If You Work Hard, There Will Be No Poverty

If You Work Hard, There Will Be No Poverty

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Ritenuto a lungo perduto e ancora incerto per datazione, giunge alle 40esime Giornate del Cinema Muto di Pordenone il cortometraggio “culturale” di Lee Gyu-seol If You Work Hard, There Will Be No Poverty, realizzato con mezzi nipponici nella penisola coreana al tempo del dominio coloniale del Sol Levante. L’intento didattico-propagandistico di nobilitare il lavoro e la parsimonia durante i primi anni da imperatore di Hirohito è evidente e, con il senno di quella che di lì a poco sarà la sua futura alleanza coi nazifascisti, persino un po’ inquietante, eppure nelle traiettorie del breve film, fra la parabola realista di solidarietà umana e la pura avanguardia delle continue intuizioni formali, si respirano il progressismo, l’onestà e l’autodeterminazione con cui sfuggire alle maglie della censura e riaffermarsi come popolo, cinema e cultura indipendenti di Corea.

Il ciabattino e il taglialegna

Park Bok-geol vive fra mille difficoltà riparando scarpe, senza riuscire a racimolare nemmeno i soldi per mangiare. Un giorno trova un portafoglio e, vinta ogni tentazione, lo consegna alla polizia, ricevendo in cambio una ricompensa con la quale decide di evitare ogni lusso e aprire un libretto di risparmio. Spinto dalla ritrovata autostima a lavorare più duramente, e premiato dai tanti clienti per la sua nuova operosità, riesce a mettere via un discreto gruzzolo, che non avrà alcun dubbio a condividere col vicino di casa taglialegna Song Hyo-wan quando questi perderà la borsa con i suoi guadagni. Dal mutuo soccorso, uniti, entrambi sapranno sconfiggere la povertà e finalmente ripartire con un sorriso, verso giorni migliori. [sinossi]

Sarebbe interessante avere a disposizione uno studio approfondito e cronologico sull’effettivo funzionamento della censura nell’egemonia coloniale e culturale giapponese della prima metà del Novecento. Poterne conoscere i vari cambi di regolamentazione, poterne consultare i documenti ufficiali, storicizzarne precisamente le effettive imposizioni e i diversi e variegati modi per dribblarle. Se è noto infatti come il controllo sul cinema della Corea sotto dominazione si sia fatto via via più coercitivo con l’avvicinarsi della Seconda Guerra Mondiale, viene naturale interrogarsi su quali siano state le modalità con cui nei primi tempi, a dispetto dei mezzi, delle produzioni e delle maestranze tecniche rigorosamente nipponiche messe accanto ai registi e agli interpreti coreani, fra gli albori in nitrato d’argento della Penisola riuscissero a nascere e ad essere distribuite anche opere dai sentimenti apertamente antigiapponesi, infiltrate più o meno agevolmente fra le maglie ancora larghe della repressione per sospirare all’indipendenza della nazione occupata.

Dall’orgoglio patriottico esplicito e doloroso del leggendario ma attualmente perduto dramma Arirang di Na Wun-kyu (1926), il cui protagonista impazziva e veniva ulteriormente punito per le torture subite dall’esercito giapponese in seguito alle proteste del Primo Marzo del ’19, all’iniezione di ambiguità che permette di leggere al contrario persino un sostanziale film di propaganda come il breve Geulloui Kkeuteneun Ganani Eopda, presentato su grande schermo nel alle 40esime Giornate del Cinema Muto di Pordenone con il titolo internazionale If You Work Hard, There Will Be No Poverty. Un titolo ancor più spiccatamente motivazionale rispetto al There is No Poverty at the End of Labor con cui Geulloui Kkeuteneun Ganani Eopda è oramai disponibile sul canale YouTube dell’Archivio di Stato di Corea, e forse proprio per questo ancora più preciso nel delineare la finalità produttiva di un film che nasce didattico, “culturale”, girato durante i primi anni di potere dell’imperatore Hirohito (incoronato nel 1926, ma reggente già dal ’21) per affermare in anticipo sui futuri alleati come, usando una parafrasi di drammatica memoria europea, il lavoro renda liberi. Tanto che scende quasi un brivido, a pensare con il senno di poi dell’alleanza nazifascista, di Pearl Harbor e dei due ordigni nucleari lanciati su Hiroshima e Nagasaki, al motivo ufficiale per cui il film esiste.

Eppure, nel cortometraggio realizzato nella seconda metà degli anni Venti come progetto educativo per veicolare chiaramente in Corea il messaggio nipponico che, lavorando sodo e imparando a risparmiare senza sprechi, senza bisogno di ribellarsi verranno prima o poi tempi migliori, si legge chiaramente in filigrana una chiamata alla dignità e al riscatto del popolo oppresso. Non solo una celebrazione dell’umanità e della cultura solidale della Corea, indipendente e orgogliosamente differenziata da quegli ideogrammi giapponesi imposti anche nei cartelli come lingua unica del Sol Levante, ma anche una consapevole e assoluta presa di libertà formale, che da ogni singola inquadratura e da ogni singola intuizione linguistica grida a piena voce la propria autodeterminazione.

Non è un caso che il regista del film sia proprio Lee Gyu-seol, nel ’26 co-interprete del malinconico manifesto patriottico Arirang nel ruolo del padre del protagonista e qui instancabile inventore di libertà formali fra animazioni e camera a mano, sfocature pulsanti e accelerazioni slapstick, soggettive vertiginose e dissolvenze allucinate, audaci movimenti circolari e pungenti dettagli ben più vicini alle contemporanee avanguardie europee che alle prassi della pre-classicità nipponica. Forse l’unico modo, o per lo meno quello più intelligente e creativo, per segnare a ogni passo una distanza sempre più siderale dall’Impero del Giappone e dalle sue imposizioni culturali, proprio mentre si mettono in scena e al contempo si negano quei messaggi richiesti dalla committenza fino a permettersi il lusso di rendere una parodia sorridente anche il Sole – Levante, ça va sans dire – che il calzolaio protagonista, subissato dalle richieste di lavoro che emergono da ogni parte come in un fumetto, «ha smesso di detestare».

In circostanze produttive nelle quali non poteva permettersi una vera e propria chiamata alle armi, Lee Gyu-seol lasciava soffiare un ben preciso afflato politico e sociale di ironia e di umanità, dal quale far emergere la profondità dell’orgoglio e il diritto alla libertà di una nazione adattando e reinventando la settima arte in diciannove minuti che oggi, con il prezioso ritrovamento di If You Work Hard, There Will Be No Poverty, costituiscono una fondamentale e imprescindibile occasione di riscoprire ulteriori sfaccettature per troppo tempo rimaste sommerse del cinema coreano delle origini. Con un film dalla datazione ancora incerta, collocabile approssimativamente fra il 1925 e il 1929 e creduto perduto dalle distruzioni della guerra di Corea fino al recentissimo 2019 quando ne è apparsa una copia del tutto inaspettata negli archivi russi del GosFilmoFond, a fornire il materiale per l’eccellente e il più possibile filologico lavoro di restauro del Korean Film Archive. Un restauro che, seppure digitale, ha saputo rispettare la pasta delle immagini e i segni del tempo, con una leggera pulizia e stabilizzazione priva di ulteriori interventi invasivi o di qualsivoglia intento migliorativo, attento a riportare il cortometraggio il più vicino possibile al suo aspetto originario al tempo delle prime proiezioni.

Il resto sta tutto nella trama, semplice e lineare, in cui sono le continue sperimentazioni visive e linguistiche a costituire i continui punti di rottura e per molti versi la vera e propria narrazione. Con l’allucinazione che fa inizialmente vedere all’affamato protagonista un pezzo di pane al posto del portafoglio, con la tentazione di tenerselo e la paura dell’arresto a farlo tornare subito sulla retta via, con l’emozione e la paura che trasformano l’incontro con l’amico non riconosciuto in uno scontro con chissà chi. E poi con il ritorno della lucidità, con la scelta di risparmiare e mettere via il superfluo, con il riconoscersi anche a testa in giù guardando all’indietro attraverso le gambe, con l’atto di assoluta generosità e mutuo soccorso quando il protagonista è riuscito a versare abbastanza sul libretto di risparmio della posta locale, mentre il suo amico taglialegna ha perso il borsellino con i guadagni sull’intero carico. Un’aggregazione fra esseri umani che fa la forza, che fa un popolo, che fa una nazione. A volte basta solo saper manovrare una cinepresa, per affermare un’identità e un’unione solidale. E importa molto relativamente, a questo punto, che la Storia nel frattempo abbia tracciato una linea lungo il trentottesimo parallelo con cui dire tutt’altro.

Info
Il corto If You Work Hard, There Will Be No Poverty sul canale youtube dell’archivio di Stato coreano.
La scheda di If You Work Hard, There Will Be No Poverty sul sito delle Giornate del Cinema Muto.

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