Potere assoluto

Potere assoluto

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Potere assoluto, diciannovesima regia di Clint Eastwood, viene portato a termine quando il suo autore ha già compiuto sessantasette anni. La storia di Luther Whitney, ladro professionista e pittore amatoriale, testimone dell’omicidio di una donna da parte del presidente degli Stati Uniti, non è solo l’ennesima disillusa visione dell’imperfetto mondo americano, ma anche una riflessione sulla vecchiaia, su una decadenza del corpo che rischia di essere anche decadenza della morale. Eastwood ripropone lo scontro tra il suo personaggio e quello di Gene Hackman, già al centro de Gli spietati, ma stavolta lo sviluppa a distanza, senza farli mai incontrare direttamente.

Un mondo imperfetto

Luther Whitney è un abile ladro, amante della pittura e della musica. Per portare a termine uno dei suoi colpi si introduce nella residenza di Walter Sullivan, un anziano filantropo considerato uno degli uomini più ricchi e potenti degli Stati Uniti, per svuotargli il caveau. Durante il furto, mentre si trova all’interno della camera blindata, Luther assiste all’omicidio della moglie di Sullivan, Christy, commesso ad opera delle guardie del corpo del Presidente degli Stati Uniti d’America: l’incontro clandestino tra il Presidente Alan Richmond e la signora Sullivan, degenerato a causa del comportamento violento di lui, si conclude infatti con l’intervento degli agenti che sono costretti a sparare alla donna per evitare che questa uccida il Presidente degli Stati Uniti con un tagliacarte. Luther, che ha recuperato proprio il tagliacarte, deve ora darsi alla fuga… [sinossi]

Gli anni Novanta di Clint Eastwood radicalizzano la propria disillusione nei confronti delle istituzioni create sulla carta per difendere i cittadini. Il decennio si inaugura con Gli spietati, in cui è un bounty killer l’eroe, destinato a contrapporsi a uno squallido, corrotto e violento sceriffo (la legge); è poi in Un mondo perfetto la volta del rapitore di bambini Kevin Costner incarnare il volto buono dell’America degli anni Sessanta contro la durezza spietata delle forze dell’ordine, che lo freddano come farà di lì a un paio di settimane un cecchino a Dallas con JFK. Dopo la parentesi sentimentale rappresentata da I ponti di Madison County – film che forse più di ogni altro impresse nella memoria collettiva la poliedrica capacità espressiva dell’attore e regista – Eastwood tornò alla carica nel 1997, quando uscì nelle sale Potere assoluto, dove il villain di turno era rappresentato addirittura dal Presidente degli Stati Uniti in persona. La carica elettiva più alta del Paese e l’uomo più potente del mondo è rappresentato per la prima volta da Eastwood mentre apre la porta di una camera da letto, già alticcio e con in mano una bottiglia di vino, accompagnato da una donna. Non la first lady, ma la moglie di uno dei suoi migliori amici, nonché il proprietario di casa: i due hanno una relazione adultera, e hanno un rapporto sessuale che si interrompe quando il Presidente inizia a diventare troppo violento, al punto che la povera donna cerca di colpirlo con un tagliacarte, prima di essere uccisa dai proiettili esplosi dalla guardia del corpo dell’uomo. In Potere assoluto dunque il problema non è capire se l’uomo che siede sullo scranno più alto dello Stato segua o meno un programma politico in grado di tutelare il bene collettivo, ma risiede a un livello assai più basico: il Presidente è un traditore delle amicizie, un uomo violento, un avvinazzato, perfino un omicida – che l’atto finale sia compiuto da mani diverse dalle sue è un dettaglio del tutto insignificante. Come si può pensare anche solo lontanamente di credere nello Stato quando il suo principale rappresentante è una figura così abietta, così immorale, così laida? Non è dopotutto casuale che per incarnare Alan Richmond (questo il nome del Presidente fittizio) Eastwood chiami di nuovo Gene Hackman, che cinque anni prima aveva interpretato il già citato sceriffo de Gli spietati. Ma questo è un dettaglio su cui ci si soffermerà brevemente più avanti. Clint Eastwood come regista costruisce una sequenza di sorprendente efferatezza per la rappresentazione della più alta carica dello Stato, e fa sì che il primo e privilegiato spettatore sia sempre lui, stavolta nelle vesti di attore principale: il falso specchio dietro il quale si cela Luther, testimone della violenza e quindi dell’assassinio, non è forse a sua volta uno schermo. L’atto ferale assume dunque una duplice valenza, narrativa ma anche puramente scopica, svelando la necessità ultima dello spettacolo hollywoodiano.

Per quanto distante da entrambi per la sua appartenenza a un genere, il thriller politico e d’intrigo, di cui Eastwood è cantore sia davanti che dietro la macchina da presa, Potere assoluto si inserisce perfettamente nell’analisi delle scelte personali come atti innanzitutto morali. Era così nella dolce e dolorosissima storia d’amore tra Francesca e Robert ne I ponti di Madison County, e il costrutto tornerà preponderante tanto in Mezzanotte nel giardino del bene e del male quanto in Fino a prova contraria, prima di trovare il suo definitivo apice nei primi anni del Ventunesimo Secolo. L’unico personaggio compiutamente morale di Potere assoluto è proprio il suo protagonista, un ladro di professione che trova però la sua sublimazione quando può confrontarsi con l’arte. Il furto è un lavoro, ma Eastwood mostra Luther per la prima volta in un museo (il Walters Art Museum di Baltimora), mentre lavora a uno schizzo osservando San Francesco riceve le stimmate di El Greco. Gli Stati Uniti della fine del millennio sono ben lontani però dalla magnificenza del “Siglo de Oro”, e il contrasto tra l’imperturbabile bellezza dell’arte e la sordida macchinazione quotidiana del sistema si fa presto insostenibile. Eastwood ha l’accortezza di ricorrere, più che nella maggior parte dei suoi film del periodo, agli scarti propri del genere, ma in realtà il suo film sottende a un verità molto più estrema e difficile da accettare di un presidente che non è limpido quanto vorrebbe apparire all’esterno (lo scandalo Clinton-Lewinsky esploderà nel 1998). Per questo il confronto diretto tra il bene (Luther) e il male (il Presidente) può essere tranquillamente evitato, senza che questo vada in alcun modo a discapito della tenuta drammaturgica della tensione scenica: non c’è più bisogno di un duello risolutivo, com’era ancora necessario ne Gli spietati, perché quello incarnato da Hackman non è più un potere temporale, ma è il vero e proprio potere assoluto, di fronte al quale non c’è singolar tenzone che possa reggere il confronto. È un mondo caduco, quello che mette in scena Eastwood: è anziano il suo personaggio, e sempre più distante dalle umane miserie – al punto da potersi arricchire con la ricchezza altrui, senza provare il benché minimo rimorso etico –, e sono anziane le sue passioni. Anche il detective Seth Frank, affidato alle cure attoriali di Ed Harris, è stanco e solo, al punto da ripeterlo quasi ossessivamente a Laura Linney, la figlia del ladro, come peculiare mezzo di seduzione. Gli Stati Uniti stanno invecchiando, si imputridiscono, perdono smalto e purezza. Gli uomini di Potere assoluto non hanno legami sentimentali, non provano affetto (il Presidente brutalizza la donna con cui ha una relazione, e maltratta la fedelissima – e innamorata – capa del suo staff interpretata da Judy Davis non appena lei rischia di metterlo involontariamente in difficoltà), sono rinchiusi solo nelle loro personali torri di potere. Eastwood non si limita più al quarto potere, quello che pure rendeva solo e incattivito Charles Foster Kane, ma alza il tiro fino al potere assoluto, oltre il quale forse ci possono essere solo le stimmate “donate” da una divinità. Questa marcescenza dell’umano, e in particolar modo del maschile de-virilizzato – l’unico atto sessuale compiuto si trasforma in un delitto –, può trovare una sua redenzione solo nel rapporto filiale, rinsaldando la relazione con i propri figli, altro tema prediletto da Eastwood e che qui trova una sua delicatissima raffigurazione nella riscoperta rispettiva tra Luther e la figlia avvocato. Solo nel momento in cui il ladro decide di lasciare l’ispirazione dettata dall’arte già esistente per disegnare partendo da un soggetto vivo (la figlia ferita ma salva in ospedale) si può tirare un sospiro di sollievo, e tornare davvero a vivere. Per il sistema non c’è reale soluzione, ma gli esseri umani hanno un dovere morale verso se stessi e gli altri. Arriverà il tempo della tragedia anche in virtù di tale riflessione – la scelta estrema che dovrà compiere sempre Eastwood verso una figlia putativa nel clamoroso Million Dollar Baby – ma ci sarà stata di mezzo anche la caduta delle Torri Gemelle, stadio terminale della malattia che ha eroso l’America.

Info
Il trailer di Potere assoluto.

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