L’Inconnue
di Arthur Harari
Il regista e sceneggiatore Arthur Harari (premio Oscar per la scrittura di Anatomia di una caduta di Justine Triet) torna sulla Croisette con L’Inconnue, affascinante viaggio surreale nelle maschere/personalità che parte da una fotografia di Bob Dylan sul muro di una stanza. In concorso al Festival di Cannes 2026.
Io non sono qui
David è un fotografo timido che ama ritrarre i cambiamenti dei luoghi, seguendo un percorso iniziato dal defunto padre per rivelare le differenze dello spazio nel tempo. Bizzarramente, ritraendo invece per caso una bionda fanciulla, a David accade qualcosa di straordinario: dopo un rapporto sessuale con la donna, “l’anima” di lui trasmigra nel corpo di lei. Che scompare senza lasciare traccia. Come è stato possibile? Dove è finito il corpo del fotografo? [sinossi]
“Je est un autre” ossia “io è un altro”, diceva già Arthur Rimbaud negli anni Settanta dell’Ottocento. E il Novecento francese ha senza dubbio approfondito parecchio la materia. Così come lo aveva fatto la cruciale psicanalisi a cavallo tra i secoli, e poi gran parte del nostro contemporaneo, a partire già da Luigi Pirandello. Ma per “aprire” il guscio de L’inconnue, l’affascinante lavoro del regista e sceneggiatore premio Oscar (per Anatomia di una caduta di Justine Triet) Arthur Harari, presentato in Concorso a Cannes, è divertente partire da una fotografia su un muro spoglio, inquadrata come un indizio per lo spettatore: si tratta di un’immagine, non tra le più iconiche, di Bob Dylan. Il “menestrello” che del Novecento è del resto il più grande complete unknown: non a caso Todd Haynes, nel suo magnifico Io non sono qui, disseziona una delle fonti/maschere di Dylan portando in scena una “reincarnazione” di Rimbaud. E non a caso L’inconnue di Harari termina con la canzone It’s All Over Now, Baby Blue: tutto si tiene, si può ben dire. Harari si diverte a fornire altri indizi per il labirinto divertito, ma per niente banale o gratuito, che ha imbastito: tra questi anche la locandina de L’amico americano di Wenders, racconto che ruota attorno a un personaggio dalle molteplici identità, ossia Tom Ripley. Anche se, in un cinema che probabilmente dedica un omaggio a Wenders, viene pure fugacemente inquadrata la locandina di Alice nelle città. Ma la faccenda, con questo titolo, è (forse) un po’ più semplice visto che il protagonista (forse) de L’inconnue è un fotografo e la fotografia è centrale nel film tedesco del 1974. Mentre l’altra protagonista del lavoro di Harari, benché totalmente assente (da un certo punto di vista, almeno), è Eva che vorrebbe fare cinema. Ma procediamo con ordine. David (Niels Schneider) è un fotografo timido che scruta il mondo tramite una lente di distanziamento con cui può “bloccarlo”. Se per guadagnare lavora per matrimoni o anniversari, per passione prosegue il lavoro del padre defunto, ossia immortalare spazi di Parigi e dei suoi dintorni per mostrarne i cambiamenti nel tempo. Una sera, a una festa cui si reca riluttante, incrocia una donna misteriosa che lo guarda richiamandone all’istante il desiderio: la bellissima bionda (Léa Seydoux) ha un rapporto sessuale con lui, gestito del tutto da lei con grande vigore. Alla fine del coito, pressoché svenuto, David si risveglia nel corpo della femmina: il suo corpo è scomparso e, con lui, la misteriosa bionda. La faccenda è sconvolgente: come diavolo è possibile che sia accaduto uno “scambio” di fisici? Chi diavolo è la bionda che con sicumera assoluta ha scelto, tra tutti, proprio David? Il fotografo torna a casa e riguarda degli scatti di qualche giorno prima: lui ha fotografato la bionda, ammaliato dalla sua bellezza ma soprattutto dalla sua spiccata personalità, mentre stava con poca convinzione servendo ai tavoli a un ricevimento. E lei se ne era accorta. Avendo nel paltò di lei tutto quel che è necessario per identificarsi, il fotografo scoprirà in fretta di essere nel corpo di tale Eva, tedesca di origine e, in verità, aspirante cineasta.
La fotografia come detection o ricerca di una verità impossibile, ma anche come unico strumento di conoscenza della realtà, è un tema ben battuto dal cinema (basta un solo titolo: Blow Up di Antonioni, decisamente richiamato anche qui). Ma la tedesca Eva (vera Tom Ripley della situazione), in realtà sta facendo qualcosa – che resterà fuori campo e ignoriamo – che non è uno scambio statico tra corpi bensì ha a che fare con il “movimento” continuo e il mutamento. Non si tratta di indagare l’immagine o di riportare un volto a un’identità, ma di trasformarsi permanentemente attraverso il tempo, di fare scorrere l’immagine senza soluzione di continuità (un po’ come al cinema). E rendersi conto che, nel tempo, “Io è un altro”.
Veleggiando anche dalle parti di Charlie Kauffman o, per restare in Francia, di Michel Gondry, il bel lavoro di Harari non è soltanto un “giocattolo” per abili solutori, ma qualcosa di più profondo. Tratto da una graphic novel del fratello del regista, Lucas, intitolata Le cas David Zimmerman (Robert Allen Zimmerman è il vero nome di Bob Dylan), il film offre un paio di svolte davvero ben calibrate che portano il senso su tracciati spiccatamente emozionali, i quali culminano nel sentito e commovente finale. Al di là della bizzarria L’inconnue non è per nulla il “classico” film incentrato solo su un’idea forte che viene reiterata, né un lavoro freddo e cerebrale, ma un’opera di slittamenti esistenziali strutturati appunto attorno a due forti colpi di scena (e un altro momento notevole: quello della “gita” a Lille, una sequenza molto bella). Se inizialmente la vicenda potrebbe apparire quella di un uomo che deve “rientrare” nel proprio corpo – un topos anche di svariate commedie mainstream e di svariato fantasy – e per farlo deve trovare l’entità che lo ha derubato di membra e membro, alla fine il film racconta il tempo come progressivo spossessamento e lo scambio con l’altro come revisione continua dell’identità. Il che “raddoppia” il senso delle fotografie dei luoghi parigini cui David ha dedicato anni e pazienza: cosa resta, se non lo “spazio” puro, dopo un secolo circa di storia? Così, ugualmente, cosa re-siste se non il corpo? Non che non esista qualcosa che dice “io”: esso afferma costantemente la propria esigenza affermativa e lo fa a ragion veduta, assediato dalla corrosione degli anni e da quell’inferno che sono gli altri. Ma cosa sia esattamente questo “io” è difficile stabilirlo. Ed è questo, in fondo, il fattore sconosciuto. Il film di Harari prende una posizione interessante sul rapporto tra corpo e cosiddetta “anima”, fondando di fatto qualunque forma di riconoscimento personale sulla materia: la cosa affascinante è che, facendolo, riesce a non essere riduzionista proprio perché per oltre due ore abbiamo guardato due “anime” che rivogliono i propri corpi. Senza la materia, “l’io” non è più tale ma può ancora divenire “altro” e dunque il corpo è l’incipit dell’esistenza, dell’identità e del dire l’alterità che è noi. Lavoro pregevole. Con un gustoso cameo del grande regista Radu Jude nella parte di un genitore cui è scomparsa una figlia…
Info
L’Inconnue sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: commedia, fantasy
- Titolo originale: L'Inconnue
- Paese/Anno: Francia, Italia | 2026
- Regia: Arthur Harari
- Sceneggiatura: Arthur Harari, Lucas Harari, Vincent Poymiro
- Fotografia: Tom Harari
- Montaggio: Laurent Sénéchal
- Interpreti: Alexandre Pallu, Jonathan Turnbull, Léa Seydoux, Lilith Grasmug, Niels Schneider, Radu Jude, Shanti Masud, Valérie Dréville, Victoire Du Bois
- Colonna sonora: Andrea Poggio, Enrico Gabrielli, Tommaso Colliva
- Produzione: Ascent Film, Bathysphère productions, France 2 Cinéma, Pathé Films, Rai Cinema, To Be Continued
- Durata: 139'




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