Io non sono qui
di Todd Haynes
Io non sono qui è il caleidoscopico viaggio organizzato da Todd Haynes nelle molteplici sfaccettature e identità di Robert Allen Zimmerman alias Bob Dylan; un’opera multistrato che “approfitta” della biografia per narrare un mito fondativo, e dunque un popolo. Il film, che nel 2007 partecipò al concorso di Venezia, viene ora scelto dalla Quinzaine des cinéastes per accompagnare la consegna della Carrosse d’Or al cineasta statunitense.
Je est un autre
ll film racconta le vicende di sei personaggi, ognuno dei quali rappresenta un aspetto diverso della vita e della musica di Bob Dylan: il Poeta (Arthur Rimbaud), il Profeta (Jack Rollins / Padre John), il fuorilegge (Billy McCarty), il falso (Woody Guthrie), il “martire del rock and roll” (Jude Quinn), e la “stella elettrica” (Robbie Clark). [sinossi]
È molto interessante la scelta operata dalla Quinzaine des cinéastes per omaggiare Todd Haynes, vincitore in questo 2025 della Carrosse d’Or, il riconoscimento alla carriera della sezione autonoma e parallela del Festival di Cannes. Haynes è un assiduo frequentatore della kermesse, e ha partecipato più volte alla corsa per la conquista della Palma d’Oro (per l’esattezza ciò è accaduto in quattro occasioni, con Velvet Goldmine, Carol, La stanza delle meraviglie e May December); di più, la sua scoperta a livello internazionale, dopo i primi passi mossi nel patrio Sundance con Poison nel 1991, il regista statunitense la deve proprio alla Quinzaine, dove nel 1995 venne presentato Safe. Sarebbe dunque stato semplice per la sezione muoversi in un campo “conosciuto”, rinverdendo i fasti dell’epoca che fu. Non si può dunque che accogliere con curiosità la scelta di mostrare al pubblico del Marriott – tradizionale sede della Quinzaine – I’m Not There, vale a dire Io non sono qui, uno dei tre lungometraggi diretti da Haynes che schivarono la kermesse azuréen, preferendo altri lidi… O per meglio dire altro Lido, visto che fu Venezia ad accoglierlo in concorso nel 2007 sotto l’egida di Marco Müller, in una delle più scintillanti edizioni della Mostra degli ultimi trent’anni (Redacted di Brian De Palma, Cous cous di Abdellatif Kechiche, Mad Detective di Johnnie To e Wai Ka-fai, Lussuria di Ang Lee, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford di Andrew Dominik, Chaos di Youssef Chahine, The Sun Also Rises di Jiang Wen, En la ciudad de Sylvia di José Luis Guerín, Sukiyaki Western Django di Takashi Miike, Gli amori di Astrea e Céladon di Éric Rohmer, Nella valle di Elah di Paul Haggis, Nightwatching di Peter Greenaway, In questo mondo libero… di Ken Loach: tutto questo solo fermandosi al concorso). Il regista losangelino aveva già “tradito” Cannes cinque anni prima e sempre per la laguna veneta, dove aveva attraccato con il sirkiano Lontano dal paradiso, nella prima delle due edizioni dirette da Moritz de Hadeln, e replicò dunque con questa sarabanda dylaniana e dilaniata che in qualche modo dialoga con l’ultra-glam Velvet Goldmine, che articolava il proprio discorso attorno alla figura mitica e concreta a un tempo di David Bowie. Un decennio più tardi tocca invece al più grande rivoluzionario della storia del rock statunitense, in grado di liberare la mente di un popolo in definizione, smarrito tra la fine della Seconda guerra mondiale, il boom e la strisciante ma ininterrotta contestazione.
Se per tratteggiare la fantasmagoria attorno a Bowie Haynes aveva fatto ricorso all’immagine di Oscar Wilde, in una sorta di campo-controcampo storico che permetteva di cogliere l’atemporalità della posa irriverente e dunque politicamente dissodante, in occasione di Io non sono qui il gioco del rispecchiamento si frantuma in una miriade di pezzi, ognuno dei quali contiene una verità (e dunque molteplici menzogne) riguardo Dylan: c’è Billy the Kid, fuorilegge eternamente giovane per eccellenza, eroe ma peccatore o per meglio dire eroe perché peccatore – nella ubris prima ancora che nel ricorso alla violenza –; c’è Woody Guthrie, il suo padre putativo musicale che Dylan solo in apparenza ripudiò elettrificando i propri suoni, ma del quale perpetuò una modernità mai doma, e mai museale; e c’è anche Arthur Rimbaud, il maudit che non ha scampo, genio imberbe che non può che rigettare una società borghese marcia, appesantita dalla propria opulenza, e dunque destinata al macero. Je est un autre, “io è un altro”, così Rimbaud scrisse a ben due persone (Georges Izambard e Paul Demeny) nel maggio 1871, quando il poeta transalpino era appena sedicenne, e questa formula pare riverberarsi nello sfaccettato approccio narrativo di Haynes, che nel leggere e interpretare l’arte di Dylan segmenta l’essere umano per svelarne una moltitudine di ipotesi, di speculazioni. Considerando che lo stesso cantautore ha sempre giocato con il concetto di verità, anche e soprattutto attraverso l’immagine – si pensi a Renaldo e Clara, sua incursione dietro la macchina da presa da cui poi decenni dopo prenderà corpo il sublime Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story di Martin Scorsese –, quella di Haynes può apparire come una scelta ovvia, fin troppo facile, forse persino banale. Giocherellando invece con l’immagine sacralizzata, ad esempio riscrivendo come un pantografo l’icona creata dal seminale Dont Look Back di D.A. Pennebaker, Haynes riesce nell’arduo compito di “raccontare” l’essere umano Zimmerman/Dylan, passando in rassegna tutti i momenti-chiave della sua evoluzione artistica e sentimentale, ma allo stesso tempo di contrappuntare una sorta di mitologica nascita di una nazione. Dylan è Billy the Kid nel “vecchio” west, è un bambino afrodiscendente del sud che se ne va in giro con la sua chitarra e sogna di incontrare Guthrie, è un affabulatore in grado di tener testa a una gragnola di domande prive di costrutto, è un “maledetto” sotto ogni punto di vista.
Nell’ottica di Io non sono qui Dylan è l’archetipo stesso della coscienza statunitense, ne racchiude al proprio interno tutte le contraddizioni in una forma però poetica, e dunque fondativa, non prettamente colloquiale, esattamente come lo stile scelto dal regista. Quel che ne viene fuori è un caleidoscopico viaggio allucinato, l’opera di un Veggente – di nuovo, la mente corre a Rimbaud – che è terraceo e immateriale nello stesso istante. Esattamente come il cinema. Un alieno che non può essere racchiuso in una formula borghese classica (e lo sa bene il personaggio interpretato con intensa veridicità da Charlotte Gainsbourg, e che è al contempo Suze Rotolo e Sara Dylan), ma che non smette mai di raccontare il mondo vivendolo, accogliendone su di sé l’immane peso. Come fosse la rappresentazione plastica delle fughe allegoriche contenute in Tarantula Io non sono qui trafigge lo sguardo dello spettatore, lo costringe a riposizionarsi, a mutare prospettiva, a non accogliere mai la prassi: un testo filmico a prima vista ermetico, ma in realtà così denso, così profondamente umano da lasciare senza fiato. L’inno a una ri-costituzione del mondo che non sarà mai possibile, e che pure Dylan ha indicato, cantato, smentito, rivendicato. Tra le ultime vestigia di un cinema a stelle e strisce in grado di mescolare il mainstream alla sperimentazione, Io non sono qui è un’opera inclassificabile, forse persino dimenticata troppo in fretta. Nelle note di copertina di Bringing It All Back Home, anno domini 1965, si può leggere: «I accept chaos, I am not sure whether it accepts me». Questo interscambio impossibile tra identità e caos che è proprio di Dylan – e forse degli Stati Uniti in quanto tali – nessuno ha saputo raccontarlo meglio di Todd Haynes.
Info
Io non sono qui, un trailer.
- Genere: biopic, drammatico
- Titolo originale: I'm Not There
- Paese/Anno: Germania, USA | 2007
- Regia: Todd Haynes
- Sceneggiatura: Oren Moverman, Todd Haynes
- Fotografia: Ed Lachman
- Montaggio: Jay Rabinowitz
- Interpreti: Ben Whishaw, Benz Antoine, Bruce Greenwood, Cate Blanchett, Charlotte Gainsbourg, Christian Bale, Craig Thomas, David Cross, Don Francks, Eugene Brotto, Heath Ledger, Julianne Moore, Kim Roberts, Kris Kristofferson, Marcus Carl Franklin, Mark Camacho, Michelle Williams, Paul Spence, Richard Gere, Richie Avens, Susan Glover, Vito DeFilippo
- Produzione: Endgame Entertainment, Grey Water Park Productions, John Goldwyn Productions, John Wells Productions, Killer Films, Rising Star, VIP Medienfonds 4
- Durata: 135'





La Quinzaine des cinéastes assegna la Carrosse d’Or a Todd Haynes
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