Giurato Numero 2

Giurato Numero 2

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A novantaquattro anni Clint Eastwood torna alla regia (la sua quarantunesima per il cinema) con Giurato Numero 2, un lavoro di nitore specchiato che porta con sé molti rilevanti motivi del suo cinema: la giustizia, la colpa, il dilemma morale.

La giustizia è verità in azione”

Justin sta per diventare padre. Mentre la sua compagna sta affrontando le ultime settimane di una non semplice gravidanza, Justin viene chiamato a fare il giurato in un processo per omicidio: si renderà ben presto conto di aver ucciso lui incidentalmente la giovane vittima, investendola con la macchina in una buia notte di pioggia, e tenterà di scagionare l’imputato, un innocente che per la giustizia pare già condannato. Ma fino a che punto Justin è deciso a spingersi? [sinossi]

A 94 anni Clint Eastwood torna sullo schermo con un lavoro di nitore specchiato che porta con sé molti rilevanti motivi del suo cinema: come nel recente Richard Jewell, anche in Giurato Numero 2 ci troviamo di fronte a un abbaglio della giustizia, solo che l’innocente imputato non è il nostro punto di vista. Hitchockianamente, Eastwood chiarisce in fretta chi sia l’involontario colpevole dell’omicidio della giovane Kendall e si tratta di Justin, protagonista del film e “sguardo” primario dello spettatore. Come nel meno recente Mezzanotte nel giardino del bene e del male, il regista californiano torna poi a Savannah, splendida città della Georgia, per un racconto in cui la dea bendata (con cui si apre il film) deve trovare la propria strada in mezzo agli intricati percorsi degli esseri umani ma in cui, a differenza del titolo con Kevin Spacey, il potere e il destino hanno meno pregnanza. E se in Mystic River il “complotto” per stabilire una verità trionfava nella sua amarissima e menzognera vittoria, passati più di vent’anni Giurato Numero 2 assume alcune dinamiche di quella storia per variarne profondamente la prospettiva e il tono. Nessuno qui è ferale, né crudele, né veramente cinico: mettendoci nei panni di un omicida accidentale e muovendo attorno a lui i fili di una comunità in realtà interessata al bene, Eastwood e lo sceneggiatore Jonathan Abrams ci inchiodano di fronte a un dilemma morale puro ossia quanto saremmo disposti a sacrificare di noi stessi per ciò che è vero e giusto. Ma soprattutto ci mettono di fronte all’enorme quesito sulla relazione tra vero e giusto in quanto tali. Con una messa in scena classica ma ricca di sfumature interne, questo gustosissimo legal arriva a un’essenzialità eschilea nel dipanare tematiche etiche e politiche. Nessuna sorpresa, si potrebbe dire: nella sua sontuosa carriera Eastwood si è già abbondantemente palesato un cultore della materia. Ma Giurato Numero 2 aggiunge ulteriori riflessioni, ulteriori domande, pervenendo a un nuovo esito di grande vivacità intellettuale.

Il povero Justin (Nicholas Hoult, che vedremo presto in Nosferatu di Eggers) non aveva alcuna intenzione di mettere sotto, con la macchina, una povera ragazza. E non è neppure consapevole di aver ucciso qualcuno, in quella notte buia e tempestosa in cui si era recato in un bar, afflitto da ragioni personali e tentato di riprendere in mano la bottiglia da cui si è disintossicato con grande sacrificio e supportato dall’amore di una bella maestra da cui ora aspetta un figlio. Justin si rende conto di aver ucciso una persona e non un cervo soltanto quando, chiamato a fare il giurato a un processo per omicidio, in udienza sente ricostruire l’accaduto e capisce che l’imputato in aula, il litigioso ragazzo della vittima, non ha compiuto alcun reato. Certo, l’inconscio può aver giocato la sua parte. E certo l’inconscio la giocherà ancora: il senso di colpa dà vita a un movimento in cui il disvelamento si deve accompagnare a un sapiente occultamento. E Justin è decisamente in una brutta posizione. L’accusa è rappresentata d’altro canto da una grintosa avvocata (la sempre eccellente Toni Collette) desiderosa di diventare Procuratrice distrettuale e certa della colpevolezza del maschio alla gogna: i due fidanzati avevano una relazione turbolenta, lei aveva minacciato di lasciarlo durante una lite in un bar e lui ovviamente l’ha fatta secca. Ai suoi occhi è tutto chiaro. I “bias” di conferma la fanno da padroni anche tra i dodici giurati: finito il dibattimento, dieci di loro non hanno nessun dubbio sulla colpevolezza del povero imputato. Citando smaccatamente La parola ai giurati di Lumet, Eastwood addossa su Justin il ruolo e le modalità che furono di Henry Fonda: forse prima di condannare un uomo occorre esaminare meglio il caso e chiedersi se ci siano davvero prove schiaccianti a suo carico. Qui, però, il protagonista ha una motivazione meno speculativa di quella che aveva il giurato numero 8 nel classico di Lumet: Justin sa che quello alla sbarra è un innocente, dato che è lui il colpevole. La sua intenzione non è quella di dichiararsi tale, ma di scagionare l’altro per non averlo sulla coscienza: trovando una sponda in un altro giurato (J.K. Simmons), non proprio convinto del verdetto, Justin riuscirà a rimettere in discussione le certezze di altri. Ma fino a che punto si potrà e vorrà spingere per salvare il ragazzo (che a ben vedere è un suo “doppio” sotto vari punti di vista)? “La giustizia è verità in azione” dice in una scena la rappresentante dell’accusa citando un suo docente di legge che citava Benjamin Disraeli: cosa significa intimamente questa frase è, probabilmente, il centro del film di Eastwood. Al quale non sfugge la differenza tra significato/valore di un fatto e la dinamica del fatto in sé: se possiamo mettere in discussione l’efficacia della legge nell’essere giusta ossia proporzionata, equa, non vendicativa anche di fronte al vero, non possiamo negare che un’azione compiuta costituisca un dato di realtà e che la sua dinamica sia una e soltanto una. Giocando con la rimessa in scena della sera del delitto, variandone dettagli a seconda di chi la rivive e ne parla durante il processo, Eastwood sottolinea che la percezione è singolare, individuale e naturalmente plurale. Ma un accadimento non lo è. E se la giustizia è verità in azione, suo compito è intanto accertare il vero anche al di là del senso: distinguere una dinamica dal suo valore è un passo ineliminabile del comportamento etico ed è fondamentale in una società di illusorie post-verità.

Tiene incollati alla poltrona Giurato Numero 2 grazie soprattutto alla scelta di metterci nei panni di Justin: cosa faremmo noi al suo posto? All’interno di rapidi cambi di prospettive interiori, la capacità affabulatoria di questo ennesimo grande film di Eastwood è sorretta da altri elementi di raffinata intelligenza. Scritto e interpretato benissimo è per esempio il personaggio dell’avvocata ambiziosa, che desidera fare carriera anche tramite la risoluzione di un caso, un presunto femminicidio, per cui la collettività chiede giustizia: inizialmente lo spettatore può pensare che la sua intenzione sia solo quella di diventare Procuratrice distrettuale e che il personaggio abbracci un po’ acriticamente il pregiudizio che ogni maschio è potenzialmente un colpevole di violenza domestica. E certo l’avvocata incarnata da Collette vuole un miglior posizionamento e ha dei pregiudizi, ma non è riducibile a questo poiché crede sul serio che la giustizia e la verità debbano andare a braccetto. Le dinamiche della giuria sono nette e oculate (come oculata appare la composizione etnica, anagrafica e di genere della giuria stessa) in fase di scrittura e messa in scena: cosa sono questi dodici personaggi se non la manifestazione in altre vesti di un gruppo WhastApp o di un commento infinito a un post scritto su Facebook? Ognuno dice la propria, sentenzia sulla base di presupposti spesso labili, mette il pilota automatico quando un fenomeno appare evidente per ricorsività o assunto sociale, sebbene non lo sia. Il collettivo è mosso da introiezioni a volte inconsapevoli e altre volte coscienti e fieramente rivendicate. Mostrando invece le modalità con cui si selezionano i membri della giuria, nel legal eastwoodiano viene messo in crisi uno dei cardini della giustizia americana stessa ossia l’imparzialità e la neutralità dei componenti che devono sentenziare. Nessuno è mai neutrale, neppure se non ha mai avuto a che fare con l’imputato o la vittima (prerequisito fondamentale) perché fa parte di una comunità e ne assorbe le sue strutture di senso, pregiudizio, conformità. Ed è tramite queste che si dà per lo più lettura dei fenomeni ossia sancendo dalla propria prospettiva, che non è mai pura, se un evento può o meno aver avuto luogo e su quali basi. Ma siamo tutti parte dello stesso corpo, nessuno è al di fuori di alcunché e siamo membri di un grande aggregato di significati collettivamente elaborati. Giurato Numero 2, oltre a sottolineare che non siamo mai neutri di fronte a nulla, non nega che gli esseri umani dotino di pertinenza e valore un fenomeno tramite l’attribuzione di un significato complesso, solo che il circolare del senso nella struttura sociale è un rapporto tra individuale e collettivo e ancora tra collettivo e individuale. Dunque non possiamo in alcun modo accontentarci della percezione o dell’attribuzione di valore tramite bias cognitivi: occorre indagare perché la verità, in alcuni fatti, non è opinabile. Se qualcuno è un po’ meschino e di certo Justin non è eroico, nessuno però è cattivo in Giurato Numero 2 e tramite questa manovra un po’ inusuale, soprattutto nei legal dove un cattivo c’è spesso e volentieri, Eastwood costringe a riposizionare il pensiero in una sorta di comunità edenica, in cui nessuno vuole il Male, che però esiste fatalmente. In questo riposizionamento, a suo modo radicale, restano intatti i dilemmi morali emendati persino dalle intenzioni del compiere un delitto, dunque resta l’Uomo nella sua essenzialità. E quindi esiste automaticamente il suo rapporto con il collettivo, la comunità, la Legge e la verità. La crisi della società americana, che serpeggia latente in questo lavoro (si veda il divertito riferimento al dipinto di Gran Wood American Gothic) come in tanti lavori di Eastwood, qui è filtrata da un tragico ottimismo: tragico perché, classicamente, tale è la condizione degli esseri umani; ottimistico perché, in barba alle selve dei social e delle manipolazioni, esiste un modo per giungere a comprendere le dinamiche reali e a quel modo occorre guardare. Solo in seguito potremmo stabilire il valore di un fenomeno, soppesare giustizia e vendetta, essere pietosi o essere ferali. Dimostrare quindi il nostro livello etico. Ma rinunciando alla verità, annegata tra i marosi dei punti di vista e delle percezioni preordinate (e ugualmente considerate singolari), non può sicuramente esserci giustizia. Quasi en passant, dentro a un carapace filmico apparentemente d’ordinanza e privo di sofisticazioni, il giovane Eastwood in meno di due ore (e con in mano un’ottima storia) ci butta lì qualche domanda semplicemente cruciale per la nostra coesistenza sociale.

Info
Giurato Numero 2, il trailer.

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