l’altro carceriere. Era ferma l’aria anche a La Masseria, il centro di soccorso per le famiglie disagiate gestito da Giovanna ne L’intrusa, che invece attraversò le Alpi Marittime per prendere parte alla selezione della Quinzaine des réalisateurs a Cannes. Ed è inevitabilmente ferma l’aria del carcere di Mortara – location deliberatamente inventata – nell’ultima fase del suo smantellamento: i prigionieri stanno per essere tutti trasferiti, e anche la direttrice è stata già assegnata a un altro incarico. Ma nell’ingranaggio burocratico qualcosa non funziona a dovere, perché una delle prigioni che dovrebbe accogliere una parte dei detenuti si rifiuta di farlo. Non si possono certo improvvisare destinazioni per coloro che devono pagare un conto alla giustizia e quindi Mortara deve rimanere parzialmente aperto: la direttrice se ne andrà, resterà il suo sottoposto che sbrigherà le pratiche, mentre un gruppo di agenti della polizia penitenziaria dovrà gestire e controllare la dozzina di carcerati che ancora non possono essere spostati. “Di respirare la stessa aria di un secondino non mi va”, cantava Fabrizio De André nel finale di Storia di un impiegato, ed è abbastanza evidente come il sentimento sia reciproco. Come fare, dunque, a trovare un punto di convivenza tra guardie e prigionieri, e tra i detenuti stessi che spesso si guardano di sottecchi?

Si apre sotto un cielo di stelle, Ariaferma, attorno a un bivacco improvvisato con i poliziotti che in libera uscita si sono concessi una battuta di caccia. Si alimentano battutacce, frasi surrettizie, toni provocatori. L’aria lì non è ferma. Ma l’incipit di Di Costanzo è un’illusione – a ben vedere altra pratica non così inusuale per il cineasta –, e il film si muove ben presto solo tra le celle, prigioniero a sua volta, come se lo sguardo del regista non avesse diritto di librarsi fuori dal carcere là dove chi è detenuto e chi controlla sono immersi, in questo chiostro senz’aria né luce, vortice di celle e spazi oscuri in cui ci si può nascondere, tentando magari il suicidio. L’aria è ferma perché si vive la stasi, l’immobilità, la necessità di creare una nuova routine e dunque in maniera inevitabile di prodursi in una rivoluzione che scardini gli schemi e rimetta in gioco tutto. Qual è il confine tra le parti in causa, le aste di metallo che compongono la gabbia? È un confine reale? Può essere valicato? Di Costanzo procede nella narrazione con un’aria – di nuovo, la parola è chiave per comprendere lo spirito del film – vagamente buzzatiana, e alza una voce non contro questo o quell’altro comportamento, ma contro l’idea di carcere in quanto tale. Contro l’istituzione e contro la struttura architettonica. Nell’antro buio e malmesso c’è una cosa sola che davvero vive, ed è l’umano. Così, come già accaduto in passato nel suo cinema, è sull’umano che Di Costanzo va a concentrare l’attenzione, raccontando una storia carceraria di riscoperta progressiva di sé e dell’altro da sé, della forza dell’empatia e della capacità corale di resistere al tempo perduto, e agli errori (anche gravissimi, anche imperdonabili) commessi.

In un processo di creazione che al contrario dei personaggi in scena non deve mai cedere alla staticità, Di Costanzo elabora due momenti di svolta fondamentali per permettere all’epos di crescere, e allo spettatore di entrare sempre in maggior confidenza ed empatia con ciò che sta prendendo forma sullo schermo. Il primo è stato già citato, ed è la notizia che una parte dei detenuti e una parte delle guardie penitenziarie dovranno rimanere isolati per qualche giorno in più, soli gli uni con gli altri, da sempre nemici giurati. Il secondo punto di svolta, ancora più esplosivo, riguarda invece il rancio: con la dismissione del carcere le cucine vengono chiuse, e gli addetti ai pasti a loro volta dislocati altrove. Ecco dunque che ci si deve affidare al catering di una ditta esterna, che porta in carcere una sbobba in generale poco apprezzata. La situazione rischia di degenerare al punto da dare avvisaglie di insubordinazione e sommossa quando la distribuzione del catering salta una consegna, lasciando i carcerati senza cibo. Cosa fare? La soluzione viene proposta dal più pericoloso dei detenuti, quel Carmine Lagioia condannato all’ergastolo: sarà lui a cucinare per tutti, per i suoi compagni di pena ma anche per gli sbirri. L’ispettore Gaetano Gargiulo, nonostante le preoccupazioni di una parte dei suoi colleghi, acconsente, e assicura che sarà lui in prima persona a occuparsi di controllare che tutto proceda secondo i piani. È questo il primo momento in cui l’ipocrisia del carcere salta per aria, con Di Costanzo che non ha più bisogno di sbarre nel rapporto dialettico tra campo e controcampo, perché detenuto e poliziotto sono nella stessa stanza, senza divisori di sorta. Anzi, è il detenuto a essere armato – di coltello, per tagliuzzare carni e verdure.

Ariaferma è un’utopia. È il sogno di un mondo in cui attraverso la collaborazione e la conoscenza reciproca si può mandare all’aria tutto l’impianto di sospetti, e di sbilanciamenti sociali su cui si fonda il sistema. E dunque Leonardo Di Costanzo si muove con sempre maggiore ardore verso una dimensione corale, che sfocia nella straordinaria sequenza della cena collettiva, quando a seguito di un blackout e per poter gestire meglio la situazione guardie e detenuti mangiano allo stesso desco, passandosi l’acqua, il pane, il sale. Scherzando. Chiacchierando. Un momento magico (manca la luce, si è fuori dalla norma) in cui anche il più odiato dei detenuti – odiato dagli altri detenuti, sia chiaro –, quell’Arzano che sta anche soffrendo di Alzheimer, può essere parte del gruppo, compagno di mangiate e di bevute, e di vita. I ruoli saltano, la rappresentazione del potere anche, e restano solo gli esseri umani, con le rispettive fragilità e idiosincrasie. Leonardo Di Costanzo firma un’opera morale e lucida, ispirata e dolcissima, rafforzata dalle eccellenti interpretazioni di Toni Servillo, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco, ma sui quali giganteggia uno straordinario Silvio Orlando. Un’elegia anarchica, sognata eppur credibile, che forse avrebbe meritato di poter concorrere per il Leone d’Oro.

Info
Ariaferma sul sito della Biennale.

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